Se camminare fa troppo rumore. In dialogo con Giusi D’Urso

a cura di Francesca Grispello

La caduta, una caduta verso la quale cammina ogni essere umano. La bellezza, la fragilità e la forza tutta nelle storie che l’accompagnano e dicono i nomi e i luoghi: padri, madri, parenti, amiche, strade, luoghi, città, animali domestici, suoni, case, geografie sentimentali.

Se camminare fa troppo rumore è la storia di una caduta, di un inciampo di vita in cui l’autrice Giusi D’Urso imbastisce un doppio e lineare filo di narrazione: passato e presente. Questa è la storia di Sofia, siciliana d’origine e trapiantata a Pisa, una storia di un mancato allineamento, di colpe di padri e madri che schiacciano e di un tessuto d’anima che non trova requie, Sofia corre, cammina, si affanna, procede come può per raggiungersi, ma non trova la cura che merita o forse si. Amicizia, violenza domestica, malattia sono tra i temi trattati, Giusi lo fa con molta grazia: c’è molto affetto, rispetto e tenerezza verso la rappresentazione implacabile del reale.

Se camminare fa troppo rumore dondolo le gambe nel vuoto, seduta sul bordo del letto.

Come mai per la tua protagonista hai scelto un nome così evocativo: Sofia?
Mi piaceva il suono, dolce e soave, quasi un sussurro: con la sua esse, poi con la effe, la i che si allunga un microsecondo fino ad arrivare alla a e così chiudere. Mi sembrava un delicato pacchetto regalo, scartato quasi di nascosto, nell’angolo intimo di una casa, nell’attimo più dolce di una giornata qualunque. Il suono evocato dal nome a contrasto con il caos e il frastuono che abitano i pensieri della protagonista. Il nome è stato scelto in questa chiave.

Sofia è un personaggio molto riconoscibile anche se peculiare: come nasce l’idea di questa donna?
Volevo raccontare la storia di una bambina, di un’adolescente e poi giovane donna che cresce in una famiglia disfunzionale. È un personaggio molto presente e comune in letteratura, quindi facilmente riconoscibile. Pensiamo a Ho fatto la spia della Oates, Lacci di Starnone, Tempesta madre di Solla e sono molti altri ancora i romanzi che affrontano il tema. Mi interessava sottolineare non solo i lati oscuri di certe relazioni familiari, ma anche le conseguenze sui sogni, sull’autodeterminazione e sulla salute di chi le subisce. Sofia è il risultato di ciò che subisce ed elabora; a volte fa tenerezza, a volte rabbia. È il prodotto di un male oscuro che finisce per permeare ogni speranza, ogni progetto. E tuttavia è anche l’anelito alla felicità, un cofanetto di sogni e progetti. L’idea è nata dalla storia che mi si era costruita nella testa: all’inizio non era proprio come la si legge nel romanzo, ma, si sa, le storie, mentre le si scrive, vanno dove vogliono.

Il tempo è proteiforme. Da ogni ora esplodono cose che non riesco a contenere, si sparpagliano sotto i miei occhi e quando cerco di mettere ordine sfuggono rapide dietro i mobili, come scutigere

C’è un momento in cui Sofia sembra che sia nata rotta, invece si rompe. Cosa avrebbe potuto impedirle di cadere?
Due genitori veramente “attingibili”, forse.
Oppure una maggiore determinazione nel lasciarli andare, nel porre distanza fra la sua vita e le relazioni familiari tossiche.
Oppure ancora, una parvenza di contenimento all’interno del contesto familiare. Invece, nel caso di Sofia, neppure le mura domestiche sono contenitive; neppure la casa le offre rifugio. Niente le dà tregua o scampo. Quindi cade, tenta di rialzarsi e riesce a farlo solo in un modo: attraverso gli unici strumenti che ha potuto acquisire dal suo modello genitoriale.

Tra le pagine ritorna il romanzo di Jack London, Martin Eden, raccontaci di più.
È una delle mie letture preferite che ho voluto regalare a Sofia. Ho pensato che poteva essere anche il suo romanzo del cuore, visto che affronta il tema dell’impegno per il riscatto personale, sociale, culturale. Martin è un uomo semplice che si autodetermina contro tutto e tutti e che diventa uno scrittore di successo. La spinta è l’amore per Ruth, giovane donna agiata e colta.
Anche Sofia vuole arrivare, vuole perseguire i suoi sogni, il suo progetto di vita, vorrebbe anche lei diventare una scrittrice di successo, o un buon medico, ma il suo destino è nebuloso, inquinato, le preclude ogni relazione funzionale. Sofia e l’amore non si incontrano mai.

