Femminismo intersezionale al festival La città delle donne. Intervista alla direttrice Laura Gramuglia

di Sara Durantini

 

Virginia Woolf, nelle sue passeggiate londinesi, scriveva che le strade sono specchi dell’anima, luoghi in cui il paesaggio esterno diventa geografia interiore. Ma quelle stesse strade troppo a lungo hanno portato i segni di un corpo escluso: quello delle donne, relegate ai margini, costrette a muoversi con prudenza, mentre, nel silenzio, reclamavano visibilità, rivendicavano il diritto di presenza. Ripensare lo spazio urbano significa anche ripensare lo spazio delle donne, restituire loro la possibilità di abitare pienamente la città, di trasformarla in luogo di esperienza e di libertà. È solamente in questa direzione, in questo andare e venire tra i luoghi urbani e quelli appartenenti al proprio sentire, che si disegna un paesaggio che accoglie i corpi delle donne, le loro memorie e le loro storie, che proprio nella differenza trovano la possibilità di incontro.

Ed è la differenza, appunto, la condizione necessaria per ripensare il presente e contrastare quell’invisibilità che ha cancellato per secoli le donne dallo spazio pubblico e dal racconto della storia. Memorie, storie, voci che non solo si sommano ma si intrecciano: genere, razza, classe, orientamento, età si sovrappongono creando esperienze specifiche che troppo a lungo sono rimaste invisibili. L’intersezione di queste linee di oppressione e di resistenza è ciò che Kimberlé Crenshaw, alla fine degli anni Ottanta, ha nominato con il termine femminismo intersezionale: un concetto nato da un’urgenza politica, per dare visibilità alle donne nere lavoratrici negli Stati Uniti, cancellate sia dal pensiero femminista bianco sia dalle lotte antirazziste. Patricia Hill Collins ha parlato di “oppressioni intersecanti” per dare voce a queste vite marginalizzate, mentre Audre Lorde ci ha ricordato che il nostro posto non è dentro una singola differenza, ma “nella casa stessa della differenza”. Una casa plurale, che non cancella le singolarità ma le trasforma in alleanze. Angela Davis lo ha detto con chiarezza: ciò che è in gioco non è tanto l’intersezionalità delle identità, ma l’intersezionalità delle lotte. Eppure, come denuncia Caroline Criado Perez nel suo recente libro in Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo, il mondo continua a raccontarsi attraverso dati e storie che lasciano fuori i corpi femminili, riproducendo quello che lei definisce il gender data gap, una presenza-assenza che segna il nostro passato e condiziona il nostro futuro.
È in questo contesto che La città delle donne, il festival bolognese diretto da Laura Gramuglia, nato dalla collaborazione tra Associazione Spostamenti, Fondazione Barberini e Open Group, acquista un senso particolare. L’edizione 2025 che si svolgerà il 16, il 17 e il 18 ottobre, mette in scena il femminismo intersezionale e plurale, che accoglie le differenze e le trasforma in occasione di dialogo.

Con Gramuglia ho parlato di intersezionalità, genealogie femminili e di come la cultura possa diventare lo spazio vivo di una politica che non teme la complessità.

 

Già il nome, La città delle donne, richiama La città delle dame di Christine de Pizan. Prima scrittrice femminista della storia, che nel suo libro immagina una città costruita dalle vite e dalle storie delle donne cancellate per mano degli uomini, nonché anticipatrice di uno spazio femminile e femminista, Christine de Pizan è stata anche la figura ispiratrice della seconda edizione del festival. In che modo il festival lega l’idea di genealogia inaugurata da de Pizan alle pratiche politiche contemporanee?

