24 Nov La nascita del femminismo medievale. Maria di Francia e la rivolta dell’amore cortese
a cura di Ivana Margarese
Udite, signori, ciò che dice Maria,
che nel suo tempo dà prova del suo talento,
[che non sarà dimenticato]:
la gente deve lodare
chi fa ben parlare di sé.
Lai de Guigemar, vv. 3-6
L’amore non è un baratto da borghesi,
che per possesso o per danaro
si affannano sempre su traffici vili.
Lai d’Equitan, vv. 152-54

“Un’altra rivoluzione è nata in Francia prima del 1789: la rivoluzione di Maria di Francia. Se non è raccontata nei manuali è solo perché, a differenza della prima, è una rivoluzione fallita”.
Con queste parole Chiara Mercuri apre il suo saggio, La nascita del femminismo medievale. Maria di Francia e la rivolta dell’amore cortese, e introduce la figura di Maria di Francia, che definisce a tutti gli effetti una femminista ante litteram, seppure – precisa – impiegare tale termine per il Medioevo sia chiaramente anacronistico, dal momento che non esisteva all’epoca, neppure nelle donne, la consapevolezza di avere diritto a occupare le stesse posizioni degli uomini.
Il titolo, volutamente provocatorio, ha il merito di collocare Maria di Francia all’interno degli studi di genere, stimolando un dialogo critico su una figura ancora poco conosciuta. Le testimonianze storiche e letterarie mostrano che, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la presenza delle donne sembra quasi scomparire dallo scenario europeo. Con l’insediamento delle popolazioni germaniche, tra IV e VI secolo, e il conseguente dissolvimento delle strutture che avevano sostenuto l’Impero, la condizione femminile subì infatti un peggioramento. Le donne si trovarono costrette a matrimoni forzati, esposte alla minaccia costante di stupro e impedite nel ritagliarsi mansioni diverse da quelle dell’accudimento domestico. Inoltre, le mogli che non riuscivano a garantire una discendenza maschile erano ritenute manchevoli come se fossero responsabili del sesso dei propri figli e anche dell’eventuale infertilità della coppia. Come scrive Mercuri, «nei primi cinque secoli dalle conquiste germaniche, l’immagine femminile subì una deformazione grottesca» che le rese bersaglio di sospetto e repressione: la donna, percepita come “calamita di pulsioni”, fu sistematicamente sottoposta a controllo. Ogni voce femminile che tentasse di emergere veniva bollata come lasciva, folle o deviante.
In questo contesto, la determinazione con cui Maria di Francia descrive la condizione femminile, chiedendo libertà affettiva e sessuale, appare sorprendente. Nonostante ciò, la tradizione l’ha a lungo relegata a semplice autrice di testi “sentimentali”. Eppure nei suoi Lais si intravede chiaramente la volontà di proporre un nuovo paradigma delle relazioni amorose, capace di affrontare senza remore un tema rimosso dalla cultura dell’epoca: la violenza sessuale, resa “legale” dal diritto di preda degli armati, dal matrimonio combinato e dal cosiddetto “dovere coniugale”. A lei si deve il concetto di «amore cortese», che deriva dal francese antico curteis, cortese appunto; noi abbiamo creduto che tale termine si riferisse alla corte, ma nelle parole di Maria non si parla di corte: cortesi non sono coloro che vivono a corte, per Maria, ma coloro che possiedono nobiltà, dell’animo e non del patrimonio o del sangue.
Questa tensione al rinnovamento le attira l’ostilità dei contemporanei. Nel descrivere l’invidia che la circonda, Maria ricorre all’immagine dei «cani malvagi, codardi e felloni» che mordono a tradimento, rivendicando tuttavia la propria determinazione a non tacere.
Quando in un Paese ci sono
uomini o donne di grande valore,
quelli che ne hanno grande invidia
spesso l’infamano,
al fine di abbassarne il merito.
Per fare questo
intraprendono il mestiere
dei cani malvagi, codardi e felloni
che mordono sempre a tradimento.
Non tacerò per questo,
solo perché buffoni e ruffiani
mi vogliono mettere in cattiva luce
quello di sparlare è un loro diritto!
Il fatto che Maria di Francia sia ancora oggi figura relativamente poco nota nei manuali e nella cultura generale dipende nella lettura di Mercuri dalla “cancellazione” di una voce femminile che nel Medioevo ebbe il coraggio di esporsi in maniera radicale. Poiché l’identità della poetessa non è stata definita in modo univoco, l’autrice avanza l’ipotesi che possa essere identificata con Maria di Champagne (1145-1198), figlia di Eleonora d’Aquitania. Le dolorose vicende familiari, in particolare l’accusa di adulterio e il clamoroso ripudio di Eleonora, avrebbero inciso profondamente sulla giovane Maria, orientandola verso una concezione del matrimonio non come vincolo sacro ma come istituzione legale. Maria critica l’istituto del matrimonio quando viene confuso con l’amore. Si sono fatte valere infatti le leggi, laddove avrebbero dovuto contare la tenerezza e la comprensione; si è usata la bilancia, laddove si doveva andare in perdita; si è giudicato il sentimento, laddove non si sarebbe mai dovuta subire condanna; si è preteso di misurare ciò che, per sua natura, viaggia sempre a velocità incostante.

Come suggerisce Francesca Sensini, Afrodite viaggia leggera: non le competono i pesi di Era, custode di un ordine coniugale rigido e sorvegliato. Ciò che infatti emerge dalla lettura del testo di Maria di Francia è una visione dell’amore non come «baratto da borghesi» o affare andato a buon fine ma come esercizio di libertà e di estrema attenzione.
Ne La nascita del femminismo medievale compaiono inoltre alcune osservazioni che invitano a riflettere sul presente. Mercuri valorizza un sapere che nasce dalla condivisione e sottolinea il ruolo dell’assenza come forma di nutrimento dello stare in relazione. Nel Medioevo, a differenza di quanto accade oggi, l’originalità genera solo sospetto. La novità non è considerata una qualità, ma un limite, perché solo la tradizione condivisa offre garanzia di ottenere accoglienza e approvazione presso la comunità di riferimento.
Infine Mercuri ci mostra come l’amore cortese, di cui Maria è ideatrice, si nutra dell’assenza, più che della presenza. L’assenza può essere intesa come uno spazio poetico e, al tempo stesso, come dispositivo relazionale: un intervallo che richiede un’attenta selezione delle parole e dei gesti da portare in presenza dell’amato o dell’amata:
«È l’assenza a dominare nel Medioevo. Il Medioevo è un’epoca al rovescio della nostra, così gonfia di presenza. Quando s’incontrava un uomo o una donna nel Medioevo, o si entrava in una chiesa, si approdava in un golfo, si raggiungeva un’altura, quasi sempre quella era anche l’ultima volta che la si vedeva. A ogni congedo, si faceva quindi in modo d’imprimere bene le fattezze della persona e del luogo nella retina, per trattenerne il ricordo il più a lungo possibile. Un bacio era spesso l’unico, e comunque c’era la consapevolezza che difficilmente ce ne sarebbe stato un altro. Rivedersi era sempre un seme gettato alle stelle, perché le connessioni erano difficili e per rincontrarsi poteva essere necessario il trascorrere di molti solstizi».
In questo quadro, l’amor cortese può essere interpretato come una forma di attenzione e rinuncia a ogni pretesa di controllo e configurarsi come pratica capace di produrre un’etica della relazione ancora oggi significativa.

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