23 Ott Cadaqués. Atlante delle emozioni
di Katia Dal Monte
La prima volta Cadaques è l’odore acre e dolce dell’elicriso, appeso al soffitto in mazzi assiepati e asciugati dal caldo e dall’aria di sale a L’hostal dove Dalì aveva disegnato il logo, in Placa del Passeig, che poi è la piazza principale, sterrata per giocare alla petanque, con magri alberi attorno e da un lato la spiaggia, di sassi piccoli. Sulla spiaggia si affaccia il Bar Boia, dove far colazione tutte le mattine, lasciare il telo da bagno sulla sedia e entrare nell’acqua, per poi tornare lì, seduti all’ombra, per un secondo cafè au lait… perché Cadaques è Catalogna, ma è così vicino al confine francese che tutti dicono oui, e la petanque del meridione della Francia si gioca anche qui.
Ma Cadaques è anche Spagna violenta e piena di sole acceso, quando dal nulla nella piazza sterrata le donne piano piano mettono al centro le borse di paglia e cominciano a ballare la sardana. E il cerchio si allarga, e diventano due, concentrici, e si accende un antico rituale dove sono le donne a animare le piazze, e i loro bambini, piccoli, più grandi.
Cadaques è la ricerca delle case dove hanno abitato gli artisti, Picasso, Man Ray, Dalì e Garcia Lorca, è trovare al bar Meliton la targa che indica il tavolo dove Duchamp giocava a scacchi, è ricostruire con in mano le foto dell’inizio del novecento come doveva essere questo paese incantato, adagiato in una baia che allarga gli occhi di azzurro, o di nuvole nere che scendono veloci dai Pirenei, e portano vento, e freddo, e desiderio di indossare una giacca morbida come sono morbidi i ritmi dei suoi vicoli bianchi.
Cadaques è il luogo dove siamo tornati, ossessivamente, a ricercare e ritrovare sempre la stessa aria di polvere d’oro, le botteghe degli artisti, la linea sempre uguale del mare, il profilo all’orizzonte dello scoglio Cucurucuc, l’assembrarsi attorno al Casino di gonne colorate, lunghe e cortissime, di capelli attorcigliati dal sale e dal vento, di bicchieri e pantaloni bianchi. Resistono i locali che hanno fatto la storia della vita notturna del paese, Can Rafa, El barroco, fra le bouganville e gli oleandri, le borse di paglia grandi e grandissime, i manici di pelle, ammucchiate una sull’altra, la bottega sofisticata dell’artigiana di pietre dure, lacche e argento dove ogni volta non posso fare a meno di entrare. Lì ho comprato decine di anni fa il ventaglio che descrive se stesso nella scritta lungo il bordo aixoesunventallaixoesunventallaixoes…, in catalano, perchè anche i ventagli a Cadaques si sentono così.
Cadaques è la strada che costeggia il mare, dalla piazza verso Platja Ros, e dalla piazza verso Llane, la spiaggia sulla quale si affacciava la casa modesta della famiglia di Salvador, quando amoreggiava con Federico e poi anche con Gala, prima di acquistare piccole case di pescatori a Port Ligat e unirle una all’altra, e farne il suo impero, il suo delirio, il suo riflesso nella specchiera distopica di un’altra baia, appartata, silenziosa, qualche gatto e qualche barca, chiusa come una laguna, l’acqua immobile nei tramonti estenuati e interminabili.
Una volta si arrivava a Port Ligat per una strada sterrata fra gli ulivi e le sterpaglie che si percorreva a piedi scavallando il promontorio , in cima l’eremo di Sant Baldiri, per poi scendere al luogo riservato dell’artista, all’orizzonte il mare e le uova bianche sul tetto, il giardino a terrazze, una finestra aperta nel muro a secco sul blu.
Ora andare a Port Ligat è affare di pulman turistici, sono file interminabili alla biglietteria della casa d’artista, parcheggi assolati e una striscia di asfalto. Questo che era un angolo di paradiso ora è un luogo turistico un po’ sciocco e si fatica, anche per noi così amanti di questi luoghi e così inclini a ricercarne le atmosfere, a ritrovarne gli odori, di acqua e pescato, di conchiglie abbandonate nelle reti dismesse, di oleandro e menta.
