RIGHE E PENNELLI: LE FIGLIE DELLA MADRE TERRA DI CINZIA GIORGIO E LEONORA CARRINGTON

a cura di Silvia Roncucci

 

Benevento, 1630. Rosa vive con le figlie Maria e Bianca nei boschi vicino al fiume Sabato. La loro è un’esistenza semplice, fatta di giornate trascorse a preparare decotti con le erbe che trovano nella natura o coltivano nei pressi della modesta casa. Medicamenti destinati a curare paesani, nobili, e persino ecclesiastici, che hanno fiducia nella loro arte antica e non ne mettono in discussione la buona fede. Anche perché in cambio le donne non chiedono molto: pane, frutta, olio. Fiducia.

Rosa, Bianca e Maria sono le protagoniste di Figlie selvagge (Rizzoli, 2025) l’ultimo romanzo di Cinzia Giorgio.

Il potere delle tre, umile e allo stesso tempo grande, a qualcuno non va giù. Qualcuno sempre alla ricerca di un capro espiatorio per il proprio malessere, le proprie sventure.

Su Benevento da secoli grava una leggenda nera. Quella del noce abbattuto poco lontano dalla casa di Rosa, attorno al quale, tempo addietro, si sarebbero svolti dei rituali satanici. Chi vede il demonio ovunque fa presto a confondere la capacità di fare del bene nella volontà di compiere il male. Scambiare delle medichesse per delle streghe.

Poco importa che la città sia scossa da eventi ben più concreti di queste accuse senza fondamento. Molte giovani sono state vittime di violenza. Qualcuna ha perso la vita, altre l’hanno scampata, ma lo shock è difficile da superare. Quel che sembra interessare a certi uomini, soprattutto al protomedico Pietro Piperno, è liberare Benevento dalle presunte streghe, le «janare». Anche se, come notano i più assennati, difficilmente delle donne potrebbero fare del male ad altre donne e, a quanto pare, Rosa e le figlie niente hanno a che vedere con le violenze sulle giovani vittime.

Cosa mi è piaciuto. La storia è intrigante. Il romanzo avvinghia in una spirale di curiosità grazie alla scrittura piacevole e agli eventi incalzanti. Le protagoniste hanno delle peculiarità che le rendono concrete. Rosa è dotata di pragmatismo ed empatia. Maria di una bellezza inconsapevole e purezza d’animo. Bianca di determinazione ma anche capacità di tenere a bada, al bisogno, il carattere volitivo. Gli antagonisti non sono cattivi senza una ragione. La loro malvagità si spiega con dinamiche familiari e momenti difficili che li hanno segnati. Forse l’unico limite è che alcuni personaggi maschili manifestano una mentalità un po’ troppo all’avanguardia per il Seicento, ma nell’economia della storia anche questi tasselli trovano giusta collocazione. Chi legge percepisce la profondità degli studi condotti – di cui è indicata un’utile bibliografia finale – e la passione che ha guidato Giorgio nella ricerca. Senza che la Storia prevalga sulle storie personali.

La frase più suggestiva. «La storia ci insegna che si raccoglie ciò che si semina e che di Cristo ce n’è uno solo.»

L’autrice. Cinzia Giorgio è studiosa di Women’s studies e Storia moderna. Dirige il periodico “Pink Magazine Italia” ed è autrice di saggi e romanzi spesso incentrati su figure femminili.

Nonostante il romanzo di Giorgio sia concreto e non abbia niente di surreale nel senso stretto, la potenza di donne che sanno plasmare la natura, e in un certo senso dominarla, mi ha subito fatto pensare all’artista e scrittrice Leonora Carrington (1917-2011).

Nata nell’Inghilterra post-vittoriana e nutrita di leggende, fiabe, romanzi Fantasy, già da adolescente Carrington mette al centro della propria opera le figure femminili. Dotate di poteri che derivano dalla conoscenza della natura, dei suoi frutti, ritmi, o che incarnano la femminilità stessa. Si pensi alla dea Diana che compare nella serie di acquarelli Sisters of the Moon (1932) che l’artista realizza da adolescente. Qui la divinità assume il duplice ruolo di sorella tra le altre e simbolo della luna stessa. Diana è abbigliata con vesti fuori dal comune e accompagnata da un cavallo bianco – figura ricorrente, incarnazione di libertà e desiderio – e da piccoli esseri mostruosi.

Negli anni a venire Carrington aderisce al Surrealismo e crea un sodalizio con Max Ernst che la porta a trasferirsi a Saint-Martin-d’Ardèche nel 1936. Qui i due rendono la loro casa un’opera d’arte totale che fonde vita, pittura, letteratura. Solo la guerra e l’esilio riusciranno a spezzare questa unione. Fuggita in Spagna, Leonora subisce una violenza a cui segue la permanenza in un ospedale psichiatrico, eventi che la segneranno nell’immediato traghettandola verso un surrealismo più cupo.

Anche nelle ultime opere, come La cucina aromatica di nonna Moorhead (1975) le donne sono le iniziate di un rito antico. Quello di trasformare in cibo prodotti naturali – in questo caso il mais caro alla cultura del Messico, paese dove Carrington si era trasferita nel 1942.

Soggetti dell’opera sono delle cuoche, streghe, alchimiste, che riportano a un’altra delle passioni dell’artista, l’occultismo. Si muovono in un ambiente invaso da un rosso vivo e pulsante come un utero. Compiono un rito iniziatico inaugurato dall’ingresso nello spazio sacro, segnato da un cerchio per terra, di un’oca bianca. Come la grande dea madre che compare in altre opere dell’artista, simbolo di creazione e trasmissione di valori ancestrali.

Si vedono spesso, nei suoi lavori, donne in dialogo, in gruppo, in processione. Intente, a volte, a danzare in cerchio e onorare la propria sorellanza e la madre terra.

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