Anna Banti, “Le donne muoiono”. In dialogo con Giuliana Misserville

 

a cura di Ivana Margarese

 

Le donne muoiono è una raccolta di racconti di Lucia Lopresti, nota con il nom de plume di Anna Banti, pubblicata per la prima volta nel 1951 da Arnoldo Mondadori Editore all’interno della collana “La Medusa degli Italiani”. Nel 1947 era stato pubblicato il romanzo Artemisia in cui Banti racconta con una tecnica narrativa modernista, ibrida, la figura di un’artista coraggiosa, fra le poche – dice la scrittrice – che la storia ricordi. Ciò che sta a cuore ad Anna Banti è mostrare come il talento femminile sia stato sistematicamente silenziato, rimosso o marginalizzato dal discorso storico: un tema che ritorna con forza nei quattro racconti di Le donne muoiono, riproposti quest’anno da Mondadori all’interno del progetto editoriale “Cantiere Banti”, corredati da una postfazione di Giuliana Misserville.

In un’intervista rilasciata a Enzo Siciliano nel 1981, Anna Banti afferma di voler scrivere “di quel che la storia tace a se stessa”. Già trent’anni prima, nel saggio Romanzo e romanzo storico apparso su Paragone, riflettendo sul “fatto supposto” manzoniano, poneva l’accento su ciò che la storia omette o non riesce a dire. Vorrei partire da questa sua attenzione per i silenzi della storia, per le vite e le vicende che, dissepolte, possono restituirci una comprensione più profonda del passato.
In che modo questa esigenza di far emergere l’impensato e il rimosso si intreccia secondo te tanto nella composizione di Artemisia quanto nei racconti raccolti in Le donne muoiono?

Lasciami dire prima di tutto quanto mi  abbia elettrizzato la proposta di Daniela Brogi e Elisabetta Risari della Mondadori di scrivere una postfazione per la riedizione di Le donne muoiono. Perché significava essere parte del cantiere Banti, un progetto editoriale volto a ripercorrere la narrativa di Anna Banti smarcando la sua opera e la sua figura da una consuetudine critica attardata nella rappresentazione di una scrittrice algida, arcigna e volta al passato. Per quel che mi riguarda, ho trovato invece una scrittrice in grado di immaginare e “reclamare” un diverso futuro per le donne e anche per gli uomini. E Banti parte appunto da quelli che erano stati i silenzi della Storia, dalla disuguaglianza di genere, da quella asimmetria di memorie e documentazioni che per secoli avevano ignorato i talenti e le storie delle donne seppellendone il genio nella smemoratezza. E’ con insofferenza che Banti riafferma la sua scrittura come volta a restituire alla Storia ciò che la Storia tace a se stessa; Banti non indica colpevoli per ciò che è stato: è  più interessata a  sottolineare come nelle sue pagine corra quella che noi oggi chiameremmo una intenzione “politica”, ossia la volontà di restituire un quadro diverso e strappare all’oblio chi era stata dimenticata dai secoli. Il romanzo Artemisia (1947; riedito nel 2023 da Mondadori con la curatela di Daniela Brogi) nasce dalla stessa indignazione: quando Banti si trova a correggere il sommo Roberto Longhi che aveva omaggiato la pittrice con una frase celebre. “E’ l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, colore, impasto”, afferma Longhi. E Anna Banti replica al marito che Artemisia era valentissima, sì, ma “fra le poche che la storia ricordi” e lì in quella precisazione c’è già tutta la riflessione di Banti verso i silenzi della Storia e l’esattezza della sua visione mentre li chiama in causa. Il paternalismo di Longhi infatti riesce a staccare dal contesto Artemisia cancellando allo stesso tempo in un sol colpo tutte le altre artiste rimaste ignote. E quindi Banti si mette all’opera per ricostruire lo spazio attorno a Artemisia e colmare i vuoti del racconto storico che nel tempo hanno cancellato le artiste donne, siano esse pittrici, musiciste o scrittrici. Inoltre Banti ci offre una grande lezione su come raccontare uno stupro senza vittimizzare la donna, cosa che oggi andrebbe insegnata nei corsi di giornalismo. Ora, se vogliamo, “Le donne muoiono” è una sorta di metafora della smemoratezza della storia  e il racconto si conclude con la presa di coscienza che donne e uomini dividono la stessa sorte. Anche lì, utopia e distopia sembrano dipendere dal posizionamento di ciascuno nella scala della Storia e solo l’auspicio di un futuro condiviso occupa gli ultimi pensieri di Agnese Grasti (la protagonista del racconto) che Banti ci consegna come fosse un testamento intellettuale. Da sottolineare che quel racconto dà il titolo alla raccolta, pubblicata nel 1951, che comprende altri tre racconti (Conosco una famiglia, I porci, e Lavinia fuggita) scritti in un periodo che va dagli anni Trenta agli anni Cinquanta e che “fotografano” quattro destini femminili presi in periodi storici diversi.

