La bellezza necessaria

di Ugo Morelli

Questa è una storia di donne. Donne che non si adattano al mondo. Cercano anzi di adattare il mondo a sé stesse. Al proprio sogno. Non un sogno qualsiasi. Un sogno di bellezza. Una bellezza necessaria, vissuta come tale, fino in fondo. Dalla ricerca dei particolari più elementari, alla chiesa più bella per andare a messa. Ancora più si staglia quella atmosfera di bellezza, se a narrarne la storia è l’appassionato sguardo di una nipote che dialoga non senza reverenza e profondo rispetto con la propria nonna. È’ questo il caso di Maria Teresa Venturini Fendi, che ha deciso di dedicarsi a raccontare la storia della nonna Adele Fendi, nata Casagrande, fondatrice della storica casa di moda. [Maria Teresa Venturini Fendi, Adele F. Adele Fendi, fondatrice della storica casa di moda nel racconto della nipote, Salani Editore, Milano 2025]. La storia di Adele Fendi, fin dal principio è guidata dalla bellezza: “E a lei la bellezza è necessaria, indispensabile”, scrive l’autrice. La bellezza si sa non è mai gratuita. Spesso è il distillato del dolore. Nasce degli attraversamenti di porte strette. Richiede sudore e genialità allo stesso tempo. Quando riesce genera un effetto estensivo in chi ha concorso a crearla. Si stabilisce allora una risonanza di particolare intensità tra la creatrice e l’oggetto creato. Nella genealogia di Adele Fendi sono inscritti non pochi momenti di sofferenza e di determinazione, dai quali ogni volta la protagonista riesce ad uscire con un balzo in avanti. “Ogni vita deriva da altra vita. E così ogni vita ne cattura, ne cela e ne rivela altre”, scrive Maria Teresa Venturini Fendi a proposito degli impegnativi percorsi iniziali nelle scelte imprenditoriali della nonna. Viene da domandarsi, quale ruolo svolga il geniusloci nel momento germinale di una scelta imprenditoriale, in questo caso non una scelta qualsiasi ma legata alla moda con una meticolosa concentrazione sul ruolo della bellezza.


Nel descrivere il ritorno a Roma della giovane nonna dopo il fortunato apprendistato fiorentino, Maria Teresa Venturini Fendi commenta: “La giovane torna a Roma, la capitale imperatrix, illusione di eternità. Per Adele il diktat dell’incanto, l’ideale di perfezione. Dove è permesso creare unicamente il bello”. Con leggerezza e notevole stile narrativo, l’autrice,scrivendo della propria nonna, realizza un ritratto di particolare interesse per comprendere la rilevanza del patrimonio di bellezze presenti nei contesti italiani, nel produrre la straordinaria storia della moda italiana nel mondo, di cui Fendi è una delle più felici espressioni. Non per niente l’idea del prototipo di una borsa cucita a mano, in cuoio romano, con un grosso filo in mostra, che sarà la prima fatta realizzare in proprio da un maestro sellaio, ad Adele viene ispirandosi ai “cavalli che da bambina osservava entrare nelle corti e salire elegantemente ai maestosi scaloni dai bassi esmussati gradini degli antichi palazzi romani”. Ormai la sua creatività ha trovato la via, trovando allo stesso tempo, mediante un gioco di sguardi, il compagno della propria avventura imprenditoriale ed esistenziale, Eduardo Fendi.Famiglia e lavoro cresceranno insieme, con cinque figlie e un primo laboratorio che si afferma per la qualità dei prodotti: il tutto in una decina di anni. In questa esplosione di creatività umana e produttiva emergono come fattori decisivi la leadership indiscussa di Adele e la cura ossessiva per i particolari, per la qualità e per la bellezza. Leggendo l’accurata descrizione di quel periodo nel libro, a proposito dello stile di guida delle collaboratrici e dei collaboratori: “pretende che si stirino una ad una le veline delle tante nuovissime risme perché le vuole impeccabili, senza piega alcuna”, viene in mente l’insieme di indicazioni e pretese che Adriano Olivetti aveva nei confronti dei designer dei prodotti, affinché persino le parti interne delle macchine da scrivere fossero belle, concepite e create a partire da un criterio di bellezza. Le figlie di Adele e Eduardo saranno cinque, Paola, Anna, Franca, Carla, Ada, e un sentimento di tenerezza emerge scoprendo che, al lavoro, per tenerle vicine, Adele ripone le figlie a dormire, protette nei grandi cassetti semiaperti dei mobili degli interni foderati in lino, nella sede della ditta. Lo spirito condottiero di Adele si rivela con particolare determinazione nei momenti difficili. Con la separazione dal marito Eduardo, che le era stato compagno soprattutto nelle grandi decisioni, decide