Madri liberate, liberanti

di Elisabetta Imperato

 

“Madri liberate, liberanti” di Antonia Scardicchio e Marilena Lucente (edizioni Paoline) è un libro che ci invita a guardare la maternità da prospettive inedite: non più stereotipo o sacrificio ma relazione viva, capace di custodire e liberare. La maternità vi emerge come spazio relazionale di libertà e differenza, in dialogo implicito con le rappresentazioni letterarie e artistiche di Maria di Nazareth (la Maternità per eccellenza) e con autori come Winnicott, Kristeva e Irigaray, che hanno colto nello sguardo materno la prima grammatica del riconoscimento.

 

Madri liberate, liberanti di Antonia Scardicchio e Marilena Lucente (edizioni Paoline, prefazione del cardinale Battaglia) è un testo a due voci, ricco di echi e contrappunti preziosi. Concetto chiave del libro è la generatività materna che nel momento in cui rompe con l’immagine stereotipata della mater dolorosa, si libera, sprigionando a sua volta una forza liberante nei figli e nell’intera comunità. La figura materna nella prima parte oscilla tra giudizio (madri giudicate e giudicanti), attesa e riscatto. La relazione che si inaugura con l’altro da sé, nell’atto di dare la nascita, diventa un’occasione per ripensare il femminile, oltre il vincolo biologico. Non vi è alcuna retorica nel tracciare la figura della madre; non si ignorano conflitti generati e subiti ma sin dalle prime pagine la maternità viene pensata come esperienza dal grande potere simbolico e politico, anche attraverso il confronto con realtà dolorose.

Centrale, nella prima parte, il passaggio da “un’arte della lamentazione” alla “postura interiore della gratitudine”, che si apre a una maternità nuova, profondamente trasformativa. Liberarsi è sempre liberare.  La Scardicchio si identifica con l’immagine di Maria come madre danzante, colei che, proprio perché conosce il dolore, diventa portatrice di gioia. La prima parte si conclude con una preghiera laica a Maria di Nazareth: l’autrice mette a nudo la sua anima e apre il suo cuore alla Vergine con una modalità che ricorda Le Confessioni di Agostino: “Insegnami tu, Maria, a essere fiera e felice di essere femmina”.

La seconda parte, di Marilena Lucente, si apre con la figura della Madre degli sguardi. Sebbene non ci sia un dialogo esplicito tra le due scrittrici, lo stile del testo è decisamente dialogico e ogni parola sembra nascere come eco dell’altra. La stessa struttura del libro suggerisce la forma aperta del pensiero a due: una scelta stilistica che rafforza il senso del corpo plurale. Come la maternità implica la coesistenza di due corpi, così la scrittura mette in relazione due voci. La parola si fa crepa, apertura all’altro, potenza generativa, esplorazione di senso. La lingua stessa non spiega ma evoca, toccando i margini dell’indicibile. A tratti lo stile richiama la scrittura di Hélene Cixous come linguaggio del corpo femminile: la lingua è esperienza materna e materica.  La stessa punteggiatura sembra suggerita dalla respirazione più che dalla grammatica. Ogni termine porta con sé una stratificazione di significati. Il silenzio è linguaggio della cura ma anche abisso dell’incomunicabilità; il grembo è luogo di protezione ma anche di prigionia. Questa ambivalenza semantica riflette la natura stessa della maternità che non è mai solo luce o ombra. L’immagine della madre degli sguardi annuncia la totalità della sezione, definendone la postura: lo sguardo è momento originario di riconoscimento reciproco, prima forma di linguaggio tra madre e figlio, promessa di custodia e al tempo stesso di libertà, contatto che non trattiene ma rende capace di andare. Lucente scrive con uno stile che unisce leggerezza e profondità e in questa seconda parte il ritmo si fa ancora più meditativo. La Madre degli sguardi si trasforma in modello interpretativo della maternità in cui ogni madre può, sebbene in modo diverso, essere riconosciuta, paradigma complessivo della relazione tra madre e figlio. Accanto a lei incontriamo altre figure materne che ampliano il ventaglio delle esperienze; la Madre del silenzio che comunica più con la sua presenza che con le parole; la Madre della distanza, che custodisce la libertà del figlio senza trasformarla in abbandono; la Madre della memoria, che si fa ponte tra generazioni, archivio affettivo e custode di una continuità che non è mai peso ma dono. Queste riflessioni della scrittrice trovano un terreno fertile di confronto con alcune voci del pensiero contemporaneo che hanno riflettuto sulla relazione madre-figlio.

 

Lo sguardo materno che Lucente mette al centro, richiama, ad esempio, le pagine di Donald Winnicott sullo specchio: il volto della madre è il primo specchio nel quale il bambino impara a riconoscersi. L’idea che lo sguardo non sia solo osservazione ma riconoscimento, e che il figlio vi trovi la conferma della propria esistenza.

Al tempo stesso, la prospettiva di Julia Kristeva sull’esperienza materna come dimensione semiotica e pre-linguistica offre un’altra eco significativa. Lo sguardo della madre, nella sua immediatezza, appartiene a questo registro pre-verbale: un linguaggio prima delle parole, una relazione che fonda la possibilità stessa del linguaggio.

In chiave più filosofica, Luce Irigaray ha insistito sulla necessità di restituire alla maternità non il volto del sacrificio, ma quello della differenza: lo sguardo della madre, in questa prospettiva, non ingloba né riduce a sé, ma permette all’altro di emergere nella sua irriducibile alterità. Anche in Lucente la Madre degli sguardi è liberante perché non trattiene, non riduce il figlio a un riflesso di sé, ma lo riconosce come altro, affidandolo al mondo.

Letta dentro questa cornice, la seconda parte del libro diventa ancora più ricca:
la Madre del silenzio può essere vista come un’eco della capacità winnicottiana di “tenere” senza riempire, di offrire uno spazio psichico dove il figlio possa crescere. la Madre della distanza si avvicina all’idea irigarayana di una maternità che non assorbe, ma custodisce la differenza;
la Madre della memoria richiama la riflessione kristeviana sul legame materno come custodia delle radici, senza che queste diventino prigione. Così, la Madre degli sguardi non resta isolata: è la figura sorgiva, che introduce la logica relazionale sviluppata in seguito. Lo sguardo è il primo gesto di libertà, il segno che la madre non possiede ma accompagna, e che l’eredità materna diventa nel tempo apertura verso il futuro.

 

 

È l’immagine della Vergine, negli ultimi passi di Marilena Lucente, che in sintesi dischiude l’intero senso del libro. Nell’evocare Maria di Nazareth il testo, strada facendo, si arricchisce di rimandi letterari, filosofici e poetici, segno della coralità delle voci che anima l’intero libro. “Sempre così la poesia, la letteratura: riconducono nei luoghi che da soli non avremmo mai raggiunti”.

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