22 Ott Leggere Tondelli. Intervista a Giulio Milani
DI SARA DURANTINI
“Allora non resta che scrivere. Perché l’unica cosa che conta, in fondo, è il modo in cui si sceglie di rispondere alla ferita. C’è chi la nasconde, chi la espone, chi la dissolve in una teoria, e chi – come Tondelli – la affida alla parola. Non per guarire, non per redimere, ma per attraversarla”. Riparto da queste parole di Giulio Milani, tratte dal suo Codice Tondelli, per tornare a interrogarmi sulla figura di Pier Vittorio Tondelli. Lo faccio da una prospettiva diversa rispetto a quanto avevo già scritto, cercando, con Milani, di riflettere su ciò che stava più a cuore all’autore: la scrittura, il mestiere di scrivere. Molti anni fa, Fulvio Panzeri parlava della necessità, per Tondelli, di confrontarsi continuamente con il proprio lavoro: “un continuo ripensamento di sé in termini letterari”. E come ripensare sé stessi in relazione all’atto di narrare se non per rispondere alla ferita, o quanto meno provare a farlo?
Comincio allora da qui, dalla scrittura come ferita. Pensi che Tondelli abbia consapevolmente messo il corpo dentro la sua lingua, o questa è un’interpretazione che emerge solo dopo, a posteriori?
La scrittura come ferita è per me il punto di partenza. Non credo che Tondelli abbia “deciso” di mettere il corpo nella lingua in senso programmatico: la sua era piuttosto una necessità vitale. La sua prosa nasceva da un’urgenza che non lasciava scampo: ogni frase era un corpo che si esponeva, una pelle che si tendeva e rischiava di lacerarsi. È a posteriori, forse, che comprendiamo fino in fondo quanto quella lingua fosse fisicamente incarnata, ma già allora si avvertiva che scrivere per lui era toccare con mano la ferita.
Tondelli, come hai raccontato, è stato un autore che ha vissuto lo scontro tra il desiderio di appartenenza e la solitudine radicale. In che modo Codice Tondelli vuole restituire questa tensione al lettore di oggi?
La tensione tra desiderio di appartenenza e solitudine radicale è ciò che ho cercato di restituire con Codice Tondelli. Non ho voluto proporre un ritratto pacificato o rassicurante, ma un codice vivo, fatto di contraddizioni, di spinte opposte, di oscillazioni. In questo senso, credo che il lettore di oggi possa riconoscere in Tondelli la stessa lotta che molti di noi vivono: sentirsi parte di una comunità senza rinunciare alla propria irriducibile singolarità.
Oggi, in un panorama culturale e letterario frammentato, cosa resta del gesto radicale di Tondelli? Cosa resta del suo gesto radicale?
Resta l’idea che la letteratura non sia intrattenimento, ma atto esistenziale. Resta la possibilità di pensare la scrittura come luogo di resistenza, di apertura, di condivisione. In un panorama frammentato come l’attuale, questa è forse la lezione più urgente: non cercare un consenso di superficie, ma creare legami profondi attraverso la parola.
Nel tuo lavoro c’è una continua oscillazione tra critica letteraria e testimonianza intima. Ti sei mai sentito troppo vicino a Tondelli, tanto da rischiare di smarrire la distanza critica?
L’oscillazione tra critica letteraria e testimonianza intima non è stata semplice. Sì, a volte ho rischiato di perdermi, di sentirmi troppo vicino. Ma era un rischio che valeva la pena correre: perché parlare di Tondelli senza lasciarsi toccare nel profondo avrebbe significato tradirlo. Ho provato a mantenere la distanza critica non negando il coinvolgimento, ma mettendolo in gioco come parte integrante della lettura.
Quanto è stato importante per te il contesto storico nella ricostruzione di questo “codice”? Pensi che senza quella cornice Tondelli sarebbe stato un altro scrittore?
Il contesto storico è stato determinante. Tondelli è figlio di un’Italia in trasformazione, attraversata da conflitti culturali, politici e generazionali. Senza quella cornice, sarebbe stato un altro scrittore, certo; ma ciò che conta è come sia riuscito a trasfigurare quella realtà in mito personale e collettivo.
Se dovessi condensare l’eredità di Tondelli in un’unica immagine, che può essere letteraria, corporea, oppure emotiva, quale sceglieresti?
Se dovessi condensare la sua eredità in un’immagine, sceglierei quella del corpo che danza, in bilico tra abbandono e resistenza. Una danza fragile e insieme assoluta, che non smette di interrogare chi guarda.
Un’ultima riflessione. Quanto c’è di Codice Tondelli nel tuo precedente volume, Codice Canalini? In che modo i due libri dialogano tra loro?
Codice Canalini e Codice Tondelli dialogano tra loro perché nascono dalla stessa esigenza: recuperare memorie sommerse e restituirle in forma di racconto critico, autobiografico, comunitario. Nel primo volume era la storia di una generazione invisibile, nei ’90, a farsi codice; nel secondo è la vicenda di un autore che ha trasformato la propria vita in letteratura attraversando tutti gli anni ‘80. Entrambi i libri sono tentativi di scrivere non solo di qualcuno, ma con qualcuno, dentro una relazione viva che continua ancora oggi.
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