30 Ago La principessa di Clèves. In dialogo con Marco Viscardi
a cura di Ivana Margarese
La principessa di Clèves fu pubblicato anonimo nel 1678.
L’autrice, Madame de La Fayette, è una donna colta e raffinata, amica di La Rochefoucauld e di Mme de Sévigné. Il romanzo, ambientato alla corte di Enrico II, mette in scena attraverso i suoi personaggi il conflitto inesauribile tra dovere e passione, tra verità e finzione, e offre una articolata riflessione sul potere e sui suoi deliri all’interno dei rapporti umani.
Marco Viscardi che, insieme a Giulia Milanese, ha realizzato un podcast sul romanzo per Nazione Indiana spiega come, rispetto alla cultura del secolo, La Principessa sia stato un testo rivoluzionario: “La tradizione romanzesca dei Seicento francese, dominata dalle grandi scrittrici che siamo soliti chiamare preziose, comprendeva opere vastissime, in più volumi di centinaia di pagine. Macchine narrative complessissime che mettevano alla prova la memoria dei lettori. La Principessa di Clèves è invece un testo sorprendentemente breve: un romanzo di analisi psicologica, di studio dei comportamenti, di osservazione dell’anima. Non ci sono più le grandi avventure, i viaggi intorno al mondo, i misteri e gli intrighi, ma tutto, o quasi, si volge in luoghi privati: palazzi (anche palazzi reali), stanze, giardini. Al centro ci sono i personaggi e soprattutto la loro coscienza, sempre trascinata, sempre in balia tanto di forze esterne quanto di inquietudini interiori.
Questo fa della Principessa un testo sorprendentemente moderno e ancora capace di parlarci, ma soprattutto di interrogarci. È forse il primo grande romanzo della coscienza e della sua inconoscibilità”.

Proviamo a raccontare come è nato questo progetto di podcast su La principessa di Clèves di Madame de La Fayette e che criteri sono valsi nella scelta di chi ha partecipato.
Questo podcast è dato da una rilettura del romanzo che ho fatto un paio di estati fa. Non leggevo La Principessa di Clèves da vent’anni e devo dire la prima lettura nonmi aveva appassionato. Rileggerlo invece è stato folgorante: mi è parso ci fosse una lunga riflessione sul potere e sui suoi deliri all’interno dei rapporti umani, mi è parso anche fossero raccontati non solo la lotta fra il rigore e il desiderio, ma anche la paura di una verità che sfugge di bocca e travolge le vite.
E poi La Principessa è anche un tentativo di romanzo storico. Parliamo di un testo pubblicato anonimo nel 1678, che parla della Francia del 1559. Certo, siamo davanti a una scrittura assai lontana dalle cattedrali di Scott, Manzoni o Tolstoj, ma la vicenda ‘privata’ dei protagonisti è intrecciata con la storia di Francia e d’Europa. Non una storia sociale o politica, ma una storia di matrimoni andati a male che, a volte, coi loro fallimenti hanno portato all’infelicità delle nazioni. Si può dire che la storia di finzione si rispecchi nella grande storia del tempo. Così ho inserito la Principessa nei corsi che ho tenuto per qualche anno alla Federico II di Napoli e poi ne ho tratto una conferenza…Avrei voluto scriverci un saggio, ma ho capito che ero più a mio agio con la narrazione orale, e così è nato davvero il podcast.
Giulia Milanese è stata una colonna del progetto, sia per la sua strepitosa capacità di leggere i testi sia per la sua maestria tecnica. Giulia ha letto anche alla conferenza che abbiamo tenuto assieme negli spazi del Teatro Bellini, a Napoli, con la magnifica associazione A Voce Alta – e vorrei ricordare qui Patrizia Cotugno, Marinella Pomarici e Antonella Cristiani. Ornella Tajani ha accolto con molta generosità il progetto su Nazione Indiana e Orsola Puecher ha fatto elegantissime alchimie informatiche per permettere al sito di accogliere un podcast.
