30 Set Un’improvvisa accensione di luce. Su Patrizia Cavalli
di Maurizio Cucchi

L’esordio di Patrizia Cavalli (Todi, 17 aprile 1947 – Roma, 21 giugno 2022), avvenuto con Le mie poesie non cambieranno il mondo (Einaudi, 1974), rende subito molto evidente la distanza originale, nella piena autenticità, della sua poesia, dalle linee dominanti dell’epoca. Allora ventinovenne, si mostrava estranea a ogni possibile forma di sperimentazione quanto alle tensioni verticali o di spinta analogica di un neo-orfismo proposto allora da autori che erano più o meno suoi coetanei.
La sua pagina ci mette in contatto, costantemente, con l’ambigua o complessa concretezza di una quotidianità rispetto alla quale Cavalli coglie, con particolare sensibilità attiva, una viva sottigliezza molteplice di senso. Si muove nella realtà anche minima della sua esperienza, registrandone le impressioni nelle loro sfumature, proponendosi in una fittissima circolazione di umori. Il lettore ne viene coinvolto, specie in virtù della limpida forza comunicativa – rara e poco coltivata nella poesia di secondo Novecento – che ne segna ogni passaggio. Il suo cammino, nel corso dei decenni, si apre e varia, ma in modo però sempre coerente, rendendo la sua voce immediatamente riconoscibile.
Nella poesia di Patrizia Cavalli si possono incontrare improvvise accensioni, momenti in cui la sua sensibile registrazione del reale, da cui afferra innumerevoli situazioni, passa dall’opacità materica a improvvise, ma in fondo attese, accensioni di luce. Così come si evidenzia l’ambiguità del sogno, alimentato e quasi rispecchiato nel manifestarsi in quello che lei definisce il suo «immenso campo di memoria».
Nel corso del tempo si evidenzia nei suoi versi una dichiarata visione delle realtà proposte come se si trovassero sulla scena (esplicito ed esemplare un titolo come Sempre aperto teatro, Einaudi, 1999), ma resta la scena della normalità di una vita in cui Cavalli manifesta, sempre con discrezione, i momenti di stupore vissuti nel teatro dell’esserci. Così come questa adesione all’esistere, con tutte le sue contraddizioni, la porterà a un significativo titolo, quello del suo ultimo libro pubblicato in vita, appunto Vita meravigliosa (Einaudi, 2020). Un titolo che trova un’eco anche nella raccolta postuma: Il mio felice niente (a cura di Emanuele Dattilo, Einaudi, 2024), evidenziandosi una sua, pur inquieta, adesione all’esistere. Quanto poi alla centralità dell’io, la possiamo certo osservare, pur nell’articolazione complessa del suo procedere, come guida essenziale, pure con momenti in cui l’identità stessa di chi parla sembra pressoché scomparire.
La scrittura di Cavalli conserva nel corso dei decenni la propria fisionomia, legata all’uso di una lingua, come opportunamente rilevato dall’introduzione alla sua raccolta complessiva da Dattilo, di estrema esattezza, basata, come sulla «fiducia nella propria voce». E comunque ben oltre quella idea di “semplicità” che spesso, ma troppo superficialmente, le è stata attribuita.
Una voce che si esprime in una lingua in genere colloquiale, ma che sa anche giocare, e non raramente, magari in chiave ironica, con la rima libera, tanto che lei stessa dice di venirsi a trovare più volte «nell’incidente della rima». Una voce poetica, dunque, che sa esprimersi, senza sottolinearlo, secondo le modalità di una raffinata e antiretorica costruzione del testo. Creando uno stile limpido, certo, ma spesso utilizzando cadenze prosastiche.
Quello che risulta più evidente, anche per un lettore che si sia trovato ad affrontarne i testi sin dagli esordi, come suo pregio decisivo, è la sua tenuta nei decenni, anzi la capacità di crescere con il passare del tempo e con una naturale distanza da ogni ideologia letteraria. Affidarsi alla sua parola è dunque poter entrare in una realtà testuale dove la densità delle impressioni si esprime a strati che variano nel tempo, secondo le virtù che solo un protagonista della scena poetica può solitamente rivelare.
da “Laboratori critici n.7”

NOTE:
foto di copertina di Dino Ignani
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