Ne I porci e in Conosco una famiglia mi sembra emergere, da parte di Anna Banti, una marcata insofferenza verso le ipocrisie, le maschere e le pose di certe appartenenze familiari “boriose”, incapaci di generare relazioni realmente mobili e reciproche. I fratelli Priscilla e Lucio si annoiano insieme, si sopportano a fatica e, alla fine, sembrano non voler davvero sapere nulla l’uno dell’altro. A questo riguardo mi torna alla mente una frase di Artemisia: “Fu la collera a salvarmi. Non il perdono”. Ti chiedo dunque se la rabbia, intesa come impulso a reagire all’ingiustizia e come rifiuto dell’acquiescenza,  possa costituire una possibile chiave di lettura delle figure bantiane, e quale funzione essa assuma nelle dinamiche affettive e narrative che la scrittrice mette in scena.

Ti ringrazio per questa domanda perché mi ha obbligata a riattraversare buona parte dell’opera di Banti alla ricerca di una risposta. Ho cercato se e come Banti utilizzi la parola rabbia e in effetti rabbia e collera sono sostantivi che ricorrono spesso nelle sue pagine. La rabbia è un moto, un impulso che le personagge bantiane provano e che attesta quanto viva sia ancora in loro la voglia di reagire, quanto in loro sia ancora forte la spinta vitale e il coraggio di non rinunciarvi. E questa mi sembra la chiave di lettura più appropriata. Non sono donne rassegnate, anche se costrette a trovare un po’ di quiete (altra parola che Banti usa) solo negli interstizi del patriarcato. Tuttavia, credo che nei racconti che citi la rabbia resti un’emozione individuale. Mentre nei decenni successivi la rabbia è stata risemantizzata da molti romanzi e racconti contenenti al loro interno una forte impronta femminista; la rabbia è divenuta un sentimento collettivo, una modalità di reazione che chiama tutte a non accettare più gli abusi e a cambiare la società.
Forse per l’Italia possiamo individuare questo passaggio nel secondo dopoguerra quando nascono organizzazioni come l’Udi (nel 1945) che quella rabbia la mettono al servizio delle rivendicazioni femminili per una cittadinanza piena e riconosciuta in tutti i settori, primo fra tutti quello dei diritti elettorali attivi e passivi. Uno snodo fondamentale per Anna Banti che a distanza di tempo ricorderà ancora l’emozione provata nella cabina elettorale. E più recentemente pensiamo solo al movimento Me Too, che partito dall’America latina si è diffuso rapidamente nel mondo occidentale. E certo la rabbia dei femminismi di oggi si nutre anche di quella che per secoli le donne hanno dovuto nutrire e ingoiare.

 

 Lavinia fuggita mi ha richiamato alla mente alcune immagini di Gloria (2024), il film scritto e diretto da Margherita Vicario, nato – come ha dichiarato la stessa regista – dal desiderio di far conoscere la storia delle musiciste e compositrici vissute negli orfanotrofi italiani tra il XV e il XVII secolo, comprese coloro che collaborarono con Antonio Vivaldi. Alla luce di questo accostamento, vorrei chiederti come descriveresti la figura di Lavinia, nella quale Banti afferma di aver “messo tutta se stessa”.

Lavinia è una personaggia che rimane per sempre scolpita nella mente di chi legge. Assieme all’immagine di una barchetta che alza le vele controvento e affronta l’orizzonte. Che poi è una metafora di Lavinia, il cui animo è colmo di un coraggio che non ammette compromessi. Lei è talentuosa al punto da poter scrivere musica gareggiando con Vivaldi. Non male come controfigura di Banti, no?! Il suo destino rimane nella memoria di Orsola e Zanetta, cresciute assieme a Lavinia come “figliole” dell’istituto veneziano della Pietà. Le due amiche ricordano il dramma della scomparsa di Lavinia e nutrono verso di lei sentimenti contrastanti divise come sono tra la tristezza di pensarla morta e l’idea remota che lei sia riuscita invece a prendere il mare. Banti è molto abile nel suo non scoprire completamente le carte. Quello che anche noi sappiamo, e con certezza, è che Lavinia è fuggita, come recita il titolo; ma a che cosa ha portato questa fuga rimane avvolto nel mistero e forse nella speranza. A noi resta una prosa straordinaria per la fluidità e la capacità di ammaliarci.