di non ricorrere ad aiuti esterni: “Anziché lasciare ad altri il capitale di mestiere, sapienza e visione che aveva creato, scelse di contare su una risorsa in casa, anzi cinque. Ognuna delle figlie viene intensamente coinvolta, con una progressiva specializzazione di ruoli, nella gestione dell’azienda, senza ricevere compenso all’inizio: dovevano riferirsi alla madre per qualsiasi necessità. Una leadership forte si manifestò anche nelle decisioni statutarie: “la nonna stabilì una regola ‘diabolica’, che le figlie hanno sempre rispettato e mantenuto. Nei consigli di amministrazione, la maggioranza doveva essere ottenuta con quattro voti – e non con tre (su cinque)”, scrive Maria Teresa Venturini Fendi. Queste regole sono fecondate dalla passione. “La bellezza si condivide, si impara. Insieme all’istinto dell’amore per il bello, Adele era riuscita a trasferire loro un’appassionata determinazione per il lavoro, dimostrata anche nel riversare, per tanti anni, gli interi utili al finanziamento del loro progetto”. Aprendo finestre di comprensibilità di un intero mondo, l’autrice conduce il lettore nei quadri di un’esposizione per dirla con Modest Mussorgsky, che non solo riguardano le stanze di una casa che diviene sede di una parte importante della famiglia estesa, nonna compresa, ma anche le stanze dell’anima, quelle interiori, come la bambola smarrita di una delle sue sorelle, la più piccola, ma anche la mansarda in cui una zia, una delle cinque sorelle, ha realizzato una collezione dei suoi giocattoli in ben tre stanze, facendone un luogo della memoria di un’infanzia e di una vita dedicate al lavoro e alla creazione di un universo di bellezza. Una dote rara della leadership, e in particolare delle grandi leadership, tanto più al femminile, è la capacità di delegare. Non così per Adele Fendi, lei quella dote la pratica. Sia nei confronti delle cinque figlie, a cui viene lasciata la possibilità di provare, cercare, sbagliare, cambiare linea e scelte; sia nei confronti delle figure chiave che hanno concorso a realizzare il successo del progetto Fendi, da Karl Lagerfeld a Franco Savorelli di Lauriano. Il primo, che ha riversato la propria creatività in Fendi per cinquant’anni, dividendosi con Chanel, e che in un’intervista a Vogue nel 2010 dice: “Ho la sensazione che quando disegno Fendi sono un’altra persona rispetto a quando disegno Chanel o la mia linea. Non ho una personalità, ne ho tre”. Il secondo, detto da Maria Teresa “zio Savo”, cura la comunicazione e manda l’autrice del libro, nei pomeriggi caldi d’estate, a consegnare gelati in omaggio alle giornaliste di moda: “Un fresco pensiero da Savorelli” era il messaggio. L’esperienza estetica non ha confini e la creatività connette i diversi campi in cui si esprime. Il gioco tra il possesso e il dono tra un artista come Mirko Basaldella e Adele Fendi, con scambi di opere e di creazioni Fendi rendeva Adele felice, come racconta la nipote. La sobrietà che è un segno distintivo dell’eleganza si è accompagnata a un concetto di onestà basato sull’etica e sul valore della parola, in questa donna che ha segnato un secolo. A proposito della creatività è importante l’approfondimento che Maria Teresa fa sul filo rosso della continua ricerca di innovazione che ha accompagnato la storia della casa Fendi. Tra Lagerfeld e le sorelle si crea una sintonia volta alla discontinuità, alla sperimentazione, che oggi contraddistingue anche le esponenti delle ultime generazioni che continuano a cercare vie inedite per esprimere le proprie capacità imprenditoriali e creative. Ciò vale anche per la sensibilità ecologica. Adele Fendi fu una delle prime imprenditrici della moda ad aderire alla convenzione di Washington del 1973 per il divieto dell’utilizzo di specie animali a rischio di estinzione. “La nonna guardava già con gli occhi del futuro”. Quella staffetta volta al futuro sarebbe stata raccolta da una nipote, Ilaria Venturini Fendi, figlia di Anna e sorella di Maria Teresa, con scelte ecologiche del tutto innovative sia nella moda che in agricoltura. Quella creatività di Adele Fendi incontra le aspettative e i gusti del mondo intero; ne è prova il capitolo che Maria Teresa dedica alla passerella di ospiti del mondo dello spettacolo e del mondo della cultura che frequentano l’atelier. La capacità creativa si combina da un lato con le loro preferenze e dall’altro con la capacità di anticipare e corrispondere da parte di uno spirito particolare: “La nonna era rapida anche in questo, in un baleno poteva divenire il suo