Per la sociologa Sarah Ahmed il citazionismo è una pratica femminista e allora occorre riempire le strade di nomi di donne cancellate dalla storia, restituire loro spazio e visibilità a lungo negate affinché questa eredità non vada smarrita tra le pieghe del tempo. Dobbiamo impegnarci per continuare a costruire le nostre genealogie e riconoscere al nostro lavoro rispetto e dignità, anche perché alle donne non è mancato il talento per lasciare il segno nel mondo delle idee e dell’arte, è mancato il tempo. Abbiamo occupato tardi lo spazio pubblico. Per anni abbiamo conosciuto solo il perimetro domestico. Le alleanze risultano quindi fondamentali e La città delle donne, fin dalla nascita, cerca di abbracciare questo principio.
In questi primi anni abbiamo fatto nostre le parole di Leslie Kern, Elena Granata, Zaida Muxi Martinez, Michaela Kauer, Natalie Whittle, Lauren Elkin, Caroline Criado Perez, pensatrici illuminate ricordate e citate spesso in una sorta di cartografia del tempo presente e futuro. Senza dimenticare chi, già nel 1400, immaginava città di autonomia e libertà per le sue abitanti come Christine de Pizan. Un anno prima, La città delle donne aveva scelto di ricordare Mirella Bartolotti, la prima assessora italiana con delega ai problemi delle donne.
Quest’anno la nostra figura ispiratrice sarà Gentile Budrioli. Nel continuum di figure imprescindibili legate al territorio le cui storie premono per essere raccontate, la vita dell’astrologa ed erborista bolognese non fa eccezione. Tacciata di stregoneria in un’epoca che preferiva liberarsi tout court di donne erudite e scomode, Budrioli fu messa al rogo dall’Inquisizione in Piazza San Domenico il 14 luglio del 1498. Il manifesto d’artista che ha il compito di regalare una nuova prospettiva alla nostra ispiratrice, è curato quest’anno dall’illustratrice e fumettista Shannice Alogaga.

 

La terza edizione mette al centro il tema del femminismo intersezionale. Come lo avete interpretato e declinato nella costruzione del programma? E quali voci, quali esperienze e prospettive avete scelto di portare a Bologna per raccontare questo “femminile intersezionale” e transculturale?

Sulla scia della seconda edizione de La città delle donne, che ha allargato il concetto di inclusività e partecipazione femminile coinvolgendo le “periferie” della città sia in senso geografico sia in senso sociale (donne migranti, con disabilità, in condizione di svantaggio socio-economico, anziane, minori) – quest’anno si compie un ulteriore passo avanti, incentrato sull’approfondimento dell’intersezionalità transculturale. Questa scelta è nata dal percorso di formazione “Che genere di lavoro educativo e sociale” realizzato lo scorso anno nell’ambito del quale si è costituito un Tavolo interculturale: uno spazio in cui esperte dell’Area Migranti di Open Group – impegnate nella progettazione di servizi per le popolazioni con background migratorio – collaborano con operatrici di diversi settori (Infanzia, Politiche Giovanili, Famiglie e Minori di età, Dipendenze, Disabilità, ecc.) per riflettere su una visione dell’intersezionalità che sia realmente transculturale e sensibile alle numerose culture presenti sul territorio.
L’idea di fondo è quella di adottare un approccio di contrasto agli stereotipi di genere, riconoscendo le criticità di un femminismo “tradizionale” che rischia di sottovalutare, o addirittura ignorare, le forme di dominazione che possono instaurarsi, generando pregiudizi e discriminazioni. Ciò è particolarmente evidente nel caso di donne con background migratorio, la cui esperienza personale e culturale spesso viene filtrata attraverso parametri esclusivamente occidentali. La necessità di avviare questo percorso di decostruzione emerge in modo evidente dai dati: nel 2023 le donne straniere residenti nel territorio bolognese rappresentano il 15,9% della popolazione femminile (pari a 32.540 persone). Questa realtà rende ancora più urgente la creazione di alleanze tra donne di diversa nazionalità, così da coprogettare una società aperta a un dialogo capace di abbracciare prospettive culturali differenti, superando le barriere poste dalla discriminazione di genere. Ogni giornata cercheremo di declinare il tema attraverso talk, workshop e restituzioni attraverso geografie del presente. Saranno con noi Marie Moise docente di studi di genere e decoloniali; in collegamento da Lisbona le curatrici del volume Controverse. Scrivere in diaspora, poetiche del divenire Livia Apa e Ubah Cristina Ali Farah; Elisabetta Zurigo avvocata, attivista politiche di genere, diversità e inclusione in dialogo con Marie- Jeanne Balagizi, mediatrice culturale, attivista, fondatrice e coordinatrice della rete Forum Africane Italiane. Un incontro, quest’ultimo, tra due giuriste, europea e africana, per scardinare stereotipi e aprire nuove prospettive. Molto spesso, in Europa, conosciamo poco della complessità delle culture africane e delle loro implicazioni sui temi della convivenza e della parità. Ancora meno sappiamo delle società matriarcali originarie e delle esperienze di leadership femminile che, oggi come ieri, caratterizzano molti Paesi africani, dove le donne sono protagoniste nel mondo imprenditoriale e sociale. Questo incontro vuole essere un confronto vivo tra culture: un viaggio tra passato e presente che restituisca voce e spazio alla diversità dei modelli di organizzazione sociale, mostrando come il dialogo interculturale possa diventare strumento di emancipazione e di crescita collettiva.

