I tetti

di Lorenzo Del Corso

 

Di più, sempre di più. Sempre più, di più, di più, sempre. Sempre.

Rocco stacca le mani dal termosifone. I palmi sono scarlatti ora. Gli tremano i capillari. Il sangue scorre velocissimo. I nervi sono corde di mandolino che trillano. Avvicina le mani fra loro: fa combaciare le dita, ma non percepisce alcun contatto.

Questa volta ha esagerato. Questa volta è andato oltre anche il dolore. 

Non sente niente, probabilmente la sua pelle è morta. Si è bruciato le mani per sempre. Dovranno tagliarle, perché sono inutili.

Entra in cucina e dice a Costanza e Sergio che dovranno tagliargli le mani.

Al pronto soccorso li rassicurano che non è grave. Poi però il medico s’infuria. Prima con Costanza e Sergio, che sono degli irresponsabili; poi con Rocco, che è irresponsabile anche lui, ma che soprattutto – questo non lo dice il medico, né l’infermiere; in realtà non lo dice nessuno, ma tutti lo pensano, e se ne convincono, se lo incidono proprio in gola, come se volessero dirlo da un momento all’altro, ma non ci riescono – che è un bugiardo, perché non puoi incendiarti le mani tenendole qualche minuto sul termosifone acceso. Quella scenata…

In casa, al rientro, insieme a Costanza, Sergio e Rocco c’è anche la Delusione, che cammina lentamente su e giù per il corridoio, insonne, apre le porte di notte, si affaccia con quegli occhi grigi lucidi spenti e li osserva dormire, in silenzio, con il suo respiro.

Più intervengono più la situazione peggiora. Più cercano di fare di Rocco un esempio più lui diventa un caso. Costanza e Sergio ormai lo considerano quasi un inquilino, un cliente. Uno che ha pagato in anticipo e non puoi mandare via. I bambini sono la nostra unica speranza, sono il futuro. E Rocco è così confuso, così imprevedibile, ingenuo e inaffidabile.

Vogliono il meglio per lui, lo vogliono da lui. Costanza Sergio e la Delusione lo osservano da dietro lo stipite.

Tiene le mani sul termosifone, Rocco, nonostante sia spento ormai. Guarda fuori dalla finestra l’altro mondo, come lo chiama lui: l’arcipelago dei tetti.

Dio seduto sul balcone penzola le gambe sul deserto del mondo. Dio è un bambino che guarda e non capisce, cerca di capire, osserva, pensa, delira. Dio inconsapevole, Dio ingenuo. Conosce, non prevede. Se questo mondo si disintegrasse, lui ne farebbe uno nuovo. 

Rocco si è seduto sul balcone. Mentre fissava i tetti ha aperto la finestra e si è messo a sedere. Si sente onnipotente, si sente Dio.

Costanza e Sergio pensano che si voglia buttare, ma la Delusione è così pronta che  tappa loro la bocca e li ferma; in realtà si comporta come farebbe la Paura.

Ci vogliono alcuni secondi, secondi in cui Rocco penzola i piedi dal balcone, secondi in cui, oscillando un piede, una ciabatta cade nello strapiombo del condominio, secondi prima che l’Istinto torni in casa. Apra la porta, posi le chiavi, si tolga il soprabito e dica «Ciao a tutti, sono tornato» e si accorga di quello che sta facendo la Delusione: allora la prende per il collo e la getta a terra.

Costanza e Sergio finalmente riescono ad intervenire e tirano in casa Rocco.

«Non mi volevo buttare», dice Rocco allo psichiatra, «Volevo imparare a volare». Lo sai che rischiavi di ucciderti? «Sì… ma io voglio iniziare a vivere. Voglio vivere diversamente da tutti. Voglio un mondo diverso». 

La situazione è complessa, riassume lo psichiatra. Rocco sente il bisogno di differenziarsi, e traduce questo bisogno in desiderio di volare. 

Ma le parole dello psichiatra hanno cambiato qualcosa. Nel parcheggio della clinica, seduta sul cofano, trovano l’Ambizione che fuma.

È l’Ambizione a spiegare a Costanza e Sergio che forse il desiderio di buttarsi di Rocco va incoraggiato. Sa parlare bene, l’Ambizione. Entrambi la ascoltano con una specie di caldo sussulto nel petto, come una sensazione irrefrenabile di gioia, gioia che nasce dalla consapevolezza di aver trovato il modo per girare il mondo al proprio volere. 

Così Sergio e Rocco vanno in un negozio di arrampicata sportiva e comprano tutto il necessario. Sergio mostra a Rocco come indossare l’imbragatura, insieme cercano di fissare la corda al telaio della finestra, in modo che sia resistente, poi, per sicurezza, inchiodano un gancio di sicurezza nel muro della cameretta, così Rocco non cadrà mai. I vicini, annoiati, nei loro cortili sottostanti la camera di Rocco, sul fondo dello strapiombo condominiale, fanno merenda con gelati,  frutta, caffè; osservano. 

