Il signor Palindromo

di Elisabetta Imperato

Un giorno, un famoso mecenate invitò i suoi protetti per una gara insolita: bisognava comporre nientepopodimeno che un madrigale o una ballata in figure, per partecipare a un prestigioso premio letterario. Il primo ad arrivare fu il signor Palindromo, che si chiamava Otto, accompagnato dalla moglie Ada.

Quando Palindromo entrò nella prima stanza, fu preso da un moto di stizza. Si accorse che nel posto d’onore stazionava il signor Bifronte, il quale, nel vedere il suo antagonista, prese a scrutarlo con occhietti perfidi, tipici delle persone false e inaffidabili con cui Palindromo non voleva avere niente a che fare.  In un attimo, un figurante come Bifronte sarebbe stato capace di ambiguità inaudite, con un ribaltamento delle sue posizioni, affermando e negando allo stesso tempo un identico concetto. Alla sua sola presenza l’ocra delle pareti poteva trasformarsi in un arco mortale, e l’enoteca in acetone che avrebbe guastato il vino, rendendolo imbevibile. Bifronte era un soggetto pericoloso: con un solo tocco sarebbe stato capace addirittura di spostare l’Italia ai lati del continente, facendole perdere quella bella posizione tra due mari.

“Sarò anche una figura retrograda”, pensò il signor Palindromo, ma di faccia ne ho una sola e non sono un voltagabbana opportunista come questo figurante. Io resto sempre lo stesso, coerente, limpido e cristallino come acqua di fonte. Quando affermo qualcosa, non faccio altro che dire il vero. Una infatti e una sola è la verità. Che i topi non avevano nipoti è un fatto certo, e tale resterà fino alla fine dei tempi. La storiella dei topi era figlia di una figura coerente, un palindromo tutto d’un pezzo come lui, che pur rivoltandosi cento volte, avrebbe avuto sempre la stessa fisionomia.  Non a caso si chiamava Otto. Nome omen, dicevano gli antichi: nel nome era iscritta l’identità di ciascuno. Per questa ferma convinzione aveva scelto sua moglie proprio a partire dal nome.

Il signor Palindromo si guardò intorno perplesso alla ricerca di un volto amico ma non vide nessuno. Al momento erano solo in due nella prima stanza. Di primo acchito pensò di mollare la gara e di andarsene per i fatti suoi ma siccome in fondo era un gentiluomo e non voleva sfigurare con il suo mecenate, per educazione si allontanò dalla prima stanza e cercò un posto migliore nella seconda.

Purtroppo anche lì le cose non migliorarono. Si accorse infatti che nella seconda stanza la poltrona migliore era occupata dall’odioso signor Anacoluto. Pertanto non poté trattenere un ulteriore moto di stizza ed esclamò: “Poffarbacco, qui mi si vuole morto, dandomi il tormento. Che ci faccio vicino a questo signore con cui non si può ragionare? È più antipatico del primo; comincia un discorso campato in aria e passa all’altro senza alcuna coerenza. Da perderci la testa”.

Nel frattempo il padrone di casa, per intrattenere gli ospiti, fece cenno al direttore d’orchestra di aprire le danze e gli orchestrali, che non aspettavano altro che essere interpellati, si prepararono a dare fiato alle trombe.  Il primo ad avviare la melodia fu il pianista che cominciò a spargere nell’aria le note della sinfonia n. 47 in sol maggiore di Haydin. Con quella musica sublime il signor palindromo ritrovò la calma. La composizione, che rispecchiava il suo stesso animo, lo pacificava. Era così simile a lui, con quel ritmo palindromo. “Questa sì che è musica”, pensò, mentre si abbandonava a quelle onde sonore, gongolando come un pischello tra le braccia della mamma. Aveva appena superato il malumore suscitato dagli incontri precedenti quando entrò in sala la signorina Sineddoche che con una mossa di culo si fece spazio tra le strette file delle poltrone per posizionarsi in bella vista alla sua sinistra. Dove arrivava lei, che si faceva largo a colpi di strattoni, si generava un parapiglia. Spintonato di qua e di là, con la parte più generosa del sedere di lei che sporgeva dalla poltrona accaparrandosi parte di quella occupata, il povero Palindromo, confinato ai margini del bracciolo sinistro, si sentiva soffocare. L’insofferenza cresceva in una marea di sbuffi mentre un pensiero fastidioso si faceva largo nella sua mente: Quando si arriverà al brindisi finale, questa grassona invadente sarà sicuramente capace di scolarsi un’intera bottiglia in un sorso solo, lasciando noi altri a bocca asciutta. “