L’immaginario rappresentato nel racconto che dà nome alla raccolta è un immaginario utopico e distopico. Quali sono a tuo parere gli elementi che lo avvicinano o lo inseriscono nell’ambito della narrativa fantascientifica?

La narrativa utopica ha una lunghissima tradizione che si è intrecciata con la fantascienza e soprattutto nel XX secolo ha dato luogo a quello che possiamo considerare il suo contrario e cioè la narrativa distopica. Tuttavia quello che mi sembra soprattutto interessante da sottolineare nella  rilettura critica del racconto “Le donne muoiono” è la capacità di Banti di mettere a frutto anche generi letterari apparentemente più distanti da lei, per ragionare sullo spazio riservato alle donne nella storia dell’umanità. Lei vuole ricostruire alcuni passaggi emblematici della sottomissione delle donne alle regole imposte dalla società patriarcale (anche se lei non si esprimerebbe in questo modo) e per farlo non si priva di nessuna forma letteraria e anche le più inconsuete sono maneggiate da lei con perizia e disinvoltura. Dimostrando così la sua notevole elasticità e curiosità intellettuale. Ne viene fuori una figura di scrittrice di livello europeo, in grado di svincolarsi dalle consuetudini letterarie del suo tempo e capace di immettere nella sua prosa le vaste letture interdisciplinari che faceva e che sono attestate anche dalla sua corrispondenza e dalla sua biblioteca personale. 

Restando nell’orizzonte delle riflessioni sul tempo, vorrei richiamarmi a quanto osserva Monica Farnetti in Ritratti del tempo. Virginia Woolf e le scrittrici italiane – testo che, tra l’altro, citi nella tua postfazione – quando mette in luce come le alterazioni della temporalità in Woolf e in Banti rappresentino una strategia per sovvertire e rifondare la narrazione. Ti chiederei dunque se possiamo parlare di una vera e propria affinità tra le due autrici in questo modo di concepire e di lavorare sul tempo narrativo.

Sono sempre stata affascinata da come alcune autrici e alcuni autori lavorano sul fattore tempo nei loro racconti e romanzi. Anni fa varai con il gruppo del Seminario estivo residenziale della Società italiana delle letterate una edizione imperniata proprio sul tempo e sulle variazioni della sua percezione nella letteratura degli ultimi decenni. Al centro di quelle discussioni c’era, tra le altre opere, un magnifico racconto di Alice Munro dal titolo impossibile: “Meneseteung”. E Lidia Curti e Francesca Maffioli ce ne dettero un’analisi magistrale in due saggi che ora si possono leggere nel volume Il tempo breve: narrative e visioni curato da me e da Monica Luongo per Iacobelli editore. Ecco trovo che Alice Munro e Anna Banti sappiano maneggiare il tempo come se questo fosse una seta fluida, che dispiegano e arricciano a loro piacimento, andando avanti e indietro nelle loro storie per estrarre così il senso delle vite che ritraggono e offrircene una visione interna, intima. Nel senso che ci coinvolgono e ci portano fin nel centro della narrazione e della vita. Che poi forse le due cose coincidono. Se, come è noto, Anna Banti ha rafforzato la sua predilezione per il fattore tempo proprio lavorando e riflettendo sull’Orlando (1928) di Virginia Woolf, non so se vi siano letture di Woolf da parte di Munro, cosa che mi riprometto di approfondire. Daniela Brogi ha sottolineato come le alterazioni temporali entrino da subito nella scrittura bantiana, fin dal primo romanzo pubblicato (Itinerario di Paolina, 1937). Per questo parlo di un approfondimento della riflessione avvenuto quando Banti si mette a leggere Orlando (del resto l’interesse  di Banti verso Virginia Woolf data solo dal 1945), riflessione che secondo me dovrebbe tener conto anche di The Waves del 1931. Anche se su The Waves il giudizio di Banti è impietoso (in quel romanzo si configurerebbe la sconfitta di un intelletto troppo avido di vita e di espressione). E, dopo Orlando, scrive Banti nelle pagine che dedica su Paragone all’”Umanità della Woolf” nel 1952, la Woolf più nobile si può ravvisare solo nei saggi. Anche qui mostrando Banti una indipendenza e una sicurezza di giudizio assai stimolante. 

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