L’immaginazione ecologica: raccontare umani, animali e ambiente oltre l’antropocentrismo

di Corrado Fizzarotti

 

Prendiamo per buona un’affermazione quasi scandalosa che Richard Powers inserisce nel suo monumentale The Overstory (2018): «Le migliori argomentazioni del mondo non cambieranno la mente di una persona. L’unica cosa che può farlo è una buona storia». La sfida che ci lancia è chiara: riflettere sul potere della narrativa nel plasmare le nostre convinzioni. Se solo le storie possono davvero cambiare il modo in cui vediamo il mondo, allora la domanda che segue diventa cruciale, quasi una questione di sopravvivenza: che tipo di storie ci stiamo, oggi, raccontando?

In un’era che abbiamo deciso di chiamare Antropocene, e che si manifesta con l’eleganza di un allarme antincendio globale, il punto è che la crisi climatica è anche, e forse soprattutto, una crisi dell’immaginazione. Non a caso lo scrittore Amitav Ghosh ha osservato che la crisi climatica è anche «una crisi della cultura», suggerendo che per affrontare le sfide ambientali abbiamo bisogno non solo di nuove politiche, ma di nuovi immaginari. La letteratura, in questo scenario, smette di essere intrattenimento e diventa una specie di palestra per la percezione, un attrezzo per ricalibrare lo sguardo. Per imparare, come diceva Italo Calvino già in tempi non sospetti, a “essere in mezzo al mondo” in un modo nuovo. Perché è questo che fanno le storie, alla fine: prendono il rumore bianco e caotico del reale e lo trasformano in un disegno dotato di senso, ci costringono a vedere le connessioni invisibili tra il nostro pranzo e la sorte di una foresta lontana.

Questo saggio è un tentativo di mappare alcune di queste nuove rotte narrative. Sarà un viaggio attraverso generi e autori che, in modi radicalmente diversi, hanno provato a scardinare la nostra prospettiva di primati presuntuosi. Dalla fantascienza speculativa di Ursula K. Le Guin al realismo magico e fluviale di García Márquez, passando per le riflessioni postcoloniali di Amitav Ghosh. L’obiettivo è sondare come l’immaginazione possa anticipare le crisi, sfidare le nostre certezze e, soprattutto, provare a dare voce (o, più umilmente, a prestare ascolto) a tutto quel che umano non è.

 

Laboratori narrativi del futuro

Partiamo dalla fantascienza, il genere letterario che ha fatto, più di tutti, da ‘reparto ricerca e sviluppo’ per l’immaginario ecologista. Con decenni di anticipo sulla sensibilità comune, ha usato i suoi laboratori narrativi [pianeti alieni, futuri distopici, tecnologie impossibili] per smontare e analizzare il nostro rapporto con il pianeta Terra. Già negli anni ’70 Ursula K. Le Guin immaginava mondi lontani per parlare dei problemi della Terra: il suo Il mondo della foresta (The Word for World Is Forest, 1972) racconta di un pianeta ricoperto di alberi, colonizzato e sfruttato dagli umani, dove la popolazione nativa vive in simbiosi con la foresta. In quella cultura aliena la parola per “mondo” coincide con la parola per “foresta”, un dettaglio linguistico che rivela un’intera filosofia ecologica. Le Guin usa la metafora fantascientifica per criticare il colonialismo e la distruzione ambientale, ma anche per porci una domanda radicale: e se esistessero modi di vivere in cui la distinzione tra umanità e natura non ha senso, perché il mondo stesso è percepito come un’unica, immensa foresta vivente?

Da qui, la valanga. Autori come Margaret Atwood con la sua agghiacciante trilogia di MaddAddam e, più di recente, Kim Stanley Robinson con il suo quasi-manuale-per-la-sopravvivenza Il Ministero per il Futuro (2020), hanno dato vita a un filone che oggi chiamiamo climate fiction (o cli-fi, per gli amanti dei neologismi un po’ sgraziati). La climate fiction è quel filone narrativo in cui i cambiamenti climatici diventano il propulsore della storia e dei conflitti. Opere di questo tipo estremizzano scenari scientifici reali: innalzamento dei mari, siccità apocalittiche, migrazioni di massa, nuove pandemie. La loro funzione, però, non è predire con esattezza il futuro, bensì farci vivere emotivamente il significato di quei cambiamenti nel presente. Ad esempio, leggendo Ministry for the Future ci troviamo a seguire da vicino le conseguenze umane di un’ondata di caldo letale in India, o gli azzardi della geoingegneria per raffreddare il pianeta. Allo stesso modo, Atwood costruisce nei suoi romanzi un mondo post-apocalittico in cui la civiltà è collassata in seguito a catastrofi bio-ingegneristiche e climatiche, esplorando con ironia le possibili derive della nostra società consumistica. In tutti questi casi, la fantascienza ecologica funziona come un laboratorio etico: ci costringe a confrontarci con le potenziali conseguenze delle nostre azioni collettive, rendendo tangibile l’astratto. Qui il punto non è più la metafora, ma la simulazione. La cli-fi prende le proiezioni scientifiche e le attualizza, le rende storia.

