08 Nov DI STORIE PASSATE E PRESENTI
di Luciana De Palma
Lo scrittore e critico letterario Dario Pontuale ambienta la trama del suo ultimo romanzo, Storia prossima (Atlantide ed.), a Roma, negli anni che vanno dal 1852 al 1898: principio della vicenda è l’emigrazione della famiglia Picca da Albano alla capitale d’Italia eletta tale dieci anni dopo l’unità.
Con una scrittura solida e allo stesso tempo capace di insinuarsi tra le sfumature cangianti degli avvenimenti, Pontuale dà vita a un contesto palpitante in cui ogni dettaglio è perfettamente incastrato in un progresso narrativo di puro magnetismo.
Tutti i personaggi, che siano reali o nati dalla fantasia dell’autore, si muovono in un vortice di suoni, colori, gesti, voci, passi che riescono a rendere tridimensionali i vicoli, le piazze, le botteghe, le stazioni, gli interni di case e palazzi tanto da riprodurre sulla carta un realistico quanto plastico alternarsi di scenari.
Solo in apparenza lo scandalo della Banca Romana, e il successivo attenuarsi di colpe e responsabilità di quanti furono implicati in questa vergognosa pagina politica, è fulcro dell’opera: la storia, o meglio la Storia, lo è.
Non più entità calata dall’alto, metamorfosi del caso o sinonimo del caos, ma variabile essa stessa, frutto di continue combinazioni sperimentate sul tavolo delle lotte politiche, degli stravolgimenti sociali, degli scontri ideologici e delle prospettive più o meno pragmatiche.
La struttura del romanzo, graniticamente fondata su un lavoro di ricerca durato ben sei anni, accoglie le dinamiche che si scatenano tra opposte visioni della vita: da una parte il senso di giustizia, di legalità e di onestà, dall’altro ambiguità, raggiri, sotterfugi, corruzione.
La battaglia è aspra, le apparenze vorrebbero sopraffare la sostanza: qualcuno cerca di mantenere inalterato lo stato delle cose, fingendo cambiamenti che invece tendono a fare in modo che nulla cambi davvero.
Muovendosi con agilità e maestria tra i particolari e le visioni dall’alto, Pontuale si addentra in una materia ostica, faticosa da maneggiare perché ingombra di interrogativi irrisolti.
La sua scrittura sgrana le ombre che tengono in ostaggio la verità, dimostrando quanto essa sia fragile e bisognosa di cura affinché ciò che si acquatta nella menzogna non si propaghi, come gramigna, nell’umanità a venire.
L’urgenza di affondare lo sguardo nella continua trasformazione degli eventi, le cui cause e conseguenze spesso restano sul fondo di una coscienza dormiente, si traduce in un lavoro tanto di memoria quanto di previsione.
Infatti il lettore, seguendo quegli eventi di fine ‘800, è indotto a ravvisare parallelismi con il presente: tra le righe, l’autore fa serpeggiare domande a cui nessuno può sottrarsi.
Dario Pontuale plasma un universo a dir poco dostoevskiano poiché, reggendo le redini di un intreccio avvincente, restituisce priorità assoluta alle forze che si scatenano quando si oppongono tra loro valori, ideali, principi, priorità politiche, sociali e culturali.
Il doppio registro linguistico utilizzato, italiano e dialetto romanesco, funge da contrafforte per i differenti livelli di scavo nella realtà; non un vezzo, quindi, per addobbare le pagine di sterile abilità fine a sé stessa, ma una necessità narrativa che conduce l’attenzione lì dove nasce il pensiero.
Il linguaggio scelto, usato e condiviso, costruisce le idee poiché veicola il pensiero in specifiche direzioni che ne amplificano il processo di sviluppo e approfondimento.
La Storia ha bisogno tanto di riflessione quanto di immediatezza e il dialetto supporta entrambe.
“Piccone scrisse finché l’alba non filtrò di taglio posandosi sugli occhi, stanchi ma ricolmi di ferrea e inesplicabile ebbrezza. Deglutì i biscotti conservati nella tracolla, ricopiò, rileggendo, poi, con risonante intonazione. Appena le parole cessarono di volteggiare, si staccò dallo scrittoio, sistemò i fogli, appagato di aver seguito con competenza il percorso che conduce dal reale alla carta”.
E quest’ultimo passaggio, dal reale alla carta, è quanto ha saputo ben realizzare l’autore che ha intinto il pennino in un calamaio di luce per addentrarsi nel fitto bosco di una storia che non poteva né doveva restare intrappolata nell’oblio, tra rami spezzati e foglie ammuffite.
A questo passaggio, poi, ne segue uno ancora più audace, fatto di azioni, intraprendenza, resistenza.
Raccontare significa consentire alla mente e allo spirito di fluire verso il delta della realtà, dove si aprono a ventaglio le infinite possibilità per ripensare una società migliore perché consapevole di sé e delle sue ragioni, passate e presenti.
“Strizzando le palpebre a caccia di un dettaglio famigliare, lui comprese che a mancargli non erano state le parole, bensì il coraggio di pronunciarle”.
Se la Storia è sempre prossima a venire, nessuno può dirsi estraneo alle sue evoluzioni, alle sue impennate, alle sue recrudescenze: soprattutto chi decide di mettere nero su bianco verità spietate perché scomode da conoscere o ricordare.
La buona scrittura è il megafono della verità affinché nessuno pensi di potersi nascondere come la luna dietro un fuscello.
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