Ma ancora costeggiando la riva, nel sentiero assolato sulla scogliera da Platja Ros si raggiunge S’Arenella, e lì niente è cambiato, e l’isola, vicinissima alla costa, piena di gabbiani, proprietari assoluti fino a qualche anno fa dell’unica casa, rimanda il suo fascino misterioso e solitario, rievoca tempi di aristocratiche frequentazioni, nascosta dietro alla baia, dove il vento è sempre più forte. Ruderi di ricoveri per barche, e scorci di acqua verdissima e trasparente, arbusti piegati dalla tramontana, assenza di voci umane ma clamore di onde e vento e grida di gabbiani ne fanno un luogo di ricordo e pensiero.
C’è un negozio nella parte alta del paese dove più di 30 anni fa abbiamo comprato le acciughe sotto sale e c’è un ristorante appeso sul mare, Els Pescadors, dove abbiamo festeggiato compleanni e amore e dove torniamo ogni volta, consapevoli dei prezzi sempre più alti e della cucina sempre più comune. Ma lì quasi quarant’anni fa abbiamo mangiato insieme la nostra prima paella di carne e pesce, abbiamo guardato il sole calare con la pelle appena scaldata dal pomeriggio, ci siamo fatti accompagnare nel nostro parlare dalle voci dei bambini nell’angolo di spiaggia sotto di noi, e al buio poi ci siamo seduti sul muretto con i piedi nudi nella ghiaia fine.
La riserva naturale del Capo ha preservato in gran parte la fisionomia del paesaggio, ha conservato identica la linea del mare con le sue case bianche e azzurre, l’assenza di ombrelloni, l’abitudine morbida di mettere i piedi nell’acqua fra le barche di legno ormeggiate e poi risalire, la borsa di paglia e le infradito di gomma, nelle strade del paese, bere una cedrata e ritornare nell’acqua, ricordarsi il cappello appoggiato sulle rocce, e spostarsi di nuovo, stavolta verso il capo.
La strada che porta a Capo Creus scivola fra rocce nere e stracciate, pochi arbusti di elicriso e il mare. C’è vento forte, profumo di erba e di sale. Camminiamo fotografando orizzonti su sentieri di terra battuta che non portano da nessuna parte. Ma solo così scopriamo rocce più strane e fiori già secchi, scorci di mare nuovi e barche bianche ormeggiate. Con i vestiti inumiditi addosso, alla roccia dell’elefante ci facciamo un’altra foto, le metteremo insieme e scopriremo quanto tempo è passato dalla prima volta che siamo stati qui, la maglietta colore dell’arancio maturo, i capelli più lunghi e più scuri. Il vento è così forte che gli occhiali volano via dal naso e devono essere recuperati con fatica scendendo fra le rocce appuntite, mentre io parlo sull’ultimo ponte aperto fra due golfi profondi e scuri, e non sento la mia voce perché l’aria entra in gola e respinge le parole.
Il respiro torna breve quando la strada termina alla sommità del Capo, e la linea che calpestiamo è quella più orientale. E negli ultimi giorni in questo luogo di ricordi struggenti e vivi ci sta anche un aperitivo in un tramonto perfetto e nostalgico.
Sappiamo bene che di notte, quando non saremo più qui, ci sarà solo il fruscio potente del faro, e il rumore delle onde lontano.
Marinella Gamberini
Posted at 14:39h, 23 OttobreStupendo, emozionante e struggente!
Annamaria
Posted at 13:15h, 24 OttobreMolto sensuale
Tantrico
L’anima respira nel corpo
Giovanni Morsiani
Posted at 11:52h, 25 OttobreCadaques, ora, è anche Katia Dal Monte. L’odore acre dell’elicriso è arrivato col vento qui da noi leggendoti. Ora Dalì sa che, fra le sue muse, ci sei anche tu!
Paola Giraud
Posted at 18:21h, 25 OttobreBellissimo, Katia. Ho visitato un luogo dove non potrò andare mai,sentendo il rumore del vento e il profumo dell’elicriso.
Katia
Posted at 18:37h, 25 OttobreGrazie! Che bel commento, mi riempie di felicità
Katia
Posted at 18:38h, 25 OttobreRomantico Giovanni…..che bello, grazie!
Katia
Posted at 20:15h, 25 OttobreGrazie Paola di questo bel pensiero….