Vale la pena sottolineare che il contributo della fantascienza all’immaginario ecologico non è solo distopico. Esiste anche una corrente utopica o almeno costruttiva. La stessa Le Guin, in Always Coming Home (1985), immaginava una società post-industriale della California del futuro che vive in un equilibrio quasi anarchico e meravigliosamente complesso con il proprio ecosistema. Robinson, da inguaribile ottimista, riempie i suoi romanzi di modelli economici alternativi, città sostenibili, nuove forme di cooperazione globale. Queste “utopie concrete” offrono al lettore visioni alternative in cui l’umanità ha trovato un modo di coesistere con il pianeta, ispirando magari azioni nel presente. Del resto, come osserva il citato Powers: un mondo prima va immaginato, solo dopo può essere conosciuto. La fantascienza ci aiuta proprio in questo: ad immaginare mondi diversi, cosicché un domani possano diventare realizzabili.

Il presente reincantato

Poi c’è l’altra strada, quella che non si lancia nel futuro ma si immerge nel presente per, diciamo così, reincantarlo. Il realismo magico e altre narrazioni fantastiche cercano proprio questo: restituire al presente un’aura di meraviglia, mostrando un mondo in cui il confine tra umano e non-umano è molto più sottile di quanto immaginiamo.

Nella tradizione di certa narrativa sudamericana [da Gabriel García Márquez a Isabel Allende] la natura spesso si manifesta in modi soprannaturali o simbolici, sottolineando la sua agenzialità e il suo legame profondo con le vicende umane.
Cent’anni di solitudine (1967) di García Márquez è emblematico. A Macondo, il villaggio dei Buendia, la natura non si limita a “fare cose da natura”: scatena diluvi che durano quattro anni, undici mesi e due giorni, fa piovere minuscoli fiori gialli, infligge siccità che sembrano maledizioni. Questi, più che eventi, sono personaggi. A un certo punto arriva a Macondo una compagnia straniera che sfrutta le piantagioni di banane, portando ricchezza effimera ma anche distruzione ecologica: l’abbattimento delle foreste e lo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali trasformano Macondo in un riflesso dell’alienazione industriale in America Latina, con uno sviluppo insostenibile che degrada la terra e impoverisce i suoi abitanti. La punizione, o forse solo la conseguenza, è quella pioggia torrenziale che sommerge ogni cosa dopo il massacro dei lavoratori: un castigo biblico, la prova che la storia degli uomini e quella del clima, lì (ma anche altrove), sono inseparabili.

Il realismo magico opera dunque una sorta di sdoppiamento di prospettiva: da un lato c’è la lettura “realistica” e quasi scientifica (sì, la deforestazione porta a disastri idrogeologici); dall’altro c’è quella “magica”, che appartiene alla cultura locale, per cui un fiume può adirarsi e una foresta può vendicarsi. Questa doppia modalità rispecchia spesso l’incontro/scontro tra mentalità occidentale e visioni indigene. La critica ha definito questa caratteristica “realismo magico antropologico”, quando il punto di vista nativo (per cui il mondo naturale è popolato da spiriti e presenze sovrannaturali) coesiste accanto a quello razionale occidentale. Il risultato è che il lettore occidentale viene sfidato a mettere in dubbio la propria idea di realtà: fenomeni che la scienza etichetterebbe come impossibili sono narrati con naturalezza, quasi a suggerire che la razionalità moderna non abbia l’esclusiva nel comprendere il mondo. Nelle culture tradizionali, sembra dirci il realismo magico, gli animali, le piante e persino le montagne o i fiumi hanno voce, volontà e memoria.