 

Sin dalla sua nascita, La città delle donne si propone come un laboratorio di riflessione e di pratiche. Qual è la cifra distintiva che volete dare a ogni edizione e in che direzione immaginate che il festival possa crescere nei prossimi anni?

Secondo Leslie Kern, l’arcinota autrice de La città femminista che ci regalerà un contributo video in esclusiva per questa terza edizione, le donne vivono ancora la città con una serie di barriere – fisiche, sociali, economiche e simboliche – che modellano la loro vita quotidiana attraverso dinamiche che sono profondamente (sebbene non solo) di genere. Barriere per la maggior parte invisibili agli uomini che non contemplano le medesime esperienze, ma che si attestano come i principali responsabili delle decisioni. Ma la città ideale deve prendere spunto dagli strumenti creativi che le donne hanno sempre utilizzato per sostenersi a vicenda e trovare modalità per ricreare quel supporto all’interno del tessuto urbano.
Ed è partendo proprio da queste considerazioni che La città delle donne si pone l’obiettivo di allargare le maglie del discorso partendo dalla comunione delle reciproche conoscenze. Dall’esperienza urbana all’elaborazione culturale, un salto creativo cruciale e necessario per la trasformazione di idee in rete e spazi di ascolto. Fondamentale, inoltre, da qui ai prossimi anni, considerare una visione d’insieme che contempli la prospettiva europea.

 

Oggi il discorso femminista è sempre più diffuso, ma anche spesso frammentato e polarizzato. Quale spazio prova ad aprire il festival dentro questo panorama?

Questa terza edizione si propone di approfondire un “femminile intersezionale” arricchito di transculturalità, andando oltre le sole visioni e norme occidentali e aprendosi a un femminismo plurale, capace di accogliere percorsi di emancipazione originati da altri vissuti e biografie. Come di consueto, il momento culminante sarà l’evento stesso, durante il quale i risultati del progetto verranno condivisi e approfonditi in spazi aperti alla cittadinanza: occasioni di incontro, racconto e dialogo interculturale in cui donne di ogni provenienza potranno confrontarsi sulle proprie storie ed esperienze. L’obiettivo è lasciare un’impronta duratura nella coscienza collettiva, favorendo un cambiamento di mentalità e di pratiche. Anno dopo anno, La città delle donne si propone come luogo di costruzione partecipata, in cui tutte le persone possano contribuire concretamente a ridefinire il proprio ruolo sociale, in un organismo comunitario che possa prosperare in virtù del riconoscimento di ogni singola voce.

 

In un tempo in cui i diritti conquistati sembrano talvolta messi in discussione, quali urgenze vi sembrano più forti oggi e come il festival prova a intercettarle?