Stretto tra uno sgrammaticato Anacoluto e una esuberante Sineddoche, Palindromo tentò di recuperare il suo spazio con un movimento ondulatorio. Ma niente. La Sineddoche non aveva nessuna intenzione di lasciargli il posto. Anzi, con la sua mole imponente si allargava sempre di più, confinando il malcapitato ai limiti estremi della seduta. Spazientito e rassegnato a quella invadenza di campo, il povero Palindromo stava per alzarsi e cercare un nuovo posto, quando nelle stanze del palazzo si diffuse la voce del padrone di casa che richiamava gli ospiti all’appello. Erano arrivati tutti i figuranti e bisognava contarli, riunirli nella prima stanza e dare avvio alla ballata.

Al grido “Orsù l’endecasillabo sia sciolto”, ci fu una mobilitazione generale. I convitati si alzarono dalle rispettive postazioni e si precipitarono nel luogo convenzionato. La signora Sineddoche si piazzò al centro della stanza, occupando tutto lo spazio del verso, mentre la signora Iperbole, che reputava essenziale la sua prestazione, le faceva presente che quella posizione di prestigio, da prima donna, sarebbe spettata a lei. La signora Antitesi, noto spirito di contraddizione, per dispetto si piantò di traverso tra le due, contrastata dal signor ossimoro che le contendeva il posto.

Contemporaneamente la signora Anafora cercava di imporsi sulle altre voci ripetendo che tutti i primi posti, verso dopo verso, spettavano a lei. Madame Ellisse, che non voleva giammai essere terzina, per farsi spazio tra le altre Figure, tentava di eliminare fisicamente, a colpi di fiancate, i compagni di ballata mentre Anastrofe cambiava continuamente di posto, aumentando la confusione generale. L’ospite, a questo punto, fu costretto intervenire per mettere un po’ di ordine tra le figure.

“Signori e signore, sù, un po’ di contegno, è ora di finirla con questa caciara perché in questo modo non concludiamo nulla”.

Ma non c’era verso di ricomporre le Figure per avviare il madrigale. Ciascuno pretendeva il primato nell’avvio della poesia. La pace fu raggiunta soltanto grazie al signor Chiasmo, costretto a scendere in campo, in extremis, quando tutto sembrava perduto, per generare l’accordo necessario, mediando strategicamente tra gli opposti desiderata. Signore e signori furono disposti in un perfetto incrocio a X che formava equilibrate coppie di figure. Era la soluzione indispensabile per non scontentare nessuno. Solo così, in una disposizione incrociata si poterono attenuare i diverbi che, per colpa di un individualismo esasperato, rischiavano di mandare all’aria il progetto poetico. Non si erano ancora del tutto pacificati gli animi, quando sopraggiunse provvidenzialmente la signora Sinestesia che fornì un contributo decisivo alla conciliazione generale. Con una mossa da maestra, un vero colpo di genio, riuscì ad accostare le rimanenti Figure contrapposte: il signor Bifronte con il signor Palindromo, la signora Antitesi con la signora Similitudine, il signor Anacoluto con la signorina Sineddoche. Altre Figure, poi, furono sistemate nel modo migliore possibile. Mancava un ultimo tocco per armonizzare gli invitati privi di posto nel componimento poetico, quando scese in campo la grande pacificatrice Litote, nota mademoiselle del savoir faire, che con un sapiente intervento dialettico, degno del miglior retore dell’antica Grecia, mise pace tra gli astanti, attenuando con sofisticati sillogismi di prima figurai difetti che gli uni attribuivano agli altri.

“Siete parte indispensabile della stessa famiglia e ciascuno di voi, nel modo più congeniale, potrà contribuire alla vittoria finale. Solo uniti potrete riuscire nell’impresa”.

Finalmente ogni figura si sentì importante parte del tutto e il padrone di casa poté dar vita al primo endecasillabo.

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