Ecologie dalla frontiera

Parlando di prospettive indigene, non è possibile ignorare l’intero filone delle letterature postcoloniali. Dobbiamo spostare la telecamera, puntarla lontano dai centri nevralgici del potere e della narrazione, verso quelli che per troppo tempo abbiamo chiamato i “margini” del mondo: Asia, Africa, Caraibi e, appunto, Sudamerica. È da qui, da contesti segnati a fuoco dall’esperienza coloniale, che arrivano le prospettive ecologiche più radicali e, forse, più oneste. Perché qui la critica all’antropocentrismo (questa nostra bizzarra idea di essere i padroni di casa del pianeta) non è quasi mai separata dalla critica al colonialismo e al capitalismo globale, visti come un unico, grande meccanismo di sfruttamento congiunto degli esseri umani e della terra che li ospita.

Nessuno ha articolato questo punto con la lucidità di Amitav Ghosh. Nei suoi romanzi (come Il paese delle maree o Gun Island) e nei suoi saggi (su tutti La grande cecità) Ghosh parla della crisi climatica come di un fallimento narrativo.  Per annii, sostiene, la letteratura con la L maiuscola ha considerato i cataclismi naturali, gli animali, le foreste come argomenti di serie B, roba da reportage o da fantascienza dozzinale, mentre si concentrava sui drammi interiori di personaggi benestanti. Il problema è che ora l’inimmaginabile [città che finiscono sott’acqua, cieli rossi per gli incendi, intere popolazioni in fuga dalla siccità] è diventato la nostra cronaca quotidiana, e noi ci scopriamo senza storie adeguate per capirlo, per dargli un senso. L’invito di Ghosh è allora un vero e proprio appello alle armi per scrittori e artisti: rompete il silenzio, inventate forme nuove per raccontare l’impensabile, e soprattutto restituite voce e dignità agli ecosistemi, trattandoli come attori a pieno titolo della Storia e non come scenografie.

Nei romanzi postcoloniali accade proprio questo, letteralmente. La terra, le piante, gli animali smettono di essere oggetti e si fanno soggetti. In Animal’s People dell’indiano Indra Sinha, il narratore è un ragazzo sopravvissuto a un disastro chimico (ispirato alla tragedia di Bhopal) che lo ha lasciato deforme, costretto a camminare a quattro zampe. Lui stesso si definisce un “figlio degli animali”, un ibrido la cui sola esistenza manda in cortocircuito le rigide categorie con cui il potere coloniale e industriale classifica i viventi. Se ne Il libro della giungla di Kipling (1894) gli animali insegnavano al bambino umano le leggi della foresta (in una visione però paternalistica, figlia dell’era coloniale), oggi autori africani come la nigeriano-americana Nnedi Okorafor o attivisti-scrittori come la keniota Wangari Maathai (Premio Nobel per la Pace nel 2004, autrice di La religione della Terra) recuperano la saggezza ecologica indigena, in cui la foresta e gli animali sono protagonisti con diritti e volontà. Anche la scrittrice caraibica Jamaica Kincaid, nelle sue memorie e racconti ambientati ad Antigua, ci mostra come persino i giardini botanici importati dagli europei fossero strumenti di dominio, un modo per sradicare la flora locale e imporre un ordine estetico e culturale alieno. Nei suoi testi, invece, rivendica una riconciliazione con la vegetazione autoctona, con le piante medicinali tramandate dalle nonne, una sorta di decolonizzazione dell’immaginario naturale.

Queste prospettive dal Sud del mondo sono cruciali perché la crisi climatica è vissuta in modo diseguale: chi ha meno responsabilità spesso ne subisce le conseguenze peggiori. L’emergenza ambientale non è democratica; è ferocemente classista e razzista. Chi ha inquinato di meno nella storia ne subisce quasi sempre le conseguenze peggiori. Il romanzo postcoloniale ha il merito enorme di sbatterci in faccia questa ingiustizia, raccontando le vite concrete di pescatori, contadini e abitanti delle baraccopoli. Ci fa capire, in altre parole, che non esiste “crisi ambientale” separata dalla “crisi sociale”: sono due facce della stessa medaglia. Mostrando comunità che resistono, che ricordano antichi rituali o sperimentano nuove solidarietà, queste storie offrono anche un repertorio di strategie di resilienza culturale di fronte al disastro. Tra le righe della denuncia, quasi sempre, si intravede una speranza ostinata, cocciuta: l’idea che dalla rovina possa germogliare una diversa forma di convivenza, magari più giusta verso tutti i viventi.

