19 Nov Col buio me la vedo io di Anna Mallamo
di Elisabetta Imperato
Ambientato a Reggio Calabria nei primi anni Ottanta, la storia vede protagonista Lucia Carbone, una sedicenne che vive in un contesto caratterizzato da forti tensioni sociali e dalla prima guerra di ’ndrangheta. A partire dal titolo del libro e dal nome della protagonista, ossimoro fra luce e buio, la scrittrice ci immerge in un universo letterario governato dall’unità degli opposti: «[…] il cognome che spegne il suo nome, come il nero e la luce, come la rabbia e l’amore […]» E sin dalle prime pagine del romanzo Lucia si misura con l’eredità simbolica ed emotiva del nome.
La trama prende avvio dal rapimento di Rosario, figlio di un boss locale, che viene rinchiuso da Lucia nella cantina della nonna. Al centro della narrazione il conflitto identitario e la tensione tra i mostri di sopra e quelli di sotto. La cantina stessa funziona da potente immagine dell’inconscio che ricorda, per certi versi, Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, anche se, nell’autore romano il sottosuolo rappresenta la perdita dell’innocenza mentre nel nostro caso la cantina costituisce un luogo di consapevolezza, una camera dell’Io in cui l’io narrante proietta ciò che non riesce ad elaborare alla luce del sole.
Colpiscono, nell’intero romanzo, l’intreccio sapiente tra azione e riflessione, introspezione (flusso di coscienza) e memoria, l’uso efficace del lessico familiare e di metafore e di immagini che pongono il lettore quasi davanti a un film (la voce della madre che sa di bruciato, la smania che fa un rumore di vespe, ecc.) Lo stesso dialetto presente nei dialoghi, così radicato nella terra, è utile per analizzare i personaggi e il tema della trasmissione ereditaria attraverso la catena del sangue.
Nella struttura del romanzo, il cibo assurge a simbolo di un legame cannibale che nutre e protegge, imprigiona e controlla. «Se ti sfamo sei salvo, sei mio» afferma Lucia, rivolgendosi a Rosario.
Nel sottosuolo di una città in bilico, che rotola verso il mare, e nella cantina, come in un gioco di scatole cinesi, si accumulano le cose rimosse: i segreti e nella casa della nonna lo specchio, i vecchi libri, il desiderio, il dolore e la colpa. Come in uno spazio uterino chiuso e primordiale, in una sorta di gestazione rovesciata, nella cantina si attua il ribaltamento dei ruoli: è Lucia che qui sfama e attua il controllo sul corpo di Rosario, quello stesso controllo che opera su di lei la madre nel mondo di sopra.
È Lucia che in questa discesa agli inferi, in un sotterraneo cannibale, genera il buio e lo abita per riconciliarsi con la sua eredità; non più spettatrice dell’oscurità ma sua custode, capace di vedersela con esso.

Come nel romanzo di Gospodinov La fisica della malinconia, Anna Mallamo scava nella zona sotterranea (e più autentica) dell’identità, dove corpo e memoria, dolore e tempo si mescolano rivelandosi. Lo stesso urlo di Rosario, «un muggito che viene dalla gola», ricorda quello del Minotauro dello scrittore bulgaro. In entrambi i romanzi, per comprendere davvero qualcosa bisogna attraversare il buio perché l’oscurità risulta premessa necessaria della conoscenza.
In una condizione simile a quella degli schiavi della caverna platonica, Rosario vede solo ombre e vive in una condizione di percezione distorta. Prigioniero del buio, perde progressivamente il senso del tempo e dello spazio ma a differenza del mito platonico, nel romanzo la luce non è il punto d’arrivo «che non svela ma nasconde ed espone», ma l’oscurità. Lucia così assume il ruolo del demiurgo della sua piccola caverna domestica. Il movimento non è ascendente come per lo schiavo liberato ma inverso, dalla luce del giorno al buio della cantina. L’oscurità non è il punto di partenza dall’ignoranza ma il compimento di una discesa nella psiche, condizione della rivelazione, che offre a Lucia la possibilità di guardare dentro le proprie ossessioni, in una caverna ribaltata.
C’è una scena di forte impatto visivo nella prima parte del libro in cui Lucia e sua madre piegano le lenzuola. Una di fronte all’altra come in una sfida a duello fatta di gesti ordinari e di tensioni contrapposte, in un rituale domestico. E qui, in questo faccia a faccia in cui l’una è specchio rovesciato dell’altra, si addensa l’ambiguità del rapporto tra madre e figlia, la somiglianza che le unisce e la distanza che le separa.
In un universo femminile fatto di deisse, dee della pietra che leggono i segni, si stagliano le figure di zia Rosa, con la sua giacca rossa, il segreto e il suo diario, della nonna, «che con gli occhi faceva succedere le cose», di zia Paolina e della scatola delle piccole foto in bianco e nero, di Beatrice, l’amica ancora di salvezza e ancora Maria, Jolanda , Concettina: una costellazione di ruoli e destini che ruotano intorno alla protagonista mentre sullo sfondo si collocano i personaggi maschili (in primis il padre e lo zio preside).
La scomparsa (presunta uccisione) di zia Rosa che […aveva visto qualcosa che nessuno doveva vedere […] rappresenta la ferita che Lucia vuole indagare per arrivare alla verità. La presenza assenza della zia più amata, che compare solo nel ricordo e nel racconto dell’io narrante, funziona da motore narrativo. Ed è la lingua che pagina dopo pagina si fa avanti con funzione preminente («la lingua precisa di zia Rosa era una voce che non si spegneva»). E così «la lingua muta di casa, la lingua sabbaggia di nonna, la lingua mala di Rosario».
La stessa cantina è un personaggio della narrazione: «eccitata dal sangue fresco, sente la paura di Lucia, si lecca le labbra, si mangia ogni cosa, annuisce e ride».
Sarà una fotografia, sul fondo di una scatola portata da zia Paolina a svelare il mistero, in una chiusa a sorpresa in cui tutti i finali coincidono.
No Comments