opposto. I suoi tuoni esplodevano senza che i lampo ne precorressero l’arrivo, per poi all’istante trasformarsi in raggi luminosi”, scrive la nipote nel libro. Poco dopo l’autrice, commentando il rapporto tra Adele e il suo gatto, scrive: “…mi viene da pensare che il gatto, di vedetta sul suo capo, sia stato l’unica presenza maschile a farle chinare la testa…”. Ci sono riflessioni nel libro di Maria Teresa Venturini Fendi che porta la sua analisi ad un livello di particolare complessità e sensibilità. Come quando racconta del rapporto tra Karl Lagerfeld e Jacques de Bascher commentando che quest’ultimo, con i suoi pericolosi vizi, aveva “una naturale per la decadenza, intesa come estetica della caduta”. C’è da domandarsi se tutto il periodo che ha portato alla crisi della modernità e alle derive della cosiddetta post-modernità, incluse le manifestazioni estetiche, avrebbe avuto le sue caratteristiche senza un’estetica della caduta, che Maria Teresa definisce sulfurea e celestiale. C’è un ulteriore aspetto del rapporto tra affetti e lavoro che consente di comprendere l’articolata e non semplice interdipendenza tra un progetto imprenditoriale importante e la qualità delle relazioni primarie come quelle tra madre e figlie. La testimonianza di Maria Teresa come figlia raggiunge toni struggenti quando, parlando dell’impegno lavorativo della propria madre, e dei ritmi controllati dalla nonna, scrive: “Questo ritmo forsennato così come lo scrivo, è durato per i primi venti anni della mia vita, per poi affievolirsi una routine più pacata, ma sempre intensa”. Rivolta alla propria madre Maria Teresa continua: “So già che le farà dispiacere leggere queste righe, ma non ledano da parte di noi figli e quello che sappiamo di lei e del bene che ci ha sempre voluto”. La mancanza, si sa, e allo stesso tempo il baratro in cui possiamo sprofondare, ma anche la fonte generativa di ciò che non siamo ancora. Non sapremo mai che rapporto ci sia tra i tempi vissuti con una madre mancante e le straordinarie capacità creative e professionali delle figlie di Anna Fendi. Possiamo solo immaginare che si è trattato contemporaneamente di vincoli impegnativi e di straordinariepossibilità. Al naturale bisogno di affetto il racconto di Maria Teresa in un capitolo a seguire, concede al lettore un’immagine struggente. A Chianciano con la nonna, a lei bambina la nonna fa il bagno pomeridiano. La maestria e l’affetto nei suoi gesti è così commentato: “Aveva un vero magico talento e a rituale ultimato, mi guardava soddisfatta e sorridente con aria complice. E le sorridevo anch’io, fiduciosa come la terra arsa al sole dopo un acquazzone.” Non sono molte le concessioni che Maria Teresa Venturini Fendi, in questo racconto allo stesso tempo delicato e profondo, fa ai propri sentimenti e alla propria storia, eppure risulta evidente che i grandi alberi producono buoni frutti. La vita dell’autrice si muove tra arte e cultura, contribuendo ad elevare la moda al suo significato psicologico e sociale che è uno dei tratti caratterizzanti della vicenda di noi esseri umani. Lo sguardo dell’autrice emerge sia quando parla della moda in quello che lei chiama il sancta sanctorum, a proposito dell’esposizione di Fendi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma, sia quando documenta l’espansione di Fendi nel mondo. Il racconto raggiunge vertici profondi e allo stesso tempo coinvolgenti quando deve affrontare la presentazione della malattia e della fine della nonna. Allora si chiede: “Chissà quale sofferenza pativa Adele e quali pensieri e immagini le affollavano la mente, ora che il tempo, quel tempo da lei sempre anticipato per rincorrere sé stessa, si era fermato.” Lo stesso tempo che si ferma all’improvviso nella morte giovane del padre dell’autrice, di fronte all’inspiegabile tragedia della morte e all’altrettanto inspiegabile “distacco impassibile, silenzioso, non comune per una bambina”, della sorella più piccola che per anni non parlerà di quell’evento terribile “come congelata in un pensiero di quarzo”. Solo alla fine del libro Maria Teresa Venturini Fendi si concede di rivolgersi direttamente alla nonna, per chiederle quello che avrebbe voluto chiederle da sempre: “dove hai trovato quella forza di forgiare il Caso. Di sottrarre le tue figlie ad un loro ‘altro’ destino”. Nipoti di quella forza, sia l’autrice che le sue sorelle, con la loro vita, la loro ricerca e la loro esperienza, sono forse la risposta più evidente a questa domanda.

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