11 Feb Maradona, o della fragilità di un dio
di Valeria Nicoletti
È il Maradona di tutti, ma non per tutti, quello che affiora dalle pagine di “Maradona – un mito plebeo”, raccolta di contributi a cura di Antonio Gómez Villar, professore di Filosofia presso l’università di Barcellona, pubblicata da Tamu edizioni. La metafora del titolo è approfondita, declinata e abbinata a ragionamenti sulla lotta di classe e la lotta femminista, che hanno il merito di scostarsi dalle prospettive classiste e fuggire visioni e pretese eurocentriche rimettendo al centro l’urgenza di un pensiero complesso, e libero.

“Logica del tumulto, conflitto irrisolvibile”, “petto sempre in fuori, con il collo dritto”. Maradona è, di per sé, “un reparto del sensibile”, si legge nell’introduzione. È oro, ed è anche fango. È dolore, eccesso, è accelerazione, è sole radioso, è risata. Un gol eterno, necessariamente riottoso alla tirannia del tempo ordinario e alla deperibilità degli umani.
“Maradona – un mito plebeo” racconta la genesi di un’epica, dai piedi sporchi di fango alle catene d’oro sul collo, la parabola non di un idolo qualunque, ma quello di un paese del Sud del mondo. Maradona, come Gardel, come Evita, non più persone, ma simboli, eppure umani, troppo umani. Il bambino povero che diventa dio, un dio dal corpo cangiante. Obeso, recidivo, padre di famiglia, donnaiolo, corpo che gioca, che esulta, che parla a sproposito, corpo che conosce come sia “violento e fragile dover essere maschio”, corpo peccatore, mutante, grasso, traboccante, bisessuale, imprevedibile, “animale selvaggio eternamente intrappolato e sempre in fuga dalle reti del saccheggio e della tratta coloniale dei corpi atletici, produttori e riproduttori”. Maradona, infatti, è stato soprattutto un corpo, le cui “risorse ludiche”, alludevano alla possibilità che, almeno in un dio del genere, si potesse ancora credere.
Cosa succede allora quando questo Dio osa, addirittura, morire? È uscito significativamente il 25 novembre, la raccolta di Tamu edizioni, che riparte proprio dalla scomparsa di Maradona, dal giorno della sua morte, per ricostruirne la storia, anzi la leggenda, seguendo la scia di un astro unico nel suo genere. Una scomparsa, quella di Diego, avvenuta non solo durante il Covid ma anche in una data simbolica, dedicata alla sensibilizzazione contro la violenza maschile sulle donne, che ha rimestato tra “i sedimenti storici e contraddittori della nostra educazione sentimentale”.
Sono numerosi i contributi che rivendicano la singolarità del lutto, il diritto di piangere senza giustificazioni e ingerenze da parte di una corrente femminista che, alla notizia della morte di Maradona, ha decretato una distanza insormontabile tra un dolore giusto e un dolore sbagliato. “Ci hanno dato lezioni di femminismo, di patriarcato, di maltrattamento e di violenza di genere. Siamo state chiamate traditrici, irrazionali, ignoranti e incoerenti perché ci lasciavamo sedurre da discorsi populisti; sono stati esibiti parametri di un mondo in cui non c’era posto per l’Altro, un mondo stretto ed eurocentrico”, è uno dei tanti pensieri che accusano un vero e proprio “sistema di vigilanza sulle bacheche social”, un fenomeno che, purtroppo, si ripete stolidamente. “Chi decide per cosa può piangere una femminista?”, ci si chiede, e si ragiona intorno al punto di non ritorno raggiunto da un movimento che si vuole emancipante e rivoluzionario e si muta, tristemente, in un “mero pattugliamento morale ed emozionale”.
“Se non posso piangere, non è la mia rivoluzione”, è l’affermazione radicale di chi denuncia non solo una sorta di polizia delle emozioni ma anche la pochezza di una corrente femminista che in Argentina ha trovato terreno fertile per fare delle donne eterne vittime, bisognose di tutela e protezione.
Un movimento che si vuole intersezionale ma dimentica quanto straordinariamente potente possa essere un gol argentino segnato agli Inglesi, un negro che diventa idolo delle folle, un villero zurdo che diventa dio. “Possiamo stabilire – come si domanda Noe Gall – un’agenda morale delle emozioni, un regime punitivo degli affetti, una vigilanza moderatrice delle nostre lacrime? Perché piangiamo, per il corpo, la pelle, le ferite; ma anche per i dubbi e il disaccordo. E in questo intreccio di pianti, complesso, diverso e antagonista, risiede, per molte di noi, la possibilità di sopravvivere”.
Maradona, irraggiungibile nel campo, è anche “il più qualunque di tutti noi”. Forse perché mostra inevitabilmente quanto l’ascesa possa essere solo una farsa, che “il tutto è frantumato dalla classe, dal colore, dalla razza; che il prezzo del successo è troppo caro: la docilità, la servitù, lo sbiancamento”. È stato forse tra gli ultimi a opporsi a quel calcio “ad alti livelli, che si sta via via trasformando in una specialità tecnoscientifica”, con tutta la disumanizzazione dei suoi protagonisti in campo. Un calcio che, specchio del mondo esterno, sembra essere diventato oggi “un grande centro di alto rendimento, dove i corpi sono allenati ad adattarsi continuamente a logiche per cui l’illusione del merito nasconde una guerra contro tutti per un paradiso che non esiste”. Un calcio, direbbe Pasolini, completamente subordinato al potere mediatico, che lentamente colonizza, inquinandoli, l’inconscio e l’immaginario del popolo.
È facile, dunque, scivolare negli automatismi di un pensiero che si vuole progressista ma finisce per demarcare il mondo dell’altro, demilitandone spazio e facoltà di parola, decretando cosa sia ammissibile e cosa invece bisogna tacere: “si rischia di avere la pretesa di piantare una morale in ogni cervello per esigere ‘dal singolo quelle azioni che si desiderano da tutti gli uomini’”, citando Nietzsche.
Non è impossibile, tuttavia, perseguire un’autonomia di pensiero, iniziando dal riconoscere quanto poco si investa sulla formazione, la cura e l’autonomia del sé. “Le pratiche del sé, l’ethopoiesis o la formazione del soggetto sono (…) il buco nero dei nostri saperi attuali. Nessuno vuole prendersi carico della formazione dei soggetti, e ci si rimedia abitualmente con informazioni o buone intenzioni progressiste, per poi sorprenderci e scandalizzarci per il ritorno di comportamenti fascisti”. Occorre, invece, “insegnare a leggere, ricercare, meditare, scrivere e trasmettere, in modo che queste pratiche si facciano carne e si manifestino specificamente in ogni soggetto coinvolto nei processi di insegnamento, apprendimento, militanza e servizio sociale. I sovraccarichi ideologici e i loro dissennati deliri non possono essere controbilanciati unicamente dalla conoscenza scientifica oggettiva o dall’impegno politico militante, ma necessitano di formazione etiche coerenti”.
Allargando l’orizzonte, autorizzarci a essere integri anche nelle nostre contraddizioni, liberi nelle nostre debolezze. Ce l’aveva già detto Diego. La vita, anche per i supereroi, è un luogo fragile.

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