02 Feb Nella carne del mondo.Brevi e azzardate note di una lettura parallela
di Ugo Morelli
immagine di Pieter Paul Rubens, Il cappello di paglia (Ritratto di Suzanne Lundent- particolare), 1622-‘25, National Gallery, Londra
Lucio Fontana – Concetto spaziale – Attesa
Siamo in grado di pensare di poter essere quel che non saremo mai, infiniti.
“La distanza impenetrabile – disumana – tra lui e l’Altro. Una distanza in cui i resti del mondo possono accumularsi: scrivo proprio i resti”. Così Jean Daive un passo dopo l’altro mette mano ad un ritratto immaginario e particolarmente reale che più che un ritratto di, è un ritratto con, Paul Celan. Sì, perché incarnando e situando la presenza di Paul Celan, il testo diventa un lungo dialogo a due voci. Il sottotitolo: Passeggiate con Paul Celan, di questo libro, Sotto la cupola, [edito da Finis Terrae, Co mo2025], contiene una promessa mantenuta di poesia itinerante.
La testimonianza di un’amicizia tra due poeti, Paul Celan e l’autore del libro Jean Daive, traduttore tra l’altro di Celan, è un sogno ad occhi aperti. Si sentono i passi e le parole, leggendo il libro: “Forse che i nostri viaggi terreni sono un sogno. Devono esserlo. Interrotti dalla folgorazione di un incontro”. Quell’interruzione è in un certo modo il grado zero dell’origine del possibile, dell’atto poietico con cui ci creiamo creando, con cui veniamo a noi stessi divenendo con gli altri e nel mondo. È un’interruzione che allo stesso tempo assume le caratteristiche di un’interiorizzazione. È grazie ad essa che noi esseri di parola ci mettiamo in condizione di sottrarre il discorso all’ordine del già detto. Sarà poi il libero gioco tra il già detto e l’ordine del dicibile a produrre effetti poietici decisivi per il sempre inconcluso processo di individuazione. In quel gioco si creano connessioni inedite tra l’originario e l’originale, tra il vincolo ineluttabile dell’origine e la generativitàdell’incompiuto. Se i codici culturali sono a loro volta un alveo in cui si combina l’originario e l’originale, non sono certo deterministici. Il percorso singolo di ognuno eccede comunque in modo irriducibile i codici culturali comunemente accreditati e condivisi. Come nel rischio del camminare che pone ad ogni passo sull’orlo di una catastrofe, le passeggiate con Paul Celan sono rivelatrici dell’origine dell’atto poetico, con la stessa leggerezza di un passo: “Il suo passo vi entra come una leggenda, morbido”. “La passeggiata può rendere esaltante il rapporto con il luogo. Un passo. Un passo e un altro passo. Un passo. Cammino. Vado. Posso intenebrare il passo: il passo spezza l’inquietudine, surriscalda la distanza dentro di noi”.
Perché la passeggiata rende esaltante in rapporto con il luogo? Perché c’è il movimento; perché il movimentoincarna i segni e i luoghi: è una forma di cambiamento di punto di vista, di sguardo, di osservazione, di senso. Il passo riesce a spezzare l’inquietudine perché rende l’invisibile un campo plastico. La poiesis è possibile in quanto la fenomenologia del mondo non coincide con le cose stesse così come sono. La poesia è possibile perché le parole non coincidono con sé stesse e, se considerate da un punto di vista fenomenologico e generativo, possono diventare quello che prima non erano. Se c’è una genesi del senso che possiamo definire istituita, deve pur esserci e di fatto c’è, una genesi del senso che definiamo istituente. È Vittorio Gallese che propone, valorizzando il lavoro di Merleau-Ponty, una fenomenologia generativa, cioè una filosofia capace non solo di descrivere le strutture dell’esperienza, ma di interrogare la genesi del senso: un senso che non è dato una volta per tutte, ma che si costituisce nella carne del mondo, attraverso un processo storico, percettivo e intercorcorporeo [V. Gallese, Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026]. Quel che rende ancora più attuale e necessaria l’analisi di Gallese è l’individuazione nel digitale, laddove una critica tanto superficiale quanto diffusa ne negherebbe persino la presenza, di una estetica radicale per l’espressione di una inedita fenomenologia del Sé.
Una simile fenomenologia si distingue da quella puramente descrittiva, poiché non si limita a rilevare l’intelligibilità dell’esperienza, ma cerca di pensare il visibile come un campo plastico, mai definitivamente stabilito, dove ogni forma è sempre in divenire.
I passi attraverso Parigi, passi immaginari e più che mai reali, di Jean Daive e Paul Celan, agiscono sul piano dell’invenzione di un mondo, mettendo in discussione la stessa costituzione percettiva, evidenziandola come un campo relazionale che può essere continuamente ripensato, ridisegnato, trasformato dalla capacità poetica, in cui le immagini non si limitano a informare, ma affezionano e ci sollecitano emotivamente. La città è così diventa un campo di ricerca e di confronto estetico e affettivo. Come ha sostenuto Vittorio Gallese, superando l’idea che la mente sia solo un processo disincarnato di simboli, la cognizione emerge da strutture sensomotorie, il significato è radicato nell’azione e l’esperienza affettiva è una componente centrale della comprensione. Daive e Celan, nelle loro passeggiate, realizzano quello che Gallese chiama un esercizio di riscrittura incarnata dell’accesso al mondo.
