06 Ott Lina Bolzoni: Il libro è simile a un giardino
di Ivana Margarese
Il libro è simile a un giardino trasportabile in una
manica […] a un essere che parla al posto dei morti
e che funge da interprete per i vivi, a un amico che
non va a dormire se non prima che tu stesso sia caduto nel sonno.
Abū Ḥayyān al-Jāḥiẓ, sapiente arabo del IX secolo

Lina Bolzoni è una critica letteraria e una storica della letteratura italiana. Ha insegnato Letteratura italiana alla Scuola Normale Superiore di Pisa ed è Global Distinguished Professor alla New York University. I suoi Una meravigliosa solitudine. L’arte di leggere nell’Europa moderna (Einaudi, 2019) e Nel giardino dei libri ( Mauvais Livres, 2023), in un tempo in cui si parla di crisi del libro e di crisi della lettura, possono essere un dono prezioso da condividere.
La lettura è incontro personale, dialogo con gli autori in una sorta di rievocazione negromantica che è capace di stabilire legami di amicizia al di là delle barriere temporali. Leggere è, diceva Proust, una solitudine popolata di voci.
Rifletto da tempo – e il libro di Bolzoni me ne dà occasione – sul fatto che questa dimensione di incontro con l’altro e con se stessi attivata dalla lettura andrebbe promossa anche nelle scuole dove potrebbe stimolare una creatività spesso recintata da esigenze nozionistiche o performative, che poco hanno a che fare con l’educazione all’ascolto e allo scambio.
Un’autrice che ho molto a cuore, Anna Maria Ortese, scrive in un romanzo che molto attinge dalla sua esperienza di vita reale: “alla scuola supplii in qualche modo con i libri che erano a casa” (Il Porto di Toledo, p.33). La lettura, praticata attraverso un metodo empatico che coinvolge l’intera dimensione personale e non solo quella intellettuale, una lettura integrale che ristruttura il suo mondo interiore, è per lei porta di accesso non solo alla cultura ma alla vita tout court ed è una forma di resistenza verso un mondo focalizzato esclusivamente sulla produzione e sul profitto. Sulla scia di questa consapevolezza le teorie pedagogiche più recenti stanno rivalutando la lettura come strumento insostituibile di costruzione di una immaginazione creativa che rappresenti uno sguardo compassionevole e una attitudine autenticamente democratica.
Nel giardino dei libri di Bolzoni è una raccolta di alcuni articoli che l’autrice ha pubblicato sul supplemento culturale Domenica del Sole 24 Ore. Si compone di quattro “aiuole” riprendendo un’idea antica e diffusa, quella del libro come giardino. Basti pensare – ricorda Bolzoni – che “antologia” significa raccolta, ma anche mazzo di fiori, così come “florilegio”: «Mi sono divertita a pensare le parti di questo libro come delle aiole di un giardino, di uno dei molti giardini possibili che le mie letture, nel corso degli anni, hanno costruito».
La prima aiola è dedicata alle biblioteche. La biblioteca, d’altra parte, come ha scritto Petrarca, è un luogo dove spazio e tempo si comprimono, dove con una specie di rito negromantico si può dialogare con autori che appartengono ai tempi più diversi. Leggere non è un’attività qualsiasi: significa entrare in contatto con qualcun altro, offrirgli ospitalità dentro di noi. Leggere è un atto che segna, lascia una traccia, plasma le nostre emozioni. Secondo un antico topos, un libro è speculum animi, specchio dell’animo del suo autore e per questo è possibile per il lettore attraversare lo specchio, e arrivare a “vedere” l’autrice o l’autore, incontrarli, conoscerli e a parlare con loro come fossero vecchi amici.
La seconda parte del testo è dedicata all’arte della memoria dove trovano spazio il teatro di Giulio Camillo, le mappe profetiche del mondo di Opicinus de Canistris o i libri illustrati dai francescani che nel Seicento delineavano le architetture del sapere.
La terza parte tematizza l’intreccio di parole e immagini e spazia dal gusto collezionistico di Pietro Bembo alla fortuna figurativa di Dante e di Ariosto, dai bestiari alle immagini alchemiche. Infine la quarta aiola esplora figure di viaggiatori, predicatori, mistiche, poetesse a lungo dimenticate, scritti dalla linea del fronte della Prima guerra mondiale e molto altro ancora, che lasciamo al lettore il piacere di scoprire.
Ogni articolo indaga con sapienza e raffinatezza temi di memoria culturale e allarga progressivamente lo sguardo del lettore: «Abbiamo provato a delineare un giardino con le sue aiole, ma naturalmente le aiole non segnano confini rigidi, si aprono piuttosto su molti sentieri che le legano fra di loro costruendo una rete che via via affiora».

Spinta dal mio interesse per la scrittura delle donne vorrei tra i tanti, preziosi, testi soffermarmi su un articolo dedicato al Rinascimento femminile, pubblicato nella quarta aiola. L’articolo prende avvio dalla provocatoria domanda della storica Joan Kelly che, negli anni Settanta, scosse il panorama degli studi umanistici: “Le donne hanno avuto un Rinascimento?”
Più che la risposta, conta la scossa metodologica che il quesito porta con sé: ripensare le periodizzazioni tradizionali dal punto di vista femminile e restituire voce a figure, storie e vicende cancellate dalla narrazione ufficiale. Da allora, una fitta rete di ricerche ha alimentato la riscoperta della scrittura femminile. In questo solco si colloca il lavoro imponente di Virginia Cox, studiosa formatasi in Inghilterra e docente alla New York University, che ha dedicato oltre vent’anni alla ricostruzione della letteratura femminile italiana tra Quattrocento e Seicento.
Cox ha introdotto la categoria di “negoziazione”, che consente di collocare i testi nel loro contesto culturale e sociale mettendo in luce i canali concreti che hanno reso possibile l’attività letteraria delle donne. Secondo la studiosa, il vero momento di fioritura della scrittura femminile si colloca tra il 1580 e il 1600, quando, in piena Controriforma, le donne cominciarono a cimentarsi con generi tradizionalmente maschili, come l’epica. Emblematico è il caso di Margherita Sarrocchi, che nel 1606 pubblicò La Scanderbeide, un poema eroico.
Il lavoro di Virginia Cox non si limita a colmare una lacuna: propone un modo nuovo di leggere la storia letteraria italiana, riportando alla luce figure dimenticate e mostrando come la scrittura femminile, lungi dall’essere marginale, sia stata parte integrante – e spesso innovativa – del panorama culturale tra Rinascimento e Barocco. Il suo libro ci ricorda che la storia della letteratura non è mai neutrale, e che ridare voce a chi è stato escluso significa riscrivere, con maggiore fedeltà e ricchezza, la trama stessa della nostra memoria culturale.

Nel giardino dei libri si rivela nella sua ricchezza di temi e suggestioni un saggio poetico e intimo, che invita a considerare la lettura non soltanto come acquisizione di contenuti, ma come esperienza che educa alla capacità di pensare e confrontarsi per imparare gli uni dagli altri. La lettura è esperienza condivisa e insieme del tutto intima e personale; un percorso dove la realtà si apre al meraviglioso orizzonte del possibile. Non manca, infine, in questo elegante libro uno sguardo rivolto ai loro caratteri materiali, al modo in cui si presentano agli occhi e al tatto del lettore, insomma alla qualità della stampa. La tipografia è per la letteratura ciò che la performance musicale è per la composizione: un atto essenziale di interpretazione, pieno di infinite opportunità per una resa geniale o irrimediabilmente ottusa.

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