23 Set Avventurosi scrittori. In dialogo con Dario Pontuale
a cura di Ivana Margarese
Il romanzo d’avventura è erroneamente considerato un genere letterario marginale, invece ha prodotto eterni capolavori, firmati da autori capaci di inventare mondi e personaggi.
Avventurosi scrittori, pubblicato da Qed, è una raccolta di saggi di Dario Pontuale, critico letterario e narratore, che intreccia le vite di Melville, Stevenson, Conrad, Salgari, Kipling e London.
Pontuale non si limita a ripercorrerne le biografie, ma indaga le ragioni profonde che spinsero a scelte stilistiche audaci e innovative aprendoci a una lettura che apre a nuove letture e a diverse prospettive.

Partiamo dall’inizio. Come nasce il progetto di Avventurosi scrittori? È frutto di un percorso che ha richiesto lungo tempo e che raccoglie diverse tue riflessioni, oltre che offrire una bibliografia critica essenziale. Vorrei me ne parlassi.
È nato nel tempo, ma senza averne precisa intenzione. Durante il corso degli anni come critico “riscopritore” di Classici, e collaborando con differenti case editrici, mi era capitato di curare prefazioni, o postfazioni, a grandi opere d’avventura. Ho sempre amato questo genere, lo leggevo da bambino e lo leggo tuttora con medesimo ardore, identica fascinazione. Gli autori che più ricorrevano nelle letture, nonché scritture, erano appunto questa sestina di pregio, sei grandi maestri, miti indiscussi. Notando questo filo conduttore, Qed edizioni ha pensato di raccoglierli tutti in un unico volume del quale Claudio Gallo ha curato amichevolmente la prefazione. Questo volumetto, insomma, è la maturazione di un processo iniziato dodici anni fa, anzi forse molto prima.
Mi ha colpito nel parlare di alcuni racconti di Melville il fatto che sottolineassi il valore della memoria per gli esseri umani. Scrivi: “Questo è forse il monito tragico di Melville, un processo anagogico duro e drastico, scevro da cattive interpretazioni; dove il passato non è passato, tutto si sedimenta, specialmente l’orrore”. Mi è venuto in mente anche quanto dice Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri sulla proliferazione di immagini dell’orrore che dovrebbero toccarci, scuoterci, ma che in fondo ci lasciano indifferenti. Immagini che ci giungono – scrive – come anestetizzate. Da un lato rifletto sull’importanza della memoria, che come evidenzi, ha una valenza etica e collettiva dall’altro sul rischio che certa archeologia della memoria possa svuotarsi di senso e la cosa, confesso, mi crea una certa inquietudine.Potremmo tracciare un filo che unisca questa riflessione agli scrittori di cui parli nel libro, penso ad esempio a Conrad?
L’avventura come genere, in buona parte, poggia la propria struttura sulla fonte inesauribile della memoria, del ricordo, della leggenda tramandata di bocca in bocca, di epoca in epoca. Si potrebbe affermare che ne sia l’archetipo. Come fulgido esempio basti risalire a Ismaele, voce del Moby Dick, l’unico superstite al quale spetta il compito nevralgico di non cedere all’oblio. Molte opere principiano da personaggi i quali, dalla memoria personale o collettiva, rispolverano una storia, o meglio un’avventura. Rammentano e riferiscono, espongono e immortalano. L’utilizzo della memoria, dunque, funge da innesco, ma non soltanto e sarebbe riduttivo dichiararlo. Il senso più recondito, infatti, è la volontà umana di non dimenticare, di scavare nel trapassato per trattenerne l’essenza. Un passato zeppo di fatti, di cose, di luoghi, soprattutto traboccante di manifeste intenzioni introspettive. Guardando indietro si guarda dentro, è acclarato, e quanto ne scaturisce risulta unottimo limo per la scrittura, primario fertilizzante per lo spirito. La memoria rischia di svuotarsi di senso, però, se il bacino da esplorare non è profondo abbastanza, o peggio se viene utilizzata come mero espediente narratologico, edonistica e superficiale analisi.