Ogni puntata è chiusa da un ospite. Tutti sono stati generosissimi a partecipare mettendo in comune non solo le loro enormi conoscenze, ma anche – per così dire – la loro umanità. Mi piaceva l’idea di non fare un racconto solitario e ciascuna di queste sei voci non solo ha arricchito, ma lo hanno aperto al dialogo e alla riflessione condivisa.

Mi piacerebbe delineassi un profilo di Madame de La Fayette rintracciando sia gli elementi di originalità della sua scrittura sia quelli relativi al canone dell’appartenenza al suo tempo.
Ci provo, cominciando da qualche dato biografico. Intanto la nostra autrice nasce come Marie-Madeleine Pioche de la Vergne, diventa poi contessa sposando François de La Fayette. Quando scrive la Principessa ha superato la quarantina.Dal matrimonio ha avuto due figli, ma sembra che la sua vita coniugale sia stata abbastanza fredda. Madame de La Fayette ebbe una lunga e solida amicizia sentimentale con La Rochefoucauld, il grande moralista. Dalle testimonianze di Madame de Sevigné, sappiamo che il lutto per la morte dell’amato mise la nostraautrice in uno stato di profonda prostrazione.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che dedica un breve ritratto a Madame de La Fayette, sottolinea come il legame fra lei e La Rochefoucauld fosse basato sulla comune attitudine flemmatica. Una pigrizia che pare caratterizzasse la persona di Madame de La Fayette…
Nella sua storia della Letteratura Francese, Giovanni Macchia nota come La Principessa di Clèves sia apparsa tardi sulla scena letteraria del tempo. Molière era morto, Racine già grande e affermato, Le fiabe di La Fontaine, i Pensieri di Pascal e le Massime dello stesso La Rochefoucauld circolavano ormai da molti anni. Però rispetto alla cultura del secolo, La Principessa è un testo rivoluzionario. La tradizione romanzesca dei Seicento francese, dominata dalle grandi scrittrici che siamo soliti chiamare preziose, comprendeva opere vastissime, in più volumi di centinaia di pagine. Macchine narrative complessissime che mettevano alla prova la memoria dei lettori. La Principessa di Clèves è invece un testo sorprendentemente breve: un romanzo di analisi psicologica, di studio dei comportamenti, di osservazione dell’anima. Non ci sono più le grandi avventure, i viaggi intorno al mondo, i misteri e gli intrighi, ma tutto, o quasi, si volge in luoghi privati: palazzi (anche palazzi reali), stanze, giardini. Al centro ci sono i personaggi e soprattutto la loro coscienza, sempre trascinata, sempre in balia tanto di forze esterne quanto di inquietudini interiori.
Questo fa della Principessa un testo sorprendentemente moderno e ancora capace di parlarci, ma soprattutto di interrogarci. È forse il primo grande romanzo della coscienza e della sua inconoscibilità. Sono lontane le grandi e magnifiche follie allegoriche di Orlando e Chisciotte, qui si parla di un dolore e di un disorientamento reale, che ciascuno conosce per esperienza.
Ritorna nel romanzo frequentemente il riferimento a un’eccezionalità, a un’aspirazione a tenere una condotta differente da tutte le altre o gli altri. È un elemento interessante considerando peraltro che non conosciamo i nomi dei protagonisti delle vicende a cui partecipiamo da lettrici e lettori sia perché i personaggi vengono identificati col loro titolo e col loro rango sia perché è come se nel loro agire fossero “funzioni” della storia che si svolge.