Dare voce a chi umano non è

Attraversando tanti generi e latitudini diverse, emerge un filo rosso comune: la necessità di decentrare l’umano dal piedistallo su cui la modernità l’aveva collocato. La letteratura contemporanea, da prospettive disparate, sta erodendo la barriera immaginaria tra l’uomo e il resto del vivente. Che sia tramite un pianeta lontano dove l’uomo è l’alieno, una giungla in cui gli spiriti degli animali guidano il destino dei protagonisti, o una sequoia millenaria che diventa il perno di un romanzo, il messaggio è simile: dobbiamo cambiare sguardo, riconoscerci parte di una rete più ampia di vita. Molti autori oggi assumono deliberatamente punti di vista non umani nelle loro opere. Richard Powers in The Overstory fa percepire al lettore la voce degli alberi (o meglio, traduce i loro tempi e i loro linguaggi in una narrazione corale), riuscendo a farci provare empatia per essi come personaggi a pieno titolo. Nella saggistica di divulgazione scientifica [ad esempio nei lavori del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso o nel bestseller La vita segreta degli alberi di Peter Wohlleben] si è diffusa l’idea che gli alberi comunichino e che le foreste abbiano una sorta di intelligenza collettiva. Quando queste intuizioni entrano nella fiction, l’effetto è dirompente: il lettore può vivere dall’interno l’esperienza di essere radice o foglia, di percepire il tempo alla scala di una quercia secolare.

A voler essere pignoli, l’idea di far saltare il confine uomo/animale non è una primizia del XXI secolo. Cuore di cane di Bulgakov e La metamorfosi di Kafka avevano già frantumato questo tabù, ma lo facevano con intenti satirici o per scandagliare l’abisso dell’angoscia esistenziale. Oggi questa spinta si rinnova con una coscienza ecologica: in Kafka sulla spiaggia di Murakami i gatti possono tranquillamente conversare con un camionista, mentre in Fox 8 di George Saunders assistiamo a un racconto straziante in prima persona di una volpe che impara il nostro linguaggio (uno sgrammaticato e dolcissimo “volpese”) solo per poter descrivere l’orrore di un centro commerciale che divora la sua casa. Queste scelte stilistiche sono tentativi di scardinare l’antropocentrismo dall’interno della forma-romanzo, facendoci sentire “altro” almeno per la durata della lettura. Un allenamento all’empatia interspecie. Un esercizio spirituale laico per un’epoca che ha un disperato bisogno di imparare a coesistere.

Cuore di cane (M. Bulgakov) – Voci libere in URSS

 

Immaginare per sopravvivere

Se c’è una cosa che emerge da questa panoramica, è che per capire davvero qualcosa (che si tratti della vita segreta di una foresta o del perché una città stia diventando invivibile) serve uno sforzo, un cambio di prospettiva, uno spostamento quasi fisico del nostro centro di attenzione. La grande letteratura, in fondo, è proprio questo: un potentissimo simulatore di prospettive altrui. Leggendo, possiamo abitare per qualche ora il corpo di un animale, o respirare con i polmoni di una foresta, o immaginare com’è vivere su una Terra futura devastata dai nostri errori. Queste esperienze finzionali possono tradursi in semi di consapevolezza reale.

Certo, non sarà un romanzo a fermare da solo lo scioglimento dei ghiacci, siamo seri. Ma è altrettanto vero che senza immaginazione non saremo mai in grado di concepire soluzioni complesse e coraggiose. Le storie allenano la nostra immaginazione etica: ci insegnano a sentire la connessione con ciò che ci circonda, a provare un’empatia che si estende oltre i confini della nostra specie, fino a includere, forse, un fiume, un lupo o una quercia secolare.

In fondo abbiamo un solo mondo, e non ce ne sarà dato un altro. La buona letteratura riesce a ricordarcelo con una voce duplice: razionale e fantastica insieme, capace di commuovere e far pensare. Abbiamo un bisogno disperato di tutte le storie possibili per immaginare una via d’uscita dalla nostra complicata situazione attuale. Per fortuna, molte di queste storie già esistono: dobbiamo solo ascoltarle e lasciarci trasformare. Forse il primo passo per salvare il mondo è, parafrasando García Márquez, rimettere la letteratura in prima classe, riconoscendole il potere di guidarci verso un rapporto più maturo e armonioso con gli altri esseri del pianeta. Perché, in definitiva, la letteratura non può insegnarci altro che un nuovo modo di essere in mezzo al mondo. Ed è esattamente la lezione di cui, oggi, abbiamo disperatamente bisogno.

