06 Feb La somiglianza di Gisella Modica
di Elisabetta Imperato

Come nella sinfonia classica, La somiglianza, di Gisella Modica, Iacobelli editore, si compone di quattro movimenti, con ritmi e caratteristiche differenti: il sogno, la storia, il viaggio e l’ombra. E c’è una data che ritorna: sabato 3 luglio 2012.
L’incipit, da allucinazione fiabesca, mette in scena un ballo di un uomo ramarro che rimanda al gran ballo del Gattopardo e sin dalle prime battute individua il tema della narrazione: la somiglianza della protagonista col nonno, vissuta tra incubi e memoria (la fronte alta e spaziosa […] somigliava alla mia). Tutto accade in un sogno ma al risveglio la protagonista, identificata con l’io narrante, è inseguita da un’ombra (sconosciuta eppure così familiare). Siamo in un contesto definito da Freud das unheimliche (il perturbante), che indica il ritorno del rimosso, ciò che è sconosciuto ed estraneo, quella sorta di spaventoso che risale però a ciò che ci è familiare. È la figura del nonno e l’eredità di una trasmissione ereditaria non accettata che si fa strada nel corso della narrazione, tra noto e ignoto, nella ricostruzione della costellazione familiare. E la penna è lo strumento principale per ricostruire il passato e riconciliarsi con esso. In questo gioco di specchi e di incastri tra il passato e il presente, si inserisce il ritrovamento del diario della madre, le cui pagine appaiono incastonate nel romanzo insieme alle immagini dei luoghi dell’infanzia: il borgo de Spuches, tra Monreale e Palermo (la piazzetta del Gesù, l’arco, il lavatoio, “un luogo favoloso dove anche le pietre avevano un’anima, gli alberi erano sacri, le galline e le capre avevano un nome […]”. Con un tuffo nel tempo remoto, quasi una immersione da palombaro, l’io narrante incontra personaggi dell’infanzia: Andrea, l’amico down, la janara Melchiorra e il richiamo stregato del pozzo. Ci si muove, inizialmente in una bella atmosfera fiabesca che si rompe nella seconda parte del libro.
Come nel romanzo di Elvio Carrieri, Poveri a noi, anche qui c’è uno scempio edilizio (il borgo trasformato e distrutto) e un senso di colpa (frutto dell’eredità materna) per l’abbandono del luogo. E il diario della madre, ritrovato dopo la morte, racconta la storia di un amore contrastato, la devozione per il vecchio padre, nonno dell’io narrante e una fuga a Palermo per amore. Infine un messaggio che ritorna nel corso della narrazione: se la storia ti è piaciuta continua.
Un gioco di specchi e di ricordi che si sovrappongono e si contraddicono in una scrittura lenitiva che aiuta a trovare i nessi. E c’è l’immagine di un Giano bifronte, che pure ritorna, segno del doppio sguardo tra passato e presente che riappare, insieme all’immagine del vecchio.
Nella prima parte la scrittura di Modica ci conquista con un approccio visionario; nelle parti che seguono la narrazione assume tratti realistici che integrano la storia, modificando il tono iniziale e movimentando la scena attraverso i dialoghi. Il ritmo, poi, si fa a tratti meditativo, come se la protagonista, identificata con l’Io narrante, uscisse e rientrasse nella sua parte, alternando il passato e il presente, la memoria e la vita vissuta (il sogno, l’infanzia, la storia della madre e del nonno). È come se nel passaggio dal sogno al racconto biografico, la scrittura rinunciasse al suo mistero per interrogare la storia di un’intera comunità, scavare negli enigmi del passato e affrontare de visu i traumi generazionali. Alcuni passi, in particolare i dialoghi, fanno pensare alla sceneggiatura di un copione teatrale. In questa doppia anima, il sogno e la realtà, si dispiega la verità del romanzo: il difficile equilibrio, nel gioco della memoria, tra ciò che ereditiamo e ciò che scegliamo di diventare. Ed è proprio in questo scarto che si inserisce la centralità della scrittura, percorso di guarigione e di scoperta, atto conoscitivo e terapeutico di ogni romanzo di formazione: la figlia dà voce alla madre e nel continuare la storia trova la propria. Il tono prevalente, strada facendo, matura decisamente nell’introspezione e alla fine scopriamo che la scrittura, motore narrativo, forma di conoscenza e di riconciliazione, è la vera protagonista di questo romanzo.
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