La città delle donne prova a costituirsi centro di possibilità, un dialogo intersezionale aperto, inclusivo e laterale, ma soprattutto un ragionamento ininterrotto sul senso delle donne per la città; a ricordarcelo la professoressa di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano Elena Granata, “Se esiste un pensiero e un inconsapevole istinto delle donne per gli spazi, unito a una incisiva capacità d’azione, dovrà presto farsi largo e prendere forma. Le città ne hanno un disperato bisogno”.
La città delle donne opera inoltre per mettere a terra una narrazione condivisa, un racconto che contempli la persona e il suo sguardo in un viaggio alla conquista di legittimazione e rappresentanza perché, come ci ricorda un modo di dire diffuso nella politica anglosassone, “Se non sei al tavolo, sei sul menu”.
Abitiamo un mondo da sempre pensato a misura d’uomo, dai dispositivi di sicurezza alla ricerca medica, dagli oggetti che ci accompagno ogni giorno all’esclusione sistemica delle donne dai test per amor di semplificazione. In una società costruita a immagine e somiglianza degli uomini, metà della popolazione, quella femminile, viene regolarmente ignorata. Secondo la scrittrice Daniela Brogi, “per illuminare uno spazio così fuori campo, non basta aggiungere nomi, né la soluzione è cancellare il passato. Servono altre parole e nuove inquadrature, zone di passaggio, di transizione, dove trattare le donne non come fenomeni da chiudere in etichette, e nemmeno in quanto donne e basta, ma come identità sempre in movimento e in trasformazione”.

 

Bologna è una città con una forte tradizione culturale e politica: che ruolo gioca il contesto cittadino nella definizione e nella ricezione del festival?

La città delle donne nasce nel 2023 da una discussione già in atto legata alla vita delle donne sul nostro territorio stimolata dall’avvio del Piano per l’Uguaglianza della Città Metropolitana di Bologna, azione amministrativa inserita nel programma di mandato 2021-2026. Se Bologna è la prima città italiana ad adottare un Piano per l’Uguaglianza di Genere, lo fa seguendo il virtuoso esempio viennese, in linea con le politiche per l’ambiente dell’amministrazione parigina e con una partnership condivisa con la capitale spagnola. Bologna e Barcellona si candidano oggi come città leader in Europa nell’uso dei dati e tecnologie, nella lotta contro i cambiamenti climatici e le disuguaglianze sociali. Il contesto cittadino risulta dunque essenziale e le realtà che operano sul territorio di vitale importanza per permettere a una manifestazione del genere di rigenerarsi continuando ad apprendere da chi ha già percorso queste strade. Saranno di nuovo al nostro fianco Fondazione IU Rusconi Ghigi, Rete al Femminile Bologna, Period Think Tank, Collettivo Verso, Legacoop e ancora le reti del Centro Interculturale Zonarelli, la Rete per la Riforma della Cittadinanza, La Risciò, Orticelli Ribelli, Equilatere, Salvaciclisti, Elastico Records e molte altre realtà che presenteremo in conferenza stampa martedì 14 ottobre in Sala Savonuzzi alla presenza della vicesindaca Emily Clancy che, insieme alla consigliera regionale Simona Lembi, ha sempre sostenuto il progetto.

 

E in che misura il festival interpreta la città non solo come spazio fisico, ma anche come luogo simbolico e politico, in cui le relazioni e le genealogie femminili si intrecciano con pratiche concrete di trasformazione?

Secondo Sneha Visakha, avvocata e ricercatrice di dottorato in antropologia socioculturale alla Brandeis University, Massachusetts, e autrice dei podcast Feminist City, il modo in cui ci muoviamo nello spazio è determinato dallo spazio stesso, ed è questo che bisogna capire: se la città sta prendendo o meno in considerazione tutte le soggettività che la abitano e la vivono.
Anche in questa edizione ospiteremo un incontro in cui ci riserviamo di immaginare la nostra città ideale: femminista, intersezionale, sostenibile, accessibile e aperta al dialogo. Ma è da almeno un secolo che le donne si interrogano su questo aspetto. “C’è un racconto di Begum Rokeya Sakhawat del 1905, Sultana’s Dream, che parla di una donna che si risveglia a Ladyland, una città abitata da centinaia di donne e piena di piante, un paradiso botanico che funziona con energia pulita e dove le auto volano e nessuno lavora più di due ore al giorno. Niente magistrati o polizia perché la violenza non fa parte del cuore di questa società”. Per Visakha una bellissima visione femminista della città, non solo un luogo in cui tutte le donne si sentono libere, ma un posto in cui non c’è bisogno di forze dell’ordine perché la società ha espulso ogni forma di prevaricazione.

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