01 Set Aphra Behn: Una Voce del XVII secolo
di Luciana De Palma
Nel vasto panorama letterario femminile va riconosciuto alla scrittrice Aphra Behn il primato di letterata che è riuscita a guadagnarsi da vivere con la propria arte.
Nata a Canterbury nel 1640, fu poetessa, traduttrice e drammaturga. Il periodo vissuto nella Guyana Olandese, a seguito della morte del capofamiglia, le fu d’ispirazione per scrivere il suo romanzo più famoso: Oroonoko Lo schiavo reale (Rogas ed.).
A seguito di particolari vicende politiche e di intensa attività spionistica, fu condannata al carcere per debiti; una volta liberata, ricorse alla composizione di versi per mantenersi autonomamente e superare lo stato di indigenza in cui venne a trovarsi.
Non era estranea all’attività letteraria che aveva già praticato negli anni precedenti, ottenendo anche riconoscimenti pubblici e buoni risultati a livello di vendite; oltre a composizioni poetiche, aveva scritto commedie e opere teatrali.
Non mancarono, però, aspre critiche in senso moralistico poiché nelle sue opere la scrittrice parlò apertamente di relazioni sessuali e di prostituzione, mettendo l’accento anche su tematiche legate al matrimonio forzato e alla subalternità delle donne in ambito sociale e culturale.
Dimenticata per oltre tre secoli, fu rivalutata alla fine degli anni Venti da Vita Sackville-West e Virginia Woolf che la innalzarono a modello di femminismo nella letteratura moderna.
In particolare Woolf scrisse di lei: “Con Aphra Behn ci lasciamo alle spalle quelle grandi dame solitarie che scrissero senza pubblico né critici, per loro esclusivo diletto”.
Oroonoko è un romanzo breve, pubblicato nel 1688. La vicenda è ambientata nelle Indie Occidentali e ha per protagonista un principe africano, il cui nome dà il titolo all’opera, ridotto in schiavitù nel Suriname e innamorato della bella Imoinda.
Intorno ad un amore infelice, si avvita una narrazione che può ben dirsi antesignana del Robinson Crusoe e dei Viaggi di Gulliver.
Ostacolati nel loro amore, Oroonoko e Imoinda pianificano la fuga, ma non potranno portare a termine il piano perché, scoperti dal vecchio tiranno, saranno dolorosamente separati: il primo è catturato da un capitano inglese di un vascello negriero, la seconda è venduta come schiava.
Dopo molte peripezie, i due riescono a rivedersi in Suriname, allora una colonia britannica delle Indie occidentali la cui economia era basata sulla coltivazione delle canne da zucchero.
Oroonoko si fa promotore di una rivolta degli schiavi che però finisce con una resa obbligata, mentre lui stesso è fatto fustigare.
L’amore, che sembra vincere ogni difficoltà, induce Oroonoko a stabilire la morte per sé e per l’amata che egli crede possa finire in cattive mani dopo la sua condanna definitiva.
L’omicidio-suicidio dovrebbe avvenire nel bosco: qui, dopo molte esitazioni, Oroonoko pugnala la sua bella che muore con un sorriso sul viso.
Il principe, ancora piangente sul corpo caldo di Imoinda, è trovato e arrestato dalle guardie che in pratica gli impediscono di seguire la sorte della sua amata. Il supplizio a lui riservato è lo smembramento: l’ultimo atto di coraggio dimostrato senza esitazione sarà quello di sopportare il dolore senza gridare.
Aphra Behn è riuscita a costruire una complessa impalcatura narrativa in cui si intrecciano eventi raccontati in prima persona e altri raccontati in terza; la voce narrante appartiene a una giovane donna della buona società inglese che, arrivata in Suriname, non disdegna di incontrare e conoscere gli autoctoni e gli schiavi. La sua storia è costantemente intrecciata a quella di Oroonoko e Imoinda e questo riesce perfettamente a creare tra il lettore, i personaggi e la trama una fitta corrispondenza di pensieri e sensazioni.
Nel romanzo non mancano riflessioni politiche che lo rendono quindi un’opera impegnata; la fantasia fa da cornice ad un insieme di argomenti molto sentiti e vicini ai lettori del tempo.
L’anno in cui fu pubblicato è il medesimo che vide al potere un avvicendamento importante: morto il re Carlo II, salì al trono Giacomo II la cui fede cattolica provocò agitazioni e sdegno nelle vecchie forze parlamentari.
Quando, nel romanzo, Oroonoko ripete che la parola del re è sacra e che l’onore di una persona è commisurata alla sua capacità di mettere in pratica i suoi propositi, non fa altro che richiamare alla mente le questioni religiose che fomentarono duri scontri in parlamento e tra cittadini. I lettori contemporanei di Aphra Behn devono aver subito colto il senso nascosto nelle pagine del romanzo.
Inoltre non mancano riflessioni sulle radici e sulla natura della monarchia così come velate meditazioni circa la razza, quest’ultima questione sempre più marcatamente svelata soprattutto durante il periodo in cui l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America divenne causa scatenante della guerra civile.
Aphra Behn morì nel 1689 e fu sepolta fra i poeti nell’Abbazia di Westminster: quest’ultimo dato dimostra chiaramente quanto la sua opera fu tenuta in alta considerazione.
Dopo la morte della scrittrice, il romanzo Oroonoko fu trasformato in sceneggiatura teatrale e portato in scena per moltissimi anni; ad ogni replica cresceva il successo di pubblico e critica che, a seconda dei periodi storici, evidenziava ora un aspetto ora un altro.
Mai, però, sono state tradite le intenzioni originarie che la scrittrice ha fissato sul foglio a inizio romanzo, quando, sovrapponendo la sua a quella della voce narrante, ha scritto: “Nel narrare la storia di questo schiavo di sangue reale, non pretendo di intrattenere il mio lettore con le avventure di un eroe inventato della cui vita e della cui sorte la fantasia possa disporre secondo l’estro del poeta; e nel riportare la verità, non intendo adornarla d’alcun accidente, se non di quelli che gli toccano davvero. Questa storia si farà avanti nel modo semplicemente, favorita solo dai suoi meriti e dalla sua trama autentica”.
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