Costanza e Sergio lo iscrivono in una palestra, ad un corso di parkour. Vogliono che per lui i muri cambino prospettiva, che siano solo immensi scalini di una scala verticale che porta al lato opposto della volta del cielo. Vogliono che per lui non esistano più superfici sdrucciolevoli, ma solo trampolini e rampe. Che ogni passo conduca ad un salto. Che ogni angolo, ogni ripiano, sporgente diventi un appiglio.

Nelle settimane che seguono, Rocco continua a fare Dio: penzola le gambe dal balcone, sul deserto del mondo (nelle loro gallerie scavate nella sabbia i vicini sotto i tetti continuano a guardare quel bambino disturbato del quarto piano).

E un giorno la carrucola scorre e deposita Rocco sul balcone della finestra sottostante. Da lì, con un piede si spinge, il petto aderente al muro, e con una mano acciuffa la grondaia. Dalla grondaia si spinge ancora e raggiunge un’altra finestra, un altro balcone. Tira a sé un po’ di corda, con un piccolo salto si abbraccia all’angolo del palazzo e, nonostante gli scarponi aderenti all’intonaco, la gravità lo trascina a sé; ma è gentile la gravità, così Rocco raggiunge il tetto della casa sottostante; sulle tegole un rumore come di ciottoli. Stacca la corda dalla propria imbragatura.

Dio è sceso sui tetti. Rocco cammina libero dalla corda osserva il panorama. Vede l’imponente torre di casa sua che gli nasconde il sole. Ora i tetti delle case sono tutti vicini; l’arcipelago è a portata di passo. E lui può muoversi fra quelle isole, come pozzanghere su una strada sterrata. Così corre e saltella fra un tetto e l’altro, librandosi sul labirinto dei cortili, si arrampica, scivola, risale, ogni tanto qualche tegola si sposta, ma lui continua: i tetti sono infiniti, le case attaccate le une alle altre, il vuoto che li separa è breve. Non è bene che un bambino si muova da solo per il quartiere: colpa delle auto, della gente che incontri, dello sporco. Lì invece ha scoperto un altro mondo, una città a misura di bambino, senza pareti, senza soffitti, un unico immenso abbacinante lucernario sul cielo.

Costanza risponde al telefono. È la signora della villetta di fronte, quella con cui hanno aperto un contenzioso per via di alcune strutture in eternit nel suo giardino. Le dice che Rocco sta saltando sui tetti. Lo so, risponde Costanza. Ma siete scemi? Chiede lei. È il suo desiderio, è quello che vuole fare, quello che vuole dalla vita.

Rocco salta, corre, vortica. Più il tempo passa più lo spazio si dilata, più lo spazio si dilata più lui accelera per scoprire e coprire col suo passo tutto l’orizzonte.

Sergio tiene a bada una torma di vicini che sono strisciati fuori dalle loro gallerie per bussare alla porta, dice loro che non devono interessarsi, che non devono preoccuparsi dei tetti e che non devono preoccuparsi per Rocco.

Sono costretti a far entrare la Polizia. In realtà i poliziotti vogliono solo vedere Rocco, perché dal basso è impossibile, e non credono ai deliri dei vicini che indicano dei punti ciechi con la bava alla bocca. Così i poliziotti si affacciano alla finestra e si infuriano con Costanza e Sergio, perché vedono l’imbragatura, la corda legata saldamente al muro penzolare nello strapiombo del palazzo, percepiscono la volontà.

Mentre dal quarto piano lo osservano e litigano e volano parole come denuncia tribunale irresponsabili Rocco corre corre corre corre. Poi su un tetto vede qualcuno. Lo raggiunge saltellando, scendendo e risalendo dai tetti. Finalmente ha trovato qualcuno in quel nuovo mondo, qualcuno come lui.

La Delusione si limita a indicargli il bordo del tetto. Gli mostra la fine. Sotto il tetto la parete dell’ultima casa cade nuovamente a strapiombo come una falesia nel fiume di smeraldo opaco. Rocco si volta e vede nella nube dello smog lontana la torre del suo condominio. Gli pare di vedere la corda attaccata alla carrucola penzolare tutta lungo il muro. Il moschettone vuoto come un cappio nel tramonto.

Si volta di nuovo sugli acquitrini vorticanti fra le campate di cemento.

Rocco si siede e penzola le gambe dalla grondaia. La Delusione seduta accanto a lui.

Rocco le dice: «Lo sai che Dio può camminare sull’acqua».

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