 

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE:

Narrativa / racconti

  • Richard Powers, The Overstory. New York: W. W. Norton, 2018. — It.: Il sussurro del mondo, Milano: La nave di Teseo, 2019.
  • Ursula K. Le Guin, The Word for World Is Forest. New York: Berkley, 1972. — It.: Il mondo della foresta, Milano: Editrice Nord, 1977 e succ. rist.
  • Ursula K. Le Guin, Always Coming Home. New York: Harper & Row, 1985. — It.: Sempre la valle, Milano: Mondadori, 1986; trad. Riccardo Valla.
  • Margaret Atwood, Oryx and Crake. Toronto: McClelland & Stewart, 2003. — It.: L’ultimo degli uomini, Milano: Ponte alle Grazie, 2003 (e successive ed.).
  • Margaret Atwood, The Year of the Flood. Toronto: McClelland & Stewart, 2009. — It.: L’anno del Diluvio, Milano: Ponte alle Grazie, 2010.
  • Margaret Atwood, MaddAddam. Toronto: McClelland & Stewart, 2013. — It.: L’altro inizio, Milano: Ponte alle Grazie, 2014.
  • Kim Stanley Robinson, The Ministry for the Future. New York: Orbit, 2020. — It.: Il Ministero per il Futuro, Roma: Fanucci, 2022.
  • Gabriel García Márquez, Cien años de soledad. Buenos Aires: Editorial Sudamericana, 1967.
  • Amitav Ghosh, The Hungry Tide. London: HarperCollins, 2004. — It.: Il paese delle maree, Vicenza: Neri Pozza, 2006.
  • Amitav Ghosh, Gun Island. Gurgaon: Penguin, 2019. — It.: L’isola dei fucili, Vicenza: Neri Pozza, 2020.
  • Nnedi Okorafor, Lagoon. London: Hodder & Stoughton, 2014. — It.: Laguna, Parma: Zona 42, 2017.
  • Nnedi Okorafor, Who Fears Death. New York: DAW, 2010. — It.: Chi teme la morte. La profezia di Onye, Isola del Liri: Gargoyle, 2015; trad. Benedetta Tavani.
  • Indra Sinha, Animal’s People. London: Simon & Schuster, 2007. — It.: Animal, Vicenza: Neri Pozza, 2009; trad. Vincenzo Mingiardi.
  • Rudyard Kipling, The Jungle Book. London: Macmillan, 1894.
  • Mikhail Bulgakov, Sobach’e serdtse [Cuore di cane]. (1925; prima pubbl. 1968).
  • Franz Kafka, Die Verwandlung [La metamorfosi]. Leipzig: Kurt Wolff Verlag, 1915.
  • Haruki Murakami, Kafka on the Shore. Tokyo: Shinchosha, 2002. — It.: Kafka sulla spiaggia, Torino: Einaudi, 2008; trad. Antonietta Pastore.
  • George Saunders, Fox 8. New York: Random House, 2013. — It.: Volpe 8, Milano: Feltrinelli, 2019.
  • Jamaica Kincaid, A Small Place. New York: Farrar, Straus and Giroux, 1988. — It.: Un posto piccolo, Milano: Adelphi, 2000; trad. Franca Cavagnoli.

Saggistica / ibridi narrativi

  • Amitav Ghosh, The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable. Chicago: University of Chicago Press, 2016. — It.: La grande cecità, Vicenza: Neri Pozza, 2017.
  • Jamaica Kincaid, My Garden (Book). New York: Farrar, Straus and Giroux, 1999 (ed. tasc. 2001). — It.: Il mio giardino (quaderno), Milano: Adelphi, 2001.
  • Wangari Maathai, Replenishing the Earth. New York: Doubleday, 2010. — It.: La religione della terra, Milano: Sperling & Kupfer, 2011.
  • Peter Wohlleben, Das geheime Leben der Bäume. München: Ludwig, 2015. — It.: La vita segreta degli alberi, Milano: Garzanti, 2016.
  • Stefano Mancuso & Alessandra Viola, Verde brillante. Firenze: Giunti, 2013. — Stefano Mancuso, La nazione delle piante. Roma-Bari: Laterza, 2019.
  • Italo Calvino, Lettere 1940–1985, a cura di Luca Baranelli. Milano: Mondadori (“I Meridiani”), 2000.

 

Quest’articolo fa parte della serie “Il quarto regno”.

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