DIVERGENZE CREATIVE: VIRGINIA WOOLF VERA OUTSIDER

di Luciana De Palma

 

 

Sulla pagina di diario datata 29 ottobre 1933 Virginia Woolf scrisse: “Continuerò ad azzardare, a cambiare, ad aprire la mente e gli occhi, rifiutando di lasciarmi incasellare e stereotipare. Ciò che conta è liberare il proprio io: lasciare che trovi le sue dimensioni, che non abbia vincoli. E benché questo, al solito, sia solo un colpo sparato a casaccio, ha dentro molta sostanza”.

Il suo percorso artistico letterario si è contraddistinto per originalità a livello di stile e di contenuto, senza mai restare intrappolato nello sperimentalismo fine a sé stesso.

Non distinguersi a tutti i costi, ma trovare ogni volta soluzioni differenti per rendere l’esistenza materia viva, accesa, pulsante anche su carta: questo è sempre stato il principale obiettivo di Virginia Woolf.

Fin dalla pubblicazione nel 1915 del primo romanzo, La crociera, accettò la sfida di imprimere ai suoi passi una cadenza dissonante rispetto a quella adottata da chi l’aveva preceduta.

Niente più trame votate a condurre il lettore verso un glorioso finale felice; niente più personaggi sigillati come fantasmi dentro vecchie armature; niente più dialoghi in cui sono supposte più verità di quante un essere umano possa conquistare in una vita sola.

Rompendo con la tradizione, Virginia Woolf assunse la responsabilità di provare a tradurre in parole sia l’instabilità della realtà che la facilità con cui lo spirito migra da una dimensione all’altra, se lasciato libero di definirsi a seconda dei mutamenti di tempo e spazio.

Nel romanzo Le onde, pubblicato nel 1931, uno dei personaggi femminili dichiara: “Sono fatta e disfatta in continuazione”.

Il cambiamento è assunto quale valore imprescindibile per far scorrere la linfa vitale che invece si prosciugherebbe, se costretta a subire l’onta di ridursi ad assecondare le aspettative.

Tutta l’opera di Woolf è stato un incessante progredire verso la conquista di una parola che finalmente si libera dalle trappole delle speranze e delle previsioni.

La sua parola plasma, corteggia, insegue, coglie le sue stesse possibilità, afferra le minuscole sfere di luce che volteggiano nell’aria e le rende note di una danza per celebrare la follia e la bellezza della vita.

Nei suoi racconti brevi, romanzi, saggi e biografie sono importanti le atmosfere: il mistero aleggia come una presenza soprannaturale che gli esseri umani respirano mentre ad esempio camminano per Bond Street o si preparano a fare una gita in barca verso un faro o provano le parti di una commedia medievale.

Se la vita non ha una trama e i giorni non seguono tracce delineate, perché ciò dovrebbe accadere in un romanzo che della vita è specchio e alter ego?

Virginia Woolf non cedette alla paura, quando si trattò di abbandonare le vecchie vie per aprirne di nuove.

Allungò la mano verso l’ignoto, tese le dita verso il fondo e cercò, senza demordere, finché riportò in superficie uno dei tanti tasselli del mastodontico quadro dell’esistenza.

Quindi, proseguì la ricerca in un altro frammento di ignoto.

Il 20 maggio 1938 annotò sul diario: “Non occorrerà mai che io mi ripeta, che ritorni sui miei passi. Sono una outsider. Posso fare a modo mio: sperimentare con la fantasia come meglio mi piace. Il branco può ululare quanto vuole, ma non mi prenderà mai. E se anche il branco –recensori, amici, nemici – non bada a me o mi prende in giro, sarò ugualmente libera”.

Nessun vincolo le impedì di assecondare una coscienza in grado di spostarsi con agilità e precisione negli infiniti universi in cui si sommano azioni e pensieri, sentimenti e decisioni, prospettive e memorie.

L’universo su carta si espande tanto quanto l’universo intorno al corpo e dentro la mente.

Decisa a rappresentare con le parole ogni scaglia dell’esistenza, Virginia Woolf si è allontanata fin da subito dalle tradizionali soluzioni letterarie, azzardando una visione ampia e dinamica, capace di contenere le moltitudini in cui si rifrange l’apparente unità del tutto.

Se gli sconvolgimenti, temporanei o duraturi, intensi o superficiali, entrano di prepotenza nella vita, allora l’opera letteraria deve tenerne conto.

Rinnovare la scrittura e poi, attraverso una scrittura rinnovata, darsi il coraggio di scuotere le fondamenta, è quanto di più spiritualmente elevato possa concepire uno scrittore.

Woolf non si è mai ancorata ad un solo modello; piuttosto ha lasciato andare un’idea, dopo essersene servita in questo o in quel romanzo, quando, svuotata come il letto di un fiume ormai prosciugato, non è stata più in grado di soddisfare le esigenze artistiche nel frattempo intervenute.

Vita e Scrittura dovevano agire all’unisono, muoversi come un corpo unico, avanzare o retrocedere nella medesima direzione; per questo bisognava vivere e scrivere con passione e impegno, dedizione e sfrontatezza affinché le più piccole venature della vita fossero ben visibili in ogni pagina.

“Non ci sono fratture tra le pulsazioni della vita e le scansioni nella scrittura”, ho scritto nel mio libro Virginia Woolf- le parole, il tempo, la visione (Qed ed.).

Lungi dal grigiore di espedienti narrativi logorati dall’uso e dall’abuso, Woolf non si è lasciata respingere dalla callosa resistenza della vita: ha superato tutti i limiti, attraversando con la perseveranza di una goccia gli strati più resistenti della roccia.

E, considerando le prodigiose altezze raggiunte dalla sua opera, possiamo ben dire che è stata davvero una outsider.

No Comments

Post A Comment