08 Ott Note a margine di una giornata per Marina Jarre
di Gianna Cannì
Ci sono scrittrici che misteriosamente non entrano nel canone e restano fuori dai circuiti più blasonati della critica letteraria. Non è necessariamente un danno: gli spazi angolari, i margini, i luoghi solitari sono – di questi tempi soprattutto – quelli in cui si fanno gli incontri migliori.
Il 23 settembre 2025, per il centenario della nascita, l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’ (Istoreto) di Torino e la Società di Studi Valdesi di Torre Pellice hanno dedicato a Marina Jarre una giornata di studi intitolata In direzione ostinata e contraria, di cui “Morel voci dall’isola” è stato media partner.
Nella sala conferenze del Polo del 900 si sono alternati interventi di approfondimento e testimonianze; erano presenti i quattro figli, parenti, amici, studiosi, colleghi e studenti dell’autrice, che per molti anni ha insegnato francese in una scuola di periferia.
Pietro Jarre
Gli eredi hanno donato poco più di un anno fa a Istoreto un fondo molto ricco – riordinato dal figlio Pietro – che include documenti letterari, manoscritti, scritti inediti, recensioni; corrispondenza varia della scrittrice sino agli anni ’50; corrispondenza in possesso della madre Clara Coïsson, della sorella Sisi e del marito Gianni Jarre, ereditata da Marina Jarre e conservata «in mucchi», e infine e-mail e documenti digitali dal 1988 al 2016 (https://www.istoreto.it/2024/10/l-archivio-di-marina-jarre-a-istoreto/). Ha presentato il fondo – con ricchezza di dettagli e aneddoti – Pietro Jarre stesso in chiusura del convegno, mentre il fratello Andrea aveva al mattino fatto un interessante intervento sulle traduzioni dei romanzi della scrittrice.
Andrea Jarre
Ho aperto il convegno io, su invito della direttrice di Istoreto Barbara Berruti e del responsabile dell’archivio Andrea D’Arrigo, proponendo una lettura “situata” della sua opera e in particolare di quel romanzo straordinario – che contiene segretamente quasi tutti i successivi – che è Con gli occhi di una ragazza. Avevo già incontrato l’opera di Marina Jarre agli inizi degli anni 2000 in occasione di una ricerca che aveva portato alla pubblicazione dell’Atlante delle scrittrici piemontesi. Se penso a quella ricerca – fatta insieme a Elisa Merlo e con la supervisione di Alba Andreini e Aida Ribero – penso a un lavoro che ha delle ingenuità ma che era stato condotto con tutto il rigore e la passione di cui ero capace: l’idea di fondo prevedeva di incrociare la categoria del genere e quella del rapporto con i luoghi per “leggere” scrittrici e letterate dell’Ottocento e del Novecento piemontese: nel caso di Jarre Torino, la città che uniforma e nasconde dei suoi romanzi, Torre Pellice e le valli, baluardo della minoranza valdese, rappresentano i luoghi in cui si genera il conflitto narrativo alla base della sua produzione.
Marina Jarre
Marina Jarre allora era ancora viva, ma avevamo deciso di trattare le viventi come le altre, lavorando solo sui libri pubblicati fino a quel momento, e dunque non l’avevamo contattata. Durante il convegno mi sono pentita di non aver provato, al tempo, a chiederle un’intervista. Le testimonianze di chi l’ha conosciuta, gli scambi informali nei momenti di pausa mi hanno fatto intravedere il profilo di una donna di rara intelligenza, ma difficile, forse dura, con molti spigoli, per niente incline al sempre più diffuso malcostume della compiacenza. Per quanto i libri possano viaggiare tranquillamente da soli, portando con sé tutto il necessario alla loro comprensione, se l’avessi incontrata di persona l’inclinazione della voce o dello sguardo, qualche asprezza voluta nella postura – non so – forse avrebbero potuto illuminare meglio lati e angolazioni inedite del corpo dei suoi libri.