Scrive Cesare Pavese: “I personaggi di Conrad escono da una stirpe di coraggiosi, non di santi”. Di Conrad viene messo in luce lo sforzo indefesso, la cura meticolosa, la tenacia. Spieghi che sarebbe riduttivo collocarlo unicamente accanto ai romanzieri d’azione, dal momento che la complessità di alcune situazioni permettono di affiancarlo a scrittori più intimisti. Mi piacerebbe comprendere meglio questa considerazione.
Conrad fu marinaio di lungo corso, alto ufficiale della marina britannica che navigò negli angoli più sperduti del mondo, molti sconosciuti perfino alle mappe nautiche. Conrad conobbe una galleria umana sterminata, un’infinita gamma caratteriale, comprendendo i vari gradi dell’agire, del reagire, del sopportare, del supportare. Conrad riportò su pagina tutto ciò che visse, scrutò, toccò, annusò; ma non fu soltanto osservatore fenomenologico, bensì seppe travalicare l’azione pratica, il gesto eroico, la misera disfatta, la scellerata epopea. Nella sua penna vi è sempre un interesse quasi psicanalitico delle motivazioni che condusse a certi baratri, a simili punti di rottura. Prima studiò il dentro, poi raccontò il fuori. La trama è traslazione dello spirito, effetto di una causa dell’essere.
Quella di Emilio Salgari è una figura che mi ha sempre affascinato per la sua vicenda biografica e per quel suo essere confinato al margine, come se fosse condannato sempre a mancare qualcosa. Mi piacerebbe ne delineassi un ritratto umano e letterario.
È certamente tra gli scrittori dalla fantasia più sconfinata, autore prolifico che descrisse isole sperdute, ghiacci ai Poli, sabbie del Far West e vi riuscì senza muoversi da casa, rintanato in biblioteca, chino su enciclopedie e atlanti. A differenza degli altri colleghi non poteva vantare viaggi, mai soddisfece la sete di errare, eppure sopperì con un’immaginazione capace di elaborare molteplici e vari cicli narrativi, mantenendo una magnifica vividezza di colori, emozioni. Non ebbe una vita fortunata, alcune sciagure famigliari e ripetute ristrettezze economiche, lo fiaccarono tanto da spingerlo al suicidio; ciononostante il lascito letterario ancora oggi affascinagrandi e bambini. Salgari è la riscossa della inventiva, l’impeto dell’utopia, il prodotto del sogno.

Da docente mi domando infine se porterai questo libro nelle scuole. La passione per la lettura da bambini o adolescenti è a mio parere qualcosa che può fare la differenza. A tal proposito ti chiedo anche di parlarmi della rivista che co-dirigi “Il corsaro nero”. Grazie per questo tempo condiviso.
Sarebbe un piacere portarlo nelle scuole, l’errato declassamento dell’Avventura a genere per ragazzi offre ottime opportunità. Lettori alle volte si nasce, più spesso si diventa, quindi è importante far scoccare la scintilla che sappia innescare la potenzaconservata in certi libri. Storie che stimolano alla conoscenza, all’ancestrale curiosità dell’ignoto, all’atavico interesse del confine estremo. Un recondito processo che, fortunatamente, non avviene soltanto tra i ragazzi, ma coinvolge anche gli adulti che tornano alla lettura, o la scoprono, proprio attraverso questi capolavori. Trovano in tale immenso mare letterario una loro “isola del tesoro”, vivono un’avventura nell’avventura. Questo, in fondo, è anche la linea editoriale perseguita da “Il Corsaro Nero”, quadrimestrale fondato da eminenti studiosi in materia e che, dopo decenni,conserva intatto lo smalto di approfondire letture, offrire prospettive, rievocare personaggi o titoli che l’editoria commerciale, nostro malgrado, troppo spesso dimentica.
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