La resilienza del panda, ovvero dell’imprevedibilità dell’evoluzione

di Nerio Vespertin

 

 

Non siate razzisti –  recita un famoso motto su internet – siate simili al panda, che allo stesso tempo è bianco, nero e asiatico.

 

Tuttavia, alla luce di quello che ci viene rivelato nel saggio di Cyrille Barette, “La resilienza del panda”, in Italia tradotto da Elisabetta Garieri ed edito dalla Codice Edizioni, ci rendiamo conto che questo assunto è incompleto. Seguendo il ragionamento dovremmo anche aggiungere: siate inclusivi e versatili come il panda, perchè fa parte della famiglia degli orsidi, pur essendo profondamente diverso da qualsiasi orso.

E siate imprevedibili come il panda, perchè pur avendo una dentatura da onnivoro, si nutre quasi esclusivamente di bambù.

Infine, siate ostinati come il panda, perchè pur in pericolo d’estinzione, continua a esistere al mondo contro ogni aspetattiva, affascinando e facendo innamorare gli esseri umani.

 

Le 160 pagine del testo si configurano senza ombra di dubbio come un saggio scientifico dal taglio discorsivo e di gran pregio tecnico: la tesi di Barette è enunciata in dettaglio, servendosi di immagini illustrate molto dettagliate. Tuttavia, nonostante l’alto valore scientifico, la lettura è tutt’altro che piatta e asettica: l’autore si concede piacevoli digressioni discorsive, al limite della narrazione, permettendoci di sviluppare un genuino interesse per questa creatura fin troppo iconizzata, ma assai poco nota. Dietro la maschera un po’ laconica da mascotte del WWF, scopriamo difatti una realtà complessa e tutt’altro che scontata: gli equivoci accompagnano il panda sin dalla sua prima catalogazione, ad opera del missionario e naturalista Armand David nel 1869, che per averlo scoperto quarantaquattro anni dopo il “panda rosso” (Aiulurus Fulgens) prese la decisione di accomunarlo alla sua stessa famiglia (nonostante il primo sia ben più vicino agli orsetti lavatori che agli orsidi). Soffermandoci sull’etimologia del nome, passando attraverso la questione della famiglia d’appartenenza, la sua è una storia che suscita la stessa suspense che provocherebbe la lettura di un giallo: il mistero c’è ma a differenza dei gialli non è per una vittima, bensì per un sopravvissuto. Il panda è una creatura che sfida in primis la comprensione della sua natura e successivamente la nostra concezione dell’evoluzione.

 

Come spiegare, ad esempio, una scelta d’alimentazione così svantaggiosa, considerando la sua predisposizione fisiologica all’onnivoria, con una conformazione dentaria fatta per frantumare e spezzare, che tuttavia si mostra incredibilmente versatile per spremere e appallottolare. Barette riesce a trasmettere tutta la profondità delle sue tesi scientifiche rendendole accessibili anche ai meno avvezzi alla biologia e alla zoologia. Non si spaventino dunque coloro che hanno sempre rifugito le letture tecniche: anche quando si scende in dettagli fisici meticolosi, il testo si propone con uno stile conciso e giornalistico, a tratti enigmatico. Per certi versi l’argomento di cui tratta è davvero un enigma: dallo scarso regime calorico della sua alimentazione, alla sua bassa fertilità, sembra assurdo che questa creatura sia arrivata fino a noi dopo un percorso di ben otto milioni di anni, con scelte evolutive ai limite dell’incredibile.

 

Lasciandosi guidare dalle parole del biologo, al pari di un investigatore, scopriamo alcune ipotesi in merito a questo percorso, con visioni fugaci sul passato del nostro pianeta. È possibile assaporare un brivido raro nel corso di questa scoperta: la natura ci dimostra quanto la sua versatilità e creatività sia insuperabile nel far affermare la vita. Come si intuisce in un capitolo molto interessante, dedicato alla trasformazione dell’ossatura mandibolare del panda, ogni cosa non accade per caso, ma per un efficientissimo meccanismo di adattamento. Ed è incredibile scoprire tutti i dettagli di questo meccanismo, come gli apparentemente piccoli dettagli sulla dentizione, diversi da quelli di qualsiasi altro orso, che nel tempp hanno contribuito inesorabilmente allo sviluppo di una dieta esclusivamente erbivora.

Da strumento di frantumazione a complesso ed efficientissimo strumento di spremitura del succo dalle foglie di bambù. Analogamente, lo stesso è successo per il finto pollice della zampa anteriore: da appendice prensile a strumento di selezione dei germogli più teneri. Tutto ha contribuito all’ottimizzazione di una dieta essenziale, garantendo la sopravvivenza in modi insospettabili.

 

Ci si lascia così guidare a ritroso, attraverso le curve più confuse dell’evoluzione. Affrontando il complesso sistema di causa ed effetto come con i pezzi di un rompicapo. Alla fine del libro è difficile non rimanere affascinati, coinvolti emotivamente al di là di qualsiasi sospetto iniziale, se si considera che si era cominciato a leggere un ‘banale’ saggio scientifico.

 

Ciò che coinvolge principalmente i lettori, giunti al termine della lettura, è la domanda implicita che attraversa tutto il testo: quanto di quello che caratterizza la vita oggi è il frutto di un processo di mutamento e quanto invece il risultato di una scelta volontaria?

Una domanda che, declinata nella nostra specie, autoproclamatasi dominante e “superiore” rispetto alle altre, ci costringe a rivedere le premesse dell’antropocentrismo. Ala luce del medesimo meccanismo imperscrutabile che risponde al nome di processo evolutivo e che ha guidato il.panda attraverso i secolo, anche la nostra presenza e peculiarità su questo pianeta è tutt’altro che volontaria e meritevole.A pensarci bene, anche noi siamo proni alla stessa mano invisibile e tutto sommato è proprio lei, l’imprevedibilità dell’evoluzione sul nostro pianeta, la vera protagonista del libro di Barette.

Come anche la protagonista delle nostre vite.

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