Proponendo come ipotesi di lavoro una lettura “situata”, ho inteso suggerire l’uso degli strumenti e delle categorie della critica femminista, che tra l’altro mi pare abbia finora dato poco spazio allo studio di Marina Jarre. Applicare griglie interpretative che si avvalgano della nozione di gender e differenza sessuale significa richiamarsi ad una tradizione di scrittura femminile (luogo mobile, dinamico e dialogico rispetto al canone) e confrontarsi con concetti problematici e rischiosi, che possono essere tacciati di scarsa scientificità, a partire dall’idea stessa di “scrittura femminile”, con tutti i rischi di essenzialismo biologico e ghettizzazione che questa nozione potrebbe comportare.
Una lettura femminista dell’opera di Marina Jarre sarebbe una lettura che mette al centro l’immaginario, il luogo profondo e sessuato da cui si origina il desiderio di narrazione e costruzione di sé. Adriana Cavarero, riprendendo Arendt, sostiene che fra identità e narrazione c’è il desiderio di raccontarsi e sentirsi raccontare da altri; e allora una lettura situata è proprio una lettura che può sanare la ferita tra sé e le parole attraverso il mutuo riconoscimento, lo scambio identitario tra autrice e lettrice. La percezione della provvisorietà del testo – che richiede appunto, in senso ermeneutico, l’intervento di chi lo legge – e quella dell’estraneità della lingua proprio nel momento in cui la scrittura si fa più scopertamente autobiografica sono acutamente sentite da Marina Jarre. “Tra il mio raccontare e il mio scrivere si apre un baratro: la lingua in cui scrivo e che adopero quotidianamente. La lingua di mia madre, divenuta forse quella dei miei sogni – ma i sogni hanno davvero accordi e grammatica, o non parlano nella nostra anima, e intanto dormiamo, con parole invece tutte e soltanto loro? – , lingua però non immediata, che devo ogni volta riafferrare e controllare, da impropria rendere propria. Che non è mai intima”, scrive in Ritorno in Lettonia (2003).
La sua duplice appartenenza minoritaria (per metà ebrea, per metà valdese), l’acquisizione tardiva dell’italiano con cui ha scritto i propri libri rendono più sensibile la distanza tra soggettività e scrittura, vita e libro. “Man mano che andavo avanti, che verificavo, ripensavo, cercavo di collegare, non solo inciampavo nel mio disordine cronologico, nella mia disattenzione geografica, ma avvertivo la necessità di trovare una distanza che non fosse semplicemente il passato. Avrei voluto riuscire a non dividere l’io narrante dall’io trascorso, non predeterminare l’uno nell’altro, accennare ai segni contenuti in quel cerchio che si stava chiudendo. Solo nel presente – un grande presente senza mura – avrei potuto dare unità all’io, ma il presente si rifiutava. Mi stavano di fronte la mia vita e il mio libro e pareva ogni giorno di più che in questo potesse essere tramutata e assorbita quella”: questa lunga citazione da I padri lontani (1987) sottolinea la distanza tra libro e vita proprio quando la vena autobiografica emerge più chiara e la coincidenza tra io narrante e soggetto sembra evidente, perché la scrittura è sempre un congedo dalla realtà e allo stesso tempo un mascheramento indispensabile per “mettersi al mondo” attraverso le parole.
Se la lingua è estranea e da conquistare, al contrario, l’immaginario narrativo è compatto e completo già nelle prime opere: le successive lo approfondiscono e svelano progressivamente, come un fiore di carta giapponese al contatto con l’acqua, con il flusso a ritroso della storia operato dalla memoria.
Negli occhi di una ragazza, del 1971, terzo libro di Marina Jarre, sono già presenti appunto tutti gli elementi della faticosa costruzione della propria identità femminile; si avvia – attraverso la personaggia – il mestiere di “diventare donna”: la protagonista, Maria Cristina, nel momento in cui la propria madre muore mentre la compagna di scuola a cui è più legata diventa prematuramente madre, inizia la propria trasformazione in donna. E’ una ragazzina difficile, che si rapporta con più facilità alle cose che non alle persone: “Si possono dunque amare pure le cose. Anzi, questo è l’amore più rassicurante di tutti perché dipende soltanto da te e dal tuo silenzio. Con le cose non è necessario parlare e spiegare e rispondere.”; e più avanti: “Io non sono, si disse, una cosa. Non è bello essere una cosa. Una cosa non pensa e non si muove, una persona invece muove le mani e parla e intorno a lei tutto cambia perché lei ha mosso le mani e ha parlato”. Maria Cristina non riesce neanche a rapportarsi ai fatti, alla vita che accade, percepita come una sorta di intruso che con violenza penetra nella sua dimensione solipsistica. Così per esempio è vissuta la morte della madre: “E sentì ancora passi e voci sul pianerottolo, ma lì con lei in casa non c’era più che il fatto. Il fatto era entrato mentre lei dormiva”.