Questo è un romanzo che si gioca in una cornice terapeutica, di cura tra paziente e il signore con il taccuino, non sappiamo se questa terapia funzionerà, almeno voglio immaginare un finale aperto. Cosa è per te una relazione terapeutica?
Credo che, al di là delle accezioni tecniche, ogni relazione funzionale sia in qualche misura terapeutica. L’essere umano è un animale sociale che non può prescindere dalla relazione con gli altri e con l’ambiente in cui vive.
Il saggio di Gallese e Morelli, Cosa significa essere umani?, ci pone davanti all’inesorabile consapevolezza che affinché esista un “io” deve esistere un “noi”. Allora, se essere umani significa stare e vivere in relazione, quest’ultima diventa un motore, un modello e uno strumento. Le relazioni ci formano, ci cambiano, ci insegnano. A volte, ci devastano. Se sono efficaci, accoglienti, contenitive, ci curano e rassicurano.
Nello specifico, Sofia si racconta all’uomo che scrive in un contesto specifico: la relazione è terapeutica in senso tecnico, si intuisce dai primi capitoli: nel senso che da una parte c’è una persona in difficoltà e dall’altra un’altra persona deputata ad ascoltare e accoglierne il racconto.
Sull’effetto che tale relazione produce non abbiamo molte certezze, se non quella di una certa laboriosa e faticosa ricostruzione che Sofia riesce a fare, nonostante il dolore e la lacerazione che questo processo le provoca.

Ad una prima lettura, la Sicilia è la culla, mentre Pisa è un’aguzzina, a fine romanzo invece Pisa è affrescata e raccontata con uno sfondo amorevole. Che rapporto hai con la città? Possiamo dire che questo è un omaggio?
Parto dalla seconda domanda: sì, questo romanzo è un omaggio alle mia città che amo e cui sono grata per avermi adottata. 
Hai ragione, alla fine Pisa diventa un quadro, un luogo visto e vissuto con amore. Resta pur sempre un posto distante che Sofia avrebbe voluto abitare in altro modo. Rimane la casa che avrebbe potuto rassicurarla, l’ambiente in cui avrebbe potuto diventare una donna diversa. Viene osservata e rispettata con rimpianto, come si fa con i sogni che non si sono avverati.
Per me, invece, sradicata sin dall’adolescenza, è stato molto diverso: a Pisa sono diventata grande, qui ho studiato, mi sono innamorata, ho messo su famiglia, qui abito e lavoro. Pisa per me è casa, amore, realizzazione personale. La Sicilia resta la terra del cuore nei confronti della quale, però, nutro un sentimento doloroso, a metà fra passione e insofferenza.
Un rapporto difficile e complesso.

Sono sempre stata divisa in due. Tornare, il mio vizio capitale; andare avanti, il mio dovere.

C’è qualcosa su questo romanzo che credi non sia stato detto?
In realtà, ogni volta che ho letto una recensione del mio romanzo ho trovato temi e riflessioni sorprendenti. Nel senso che so cosa ho scritto ma ciò che i lettori trovano leggendolo è spesso inaspettato. Quindi, no, direi che da quando è uscito, nell’aprile dello scorso anno, ho imparato sulla storia di Sofia molte più cose di quelle che credevo di sapere.

La cura e la trascuratezza in famiglia, in una relazione di qualsiasi natura hanno una linea sottile che le separa: cosa irrompe a portare squilibrio?
Mi verrebbe da dire la vita, semplificando al massimo. Ma la parola vita è un pozzo senza fine né fondo. Mi viene in mente a tale proposito il romanzo di Massimo Cuomo, Casa è dove fa male, in cui vengono raccontate le vite degli abitanti di una palazzina di quattro piani. Queste vite si intersecano, si sfiorano, si influenzano l’una con l’altra. In ogni casa c’è qualcosa che irrompe a guastare l’equilibrio, l’intrusione improvvisa è rappresentata da una colonia di topi che vivono nei sotterranei del palazzo e che la notte si introducono negli appartamenti. Cosa guasta gli equilibri e le relazioni funzionali? La parte oscura che alberga in ognuno di noi, credo, e che a volte è più forte e più determinata di tutto il resto che ci compone. In una parola, il nostro essere imperfetti.

Sei una biologa nutrizionista, una professionista sanitaria che manifesta una poderosa sensibilità e una grande dote per la narrazione: volendo ritornare all’idea di cura.
Le storie curano chi le scrive e chi le legge?
È un argomento molto discusso. Detto che non credo che la letteratura abbia il ruolo di curare alcunché, forse per rispondere alla tua domanda bisogna tornare al concetto di cura e di ciò che definiamo terapeutico. Se cura e terapia sono tutto ciò che in qualche modo ci rinfranca e riposiziona, ciò che riesce a mettere in fila sentimenti, a mitigare fatiche, a ricucire lacerazioni e confortare rimpianti, allora quando una storia fa questo può diventare, se non cura nel senso stretto, quanto meno pacificazione.
Dire per chi è più difficile: posso rispondere per me.
Scrivere di Sofia, dei suoi dolori e del suo sradicamento a me è servito per riflettere su alcune mie questioni lasciate in sospeso.
Lettrici e lettori rappresentano una popolazione variegata: lasciamo la risposta a ognuno di loro.

