01 Dic Le “novelle ritrovate” di Anna Maria Ortese
di Ivana Margarese
Camminava in un’oscurità lieve come accade
nei sogni, e gonfia di un vento irreale,
verso un quartiere dove
aveva abitato da bambina.
Anna Maria Ortese, Medina e il mare
È uscita a fine ottobre, per l’editore Argo, con la cura di Dario Biagi e una saggio critico di Donatella La Monaca, una raccolta di cinque novelle di Anna Maria Ortese: Finestra illuminata, Medina e il mare, Notte di maggio, Una piccola viola, Abita qui?

Sono racconti apparsi tra il 1942 e il 1943 sulle pagine del settimanale «Grazia», che in quel periodo ospitava anche narratrici e narratori italiani di rilievo come Gianna Manzini, Alba de Céspedes, Ada Negri, Achille Campanile e altri. Le prose “ritrovate” restituiscono la fisionomia originaria della scrittrice che nei primi trent’anni della sua carriera manifesta la sua voce nella forma del racconto breve. Il suo primo romanzo, L’iguana, – sempre che di romanzo e non di racconto lungo si tratti; cfr. Baldi 2010 – viene infatti pubblicato nel 1965 quando l’autrice era cinquantenne. Anna Maria Ortese sin dall’infanzia aveva vissuto in condizioni difficili, senza alcuna sicurezza economica; spesso sopraffatta da un senso di impotenza:
«La mia malattia è stata la miseria, che, in misura eccessiva, mi ha tolto persino il gusto della vita. A momenti, provo una così profonda nausea, un’esasperazione che diventa pazzia. Chi non ha denaro, chi è povero, è sempre trascurato, brutto, sciocco.Io sento di essere diventata una vecchia. E perché, Helle, perché anch’io non ho avuto la mia parte di sole, di benedizione? perché io sono sempre stata malvestita e mai amata? Queste tristezze enormi, questi dolori così gravi, perché? Ora basta, basta».
Questo confidava all’amica e poetessa siciliana Helle Busacca il 22 luglio 1938, in una lettera spedita senza i 50 centesimi di francobollo che chiedeva a lei di pagare per permetterle di scriversi ancora presto. Nonostante le faticose condizioni in cui si ritrova, Ortese non abbandona la speranza di poter risalire a galla dal vuoto più grande e cupo e ritrovare gioia. Si deve amare la vita, averne pietà, aiutarla; un’esortazione che tornerà altre volte nei suoi scritti come piccolo esercizio di resistenza etica quotidiana.

Monica Farnetti nel suo recente Leggere Ortese (Carocci, 2025) sottolinea come la scrittrice sia stata “un caso decisamente irriverente verso le leggi e i modelli di eccellenza vigenti” e come questo posizionamento l’abbia esposta a un destino impervio ed è felice osservare come finalmente oggi in Italia si stia vivendo un rinnovato interesse verso Ortese che comincia a essere letta e apprezzata. Si riconosce nella sua vena etica e cosmopolitica un’urgenza del presente e si pubblicano suoi testi inediti, come queste preziose cinque novelle ritrovate.

A dispetto del suo isolamento Anna Maria Ortese ebbe nel corso della sua vita incontri importanti come quello, avvenuto quando era ancora ventenne, con Massimo Bontempelli. Lo scrittore fu il primo a intuire, nell’inedito di Angelici dolori, una potenza immaginativa rara, capace di trasfigurare la realtà quotidiana in un sentimento quasi religioso e favorì la pubblicazione del libro nel 1937. In quegli stessi anni Ortese soggiornò per un breve periodo nella casa veneziana di Bontempelli e conobbe la compagna di lui, Paola Masino. Le due donne appartenevano a mondi diversi: Masino, legata a un ambiente colto e agiato, Ortese segnata da una vita priva di mezzi. Eppure tra loro nacque un rapporto di fiducia e reciproca benevolenza, testimoniato da un epistolario che proseguì per circa trent’anni. In una delle lettere Ortese scrive a Paola Masino: «Vi penso come a una delle poche persone da cui ho ricevuto un vero bene».

L’attenzione agli sventurati, ai superflui, al ruolo dell’infanzia e della fragilità è già presente in queste novelle giovanili. Ortese posa il suo sguardo su ciò che è piccolo e segreto – e quasi sempre silenzioso – rivelando le qualità visionarie, la tendenza verso la rêverie e l’immagine onirica, dove fiori, erbe, sole, vento, mattine e notti sono cariche di avvertimenti o messaggi. Come dirà chiaramente in Corpo celeste lei sta dalla «parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, […] dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e nella dignità di ogni essere». In questa comunanza trasfigurativa «una comunissima violetta dal viso scuro» è la protagonista di una delle novelle dal titolo Una piccola viola, edito nel ’43 sul periodico milanese:
«Le stelle pensavano ch’ella non si sarebbe mai allontanata di là, che nessuno l’avrebbe notata e che il suo giorno si sarebbe consumato un po’ triste, un po’ soave, come di tante altre creature, nella solitudine e nel silenzio. Ma, nascosta ai piedi del maestoso albero nella notte fredda, la piccola viola non aveva cessato un attimo solo di sperare e sognare».
Una composizione di umiltà e pervicacia in cui si possono intravedere tante figure ortesiane, dotate di quell’espressività che le rende radicalmente aperte a intercettare segni e ritmi della seconda realtà. Creature che, attraverso una visione su quella realtà irreale destinata a rivelarsi come l’unica vera, costruiscono terre altre, luoghi di riparo e salvezza. Il passare, i mutamenti di ciò che si vorrebbe trattenere, che si desidera ancora incontrare, sono tema ricorrente nell’invenzione narrativa ortesiana e emergono anche in questi primi racconti legandosi ai luoghi che hanno ospitato coloro che abbiamo amato, agli spazi abitati densi di memoria. Ci sono le attese, gli incroci di sguardi, le illusioni, gli incanti e quei momenti benefici – colmi di dolcezza – anche per coloro che si credono perduti e c’è l’amore come intreccio di opposti movimenti e agente di ogni trascendenza: «Questo ricordo mi toccò in fronte con un dito di gelo, mi strinse con braccia di neve, mi supplicò di scostarmi e andar via. Non risposi. Sopportai quella stretta di gelo, ma decisi che non mi sarei allontanata da quella finestra illuminata». Si pensi a quante attese riaffioreranno nell’autobiografica allegoria de Il Porto di Toledo dove la finestra si configura soglia tra realtà e finzione, varco attraverso cui – scrive Donatella La Monaca – “interrogare il passato, inseguirne il ricordo, tessere con quel «filo che non s’addipana» un nuovo disegno di senso”.

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