Come nelle fiabe, sarà necessario per avviare la metamorfosi in donna dotata di corpo e parole un oggetto magico e numinoso, un abito color champagne quasi stregato, ricevuto in dono dalla ricca fidanzata del fratello: “Era successo infatti una cosa strana, di nuovo un fatto magico. Da quando il vestito era traboccato dalla scatola, le si era attaccato addosso”. Ma il fratello Roberto la mette in guardia contro i pericoli delle fiabe femminili: “Sembra proprio un fiaba: la cenerentola ricompensata dalla regina. Adesso ti manca il principe e siamo a posto. Sta’ attenta a non cadere in queste trappole”.
Con gli occhi di una ragazza è un romanzo che dialoga a distanza con i temi propri del femminismo di quegli anni, e la giovane protagonista è consapevole delle trappole femminili – spesso scelte e non imposte, dovute comunque a un patriarcato che ha messo radici anche negli immaginari delle donne – e così quando difende il suo diritto a studiare, contro il padre e il fratello che la vorrebbero a casa a dedicarsi alle faccende domestiche e alla passione per il disegno, risponde: “se sto a casa non disegno neppure. Perché mi piace stare a casa e lavorare. Allora non disegno più. E’ una trappola”. Come osserva Marta Barone – presente al convegno del 23 settembre – il tema della “condizione femminile” è presente nel romanzo, ma declinato – in maniera più sottile e profonda – nella forma del “mistero della vocazione artistica”, della “difficoltà del talento a rivelarsi” (lo dichiara Marina Jarre in una intervista del ‘72).
Se un vestito avvia il mestiere di diventare donna, la maternità lo realizza: “Come donna sono dovuta nascere da me stessa, mi sono partorita insieme ai miei figli”, confessa ne I padri lontani. Poi, con la fine dell’età riproduttiva, essere donna comporta un progressivo spogliarsi per arrivare all’essenza: “Avevo svuotato la mia stanza di mobili, collocato i miei libri, le mie collane, le creme e qualche fotografia senza cornice su scaffali di ferro ereditati dalla stanza d’un figlio. Cercavo di strapparmi via gli orpelli di donna che ancora mi rimanevano. Non ho più bisogno di simboli, mi dicevo…”. Dopo aver indossato il genere ed essersi riconosciuti in esso, arriva il momento di riporre l’abito color champagne nella scatola da cui è uscito fuori. Come ricorda Carolyn G. Heilbrun in Scrivere la vita di una donna (1988): “Le donne – dice per contro un personaggio di Kare Blixen, quando sono abbastanza vecchie da aver finito con il lavoro d’essere donne e possono lasciar libera la loro forza, devono essere le più potenti creature del mondo”. Sembra la stessa parabola che Jarre disegna a partire da Maria Cristina fino ad arrivare a chi dice “io” ne I padri lontani.
Tutta l’opera di Marina Jarre può essere letta come la storia di una costruzione identitaria al femminile, la presa di coscienza da parte di un’ “anima arlecchina” del proprio potere. Ed è un percorso sessuato. Sibilla Aleramo ha scritto nel 1911: “Il linguaggio umano è uno, ma forse le segrete leggi del ritmo hanno un sesso”. Certo, nell’opera di Marina Jarre c’è anche la grande Storia – l’epopea valdese, la Shoah – ma è filtrata dalla memoria, dai ricordi d’infanzia, è articolata in tappe che rispondono a un ordine emotivo divagante. Per questo sarebbe necessaria una lettura empatica e palinsestica dell’intera sua produzione e la disponibilità delle sue carte private rappresenta una risorsa inestimabile per studiose e studiosi che vogliono finalmente incontrarla/incontrarsi.
No Comments