L’opera di immaginazione di Jean Daive si propone, ricorrendo nel leggerla al contributo di Gallese, come una pratica di dimensione percettiva. Un’arte del possibile. Non nel senso astratto della speculazione, ma nella forma concreta della modificazione delle soglie sensoriali corporee dell’esperienza. Le vie e i luoghi di Parigi diventano varchi, deviazioni, finestre di accessibilità, margini di possibilità, per Celan e Daive. I loro corpi, seppur nell’immaginazione poetica, accedono a matrici di nuovi mondi possibili. La città diventa così un laboratorio del reale, capace di aprire nuove traiettorie di apparizione. Il lavoro di finzione di Daive progetta di fatto un regime di aisthesis, creando un mondo in cui il reale e l’immaginario risultano alla fine indistinguibili e si propongono come una ecologia della sensibilità. Probabilmente nulla come la poesia è in grado di “restituire alla sensibilità, la sua potenza di mondo. E di farlo a partire da pratiche situate, incarnate, affettive. Da nuove configurazioni dell’aisthesis, che sappiano non solo rappresentare il mondo, ma trasformarlo. Noi esseri umani facciamo mondi, modi paralleli, immaginari, narrativi. Noi mondeggiamo.
“Camminiamo fianco a fianco, la Senna nera alla nostra destra. Scavalchiamo scale, tavoli, sedie, ponti, rasentiamo facciate, grate, altre facciate, muri, altri muri. Due voci. Siamo due voci. Una grave. L’altra bianca. Numerosi gesti giovanili. Sguardi complici. Sorrisi. Una grande complicità. Ci soffermiamo sotto la chioma di una paulonia, poi raggiungiamo più avanti gli ippocastani sotto cui ci inoltriamo. La notte. Una luna. Parliamo. Esultanza. L’Aufklärung. ‘Appeso sul cadavere interno’, Paul Celanriprende una citazione di Artaud. ‘Per l’uomo esistono due stati ideali: l’estrema semplicità e l’estrema cultura’. Lettura di manifesti ancora nella memoria: ‘L’uno Solo esiste’. Abbassiamo gli occhi sulle foglie umide. Fruscii che interpretiamo. Ci incamminiamo nella notte pendolare. L’Invisibile!”
Ed emerge un regime di realtà, un accesso simulato al mondo, a quel mondo che è la città reinventata dalla narrazione poetica, ma allo stesso tempo reale nella sua drammaticità, aleggiando come aleggia, la tragedia finale, nei passi, sui ponti, nell’acqua. Si propongono nelle righe quelle che Gallese chiama “grammatiche sensoriali e temporali”, come dispositivi che non si limitano a mediare l’accesso al mondo, ma lo costituiscono, modellando ciò che può avere luogo in quanto esperito. La creatività poetica mette in campo non solo quello che i due camminanti e dialoganti vedono, ma che cosa esiste per loro. Scrive Gallese: “Nel suo passaggio più radicale, l’ontofenomenologia incarnata che ho cercato di delineare in questo libro implica che la realtà per noi è una funzione dell’apparire. E che l’apparire stesso è un evento situato, sempre inscritto in condizioni tecniche che sono però sempre anche corporee e affettive. Non si dà realtà fuori dell’esperienza. Ma l’esperienza non è mai neutra. È storicamente formata, biologicamente plasticizzata, tecnicamente modulata.” Se il digitale, come scrive Gallese,è il nuovo terreno in cui il mondo viene progettato, per quanto diversa per molteplici aspetti, la sua funzione viene da lontano e riguarda intensamente la capacità specie specifica di noi umani di fingere, di simulare, di inventare mondi, come quello che Daive crea nelle sue immaginarie passeggiate con Paul Celan. Se l’estetica rende possibile il mondo, la poesia deve essere una delle sue più verticali possibilità. “Per questo parlo di un’estetica radicale.”, scrive gallese, “Perché va alla radice dell’esperienza. Ma anche perché chiama in causa la radice dell’essere: la carne del mondo. La forma sensibile attraverso cui qualcosa può essere riconosciuto, amato, temuto, incluso o escluso.” Raggiungendo da scienziato vertici espressivi poetici, Vittorio Gallese definisce il soggetto né come osservatore esterno del mondo, né come agente sovrano che si contrappone all’oggettività, ma come “una piega sensibile in cui mondo e corpo si co-implicano”. Diventare soggetti oggi significa “prendere posizione dentro i regimi dell’apparire e scegliere come abitare il sensibile”. La poetica finzione che mette in scena Jean Daive usando carta e penna per creare le proprie passeggiate con Paul Celan, è un’anticipazione di quello che accade nel mondo digitale, mostrando che il futuro ha un cuore antico e che la distinzione creativa degli esseri umani, non solo viene da lontano ma forse è la prerogativa principale per abitare poeticamente il mondo attuale. A noi umani spetta la ricerca delle condizioni per prendere posizione dentro gli attuali regimi dell’apparire e scegliere come abitare il sensibile. Narrare e, soprattutto, narrare poeticamente,come accade nel dialogo tra Daive e Celan, vuol dire dare una forma all’essere. Narrare noi stessi e inventarci nell’era digitale, in base ad un principio di responsabilità che prenda in mano le pratiche della nostra stessa formazione, secondo Vittorio Gallese, può voler dire riconoscere che “il digitale non è il nemico, ma il luogo in cui si decide quale forma dare all’essere. La realtà non è da scoprire, ma da costruire. Non come simulazione o inganno, ma come processo incarnato e condiviso. Questo significa prendere sul serio la responsabilità ontologica del nostro agire estetico.”
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