Come si conciliano nel tuo quotidiano biologia e scrittura?
Sono aspetti che per molti anni ho vissuto come conflittuali: l’uno toglieva spazio e tempo all’altro. Mi facevo un cruccio dei racconti che non riuscivo a scrivere a causa del tempo dedicato alla nutrizione, alla famiglia, al lavoro, allo studio e all’aggiornamento. Allo stesso modo e con lo stesso rammarico vivevo il tempo rubato alle storie. Provavo un costante senso di colpa rispetto a queste mie due vite e alla necessità e al desiderio di poterle abitare entrambe senza problemi e senza rimpianti. Negli ultimi anni, invece, riesco a lasciarle convivere pacificamente: sento che il tempo dedicato alla scrittura è necessario quanto quello dedicato alla biologia e che sempre più spesso le due cose coincidono in progetti professionali e non. Questo mi rende felice.
 Anche nel mio romanzo, in realtà, le due cose si sovrappongono: Sofia studia medicina, prepara esami di biologia, fisiologia, patologia; discipline con cui convivo quotidianamente, che fondano e strutturano il mio lavoro in studio e il mio insegnamento all’università.

Cosa vuol dire nutrirsi? Cosa hai imparato di più importante nei tuoi studi
Nutrirsi è un atto biologicamente ed evolutivamente imprescindibile. Ma sai che c’è? Che dovremmo cominciare a pensare al nutrimento come a qualcosa di più complesso: cibo, amore, rispetto, cultura, coinvolgimento sociale, relazioni sane, attività fisica, solidarietà, accoglienza. Tutto questo è per me nutrimento. Assodato che il buon cibo e il corretto stile alimentare portano salute e felicità, perché non riempirsi la vita di altrettanti nutrimenti che possono sortire gli stessi effetti. Ho imparato questo vivendo appieno gli aspetti della mia esistenza e assecondando le mie propensioni: l’accudimento, la nutrizione, la biologia, la lettura, l’insegnamento, la scrittura. Sembra faticoso, ma, credo lo sia ancora di più rinunciare alla propria complessità.

Quando è nato il tuo amore verso la parola?
Prestissimo. Ho imparato a leggere e a scrivere prima di approdare in prima elementare. Ho un ricordo che mi intenerisce e un po’ mi fa stare male: avrò avuto cinque o sei anni e mi atteggiavo a maestrina con una mia coetanea che abitava nel quartiere; in un piccolo spazio davanti alle nostre case, un tavolino, due sedie, io che le insegno a scrivere e che la rimprovero minacciando brutti voti se non scrive le vocali dentro le righe; lei che subisce in silenzio. Io e quella bimba abbiamo perso le tracce l’una dell’altra. Meglio così, temo mi abbia odiata profondamente.
 Altri ricordi: i primi temi a scuola, le prime storie scritte per me, poi lette con un po’ di coraggio alle mia insegnante di italiano delle medie. Il liceo, un paio di concorsi letterari andati bene. Poi molte prove, moltissimi tentativi falliti. Ma da sempre la lettura è la mia vera irrinunciabile maestra di scrittura.
L’amore per la parola è nato così, senza che mi rendessi conto, è cresciuto con me.

Quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?
Ci sono classici che mi accompagnano da molti anni e che ogni tanto ripesco dalla libreria e apro a caso. È un esercizio di cui sento il bisogno ancora oggi. Sono i miei scogli in mezzo al mare. Autrici come le sorelle Bronte, Virginia Woolf, Clarisse Lispector, Sylvia Plath, Goliarda Sapienza, Flannery O’Connor. Autori come Calvino, Levi, Fenoglio, Pavese, Berto.
Ma in generale, leggendo un po’ di tutto, i miei riferimenti cambiano e si arricchiscono.
E poi, come dicevo prima, sono un impasto misto, quindi altri riferimenti sono i testi di Harari, Pievani, Zagaria, Bernardini, Matteoni, Gallese, Morelli, Lingiardi.
Brutti, gli elenchi. Forse non è corretto dire di avere riferimenti letterari. Sono molto disordinata, curiosa; mi sento sempre insoluta, inadempiente, ignorante. Spesso nuoto a vista, raccolgo ciò che arriva e lo impasto con quello che c’era prima.


Ci puoi dire come è nato l’incontro con l’editore Il ramo e la foglia?
Attraverso una giornalista e agente letteraria che conosceva già la casa editrice e mi ha invitato a prenderla in considerazione nella ricerca di una casa per il mio romanzo. È stato un ottimo consiglio. Una bella esperienza. Roberto Maggiani e Giuliano Brenna de Il ramo e la foglia Editore sono ottime persone e ottimi editori.

Hai altri romanzi in cantiere?
Sì, ma preferirei non parlarne. È troppo presto.

Una città
immaginaria, piccola, circondata dai boschi

Un colore
rosso

Un pasto
la colazione

Un dono
una pianta, una gita lungo un fiume, un buon libro

Un sogno
due: un mondo pulito e in pace

Un verso
Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. Estate, Cesare Pavese

Un odore
basilico

Un libro
Martin Eden

Un brano musicale

Trouble, Coldplay

Un nome
Sofia, ovvio. Ma anche Ada, perché è un palindromo

Un augurio
la vecchiaia con tutti i sentimenti a posto

 

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