11 Set EPIFANIA DELLA VITA
di Luciana De Palma
Dissotterrare i viventi (Collettiva Edizioni Indipendenti) è il titolo della raccolta di poesie di Lea Barletti: un manifesto programmatico dell’intento sotteso ad una scrittura dirompente e sferzante.
Non si fanno sconti al pudore né si accettano compromessi con le mezze verità: in queste pagine la mano affonda nelle pieghe purulente della vita, sporcandosi fino al polso, lo sguardo non rifiuta di vedere, lo spirito accogliere le ombre insite in un’umanità sezionata come una materia ancora pulsante.
I versi sono impastati di crudezza e onestà, valori imprescindibili per chi rifiuta di farsi abbindolare dai luccichii di una illusione che fa vortica follemente gli esseri umani intorno a sé stessi.
La parola scandisce un ritmo frenetico che pure concede alla mente il tempo di comprendere, tastando le prove di una complessità umana che ignorare sarebbe da sciocchi o da vigliacchi.
Lea Barletti dice senza tergiversare né tentennare né trastulla nella composizione poetica che per molti è solo un gioco a cui far seguire incensi e applausi.
Salita sul Golgota del dolore, ferma i suoi passi sulla cima così da accogliere nella sua carne le spine di una visione con cui denuda la realtà, svelandone le ipocrisie: nulla resta nella penombra come vaga forma che all’occorrenza muta significato.
Con implacabile durezza, quella che urge in questi tempi di patti scellerati, le parole affondano nelle profondità in cui si diramano corridoi lunghi e stretti in cui si aggirano i fantasmi di una civiltà fatta a brandelli dalla menzogna e dalla falsità.
Al frastuono di una società intenta seppellire i cadaveri sotto tappeti raffinati la scrittrice oppone il silenzio di una parola che, liberata anche dai barocchismi grammaticali, diventa appello per i viventi affinché tornino a udire il lieve battito di una farfalla.
La quasi totale assenza di punteggiatura fa sì che la lettura avvenga come lo srotolarsi di un gomitolo privo di nodi e sfilacciamenti: con chiarezza, ma non con facilità, ci si addentra nelle ferite e, benché il progresso verso il centro della materia sia amaro, non c’è modo di fermarsi, lasciando il cammino a metà.
Più si prosegue, pagina dopo pagina, più si accede ad un livello di consapevolezza che richiede piena assunzione di responsabilità, unica maniera per ritrovare l’unità in questo mondo dilaniato da egoismi e guerre.
Leggiamo: “Spezza il guscio del sonno/escine gheriglio intatto/incastro perfetto di emisferi./Separa con delicatezza/riunisci con furore./Non c’è incontro senza deviazione/senza perdita di conoscenza”.
Lapidario come una sentenza, il verso non emette condanna definitiva poiché invoca la partecipazione intellettuale e spirituale del lettore a cui si chiede di non retrocedere anche quando la parola fende la carne e ciò che emerge sono verità e tormento.
“M’inchino al tronco tagliato/al nudo stare della domanda/riconosco/l’apertura definitiva della perdita/(chiedere sempre chiedere)/non so/partecipare al volo degli uccelli/m’incanta/la leggerezza con cui si staccano dal ramo”.
Di fronte alla domanda si resta nudi come corpi indifesi nella battaglia: sono perdute l’armatura e l’audacia per il troppo combattere senza che si profili all’orizzonte alcuna vittoria.
La perdita è un’apertura definitiva come può esserlo una crepa nella roccia: niente potrà sanarla, nessuna guarigione in vista, eppure, in questo scenario infausto quant’è straordinario partecipare alla leggerezza di uno stormo di uccelli che si alzano in volo per conquistare inimmaginabili vastità!
Sta qui l’arte di una poesia che vuole aderire al vero e allo stesso tempo evitare l’autocompiacimento di una desolazione di facciata.
Ogni parola scelta per essere messa nera su bianco porta su di sé il peso di una rara e preziosa intransigenza culturale: raschiati gli arabeschi intellettualoidi, resta l’anima di una poesia che non implora attenzioni, non strizza l’occhio, non celebra e non vuole essere celebrata.
Nella nota di lettura così scrive Silvia Tebaldi: “Se a lungo guardiamo una foglia, una mano, una cosa qualsiasi, vedremo svanire non la sua forma o i suoi colori, ma la parola con cui la indichiamo; se camminiamo a lungo, in silenzio, vedremo il nostro pensiero che fluisce, ma non in prosa. […] E la poesia è ciò che trasforma il linguaggio da strumento di comunicazione, da macchina di comandi e di giudizi, in fenomeno sensibile”.
La sensibilità, lungi da quanto vanno affermando gli idealisti, non è un dono divino concesso ad alcuni, ma una qualità che può essere appresa e poi affinata attraverso cui darsi la possibilità di avvicinare, sperimentare, conoscere sé stessi e gli altri.
La poesia, in questo, è luogo privilegiato perché al tratto teorico unisce quello pratico: riflettere con le parole per sfiorare vertici di pura bellezza in cui, superate le differenze e le distanza, poter sentire la comune appartenenza alla vita.
“Se adesso, proprio adesso/posati sopra al tavolino/insieme ai gomiti, i pensieri/se proprio adesso, dico/ti sporgessi così/dalla muta verità della tua cornice/allora vedresti me/che ti guardo ancora/prima di girare l’angolo e uscire/dall’inevitabile e stanco riprodursi/della stessa fessa/inquadratura fissa”.
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