Questo mi sembra uno degli aspetti più affascinati, inquietanti e moderni del romanzo. Se ci pensi, c’è una visione tradizionale del romanzo che vuole il genere strettamente connesso col racconto dell’individualità. Quindi il primo romanzo moderno sarebbe il Don Chisciotte, che precede di una settantina d’anni la nostra Principessa. Il Chisciotte, erede della grande tradizione picaresca de secolo precedente è forse la prima narrazione lunga in prosa dedicata ad un solo protagonista. E anche il romanzo inglese del Settecento, il Novel, incentra le sue trame su un unico protagonista che in genere dà il titolo all’opera: Robinson Crusoe, Mola Flanders, Tom Jones, Pamela, Clarissa…Ecco, mi pare che – involontariamente – la nostra Principessa metta proletticamente in crisi questo paradigma dell’individuo. Qui l’eccezionalità, più che una scelta, è una condanna. Una condizione di vita che si accetta solo per radicarsi dentro un delirio di potere. Distinguersi, dissentire, eccellere…sono tutti modi di esercitare un difficilissimo controllo emotivo. È il desiderio sinistro di Madame de Chartres: avere una figlia diversa, unica. La povera Principessa interiorizza il monito, ma in questo modo si chiude alla vita, alle avventure, alle possibilità, alle cadute. Questa individualità ipertrofica è una gabbia, e siccome si delira sempre in compagna, la Principessa è stata trascinata in questa allucinazione, a sua volta riesce a trascinarci il marito e l’uomo di cui si è innamorata. Pervesamente protetta dalla sua ‘unicità’ la Principessa si mette al riparo dalla vita e dai suoi rischi. Allora hai ragione, i personaggi sono funzioni: funzioni sociali, ma anche funzioni simboliche. Madame de La Fayette rappresenta i suoi personaggi liberi da ogni preoccupazione materiale, questo permette loro di vivere ‘in purezza’ le loro inclinazioni e le loro passioni. Potremmo dire che la Principessa di Clèves, oltre ad essere una storia appassionante e scritta strepitosamente bene, è una strepitosa parabola. Non una parabola evangelica, non una fiaba, ma la parabola di un mondo amorale.
Desiderio e interdizione del desiderio compongono la dinamica del romanzo, che svolge una dialettica tale per cui è il desiderio a sembrare, credo, a chi legge oggi più ragionevole dell’ostinazione cieca al dovere fino al ritiro dal mondo. Qual è il tuo punto di vista?
La prendo un po’ larga se permetti, e mi scuso perché sarò un po’ autoreferenziale Questa è la seconda ‘estate’ che faccio per Nazione Indiana, ma la prima risale al 2023: era una serie di articoli dedicati a Manzoni (ti lascio il link della prima puntata qui). Quegli articoli poi sono diventati un libro per Melangolo e mi sono trovato a collaborare per la pubblicazione con Simone Regazzoni. In quel periodo ho letto un libro di Simone sull’etica dell’eroismo. L’autore leggeva alcuni dei più forti miti contemporanei come il dottor House, Batman o gli erranti dei film di Sergio Leone, proprio come eroi del desideri. Eroi che basavano le loro azioni su leggi interiori e non sulla moralità consueta.
In quel periodo studiavo Tasso per alcune lezioni alla Federico II e mi sono reso conto di come le intuizioni di Simone si potessero allargare almeno alla fine del Cinquecento. La perfetta sintesi di quello che stavo pensando, poi l’ho trovata al museo di Capodimonte, davanti all’Ercole al Bivio di Annibale Carraci. Guardalo con me:
Sei ci pensi bene è un’immagine potente: Ercole deve scegliere fra dovere e piacere. Ma che dovere e che piacere? Il dovere è un dovere per gli altri, per la comunità, è il dovere dell’eroe epico. Vedi che l’allegoria della morale gli indica una strada difficile, in salita, con sopra un cavallo da domare, mentre in basso c’è anche il poeta, pronto a rendere eterne le imprese del nostro Ercole. L’alternativa è il mondo del piacere. Ma è un mondo senza tempo, senza ordine. Un mondo di ripetizioni.
Ecco, a me Ercole pare smarrito, perché in fondo nessuna delle due scelte ci pare soddisfacente. Dovere e godimento. Due costrizioni, e dove sta il nostro desiderio? Il nostro istinto a dare forma al mondo sulla base della nostra legge morale che persiste dentro di noi malgrado le imposizioni esterne…ti dicevo di Tasso, mentre leggevo la Liberata, pensavo ai grandi personaggi femminili: Sofronia e soprattutto Clorinda…che sembrano agire sulla base del loro desiderio, più che della morale religiosa. Anzi, in loro si sente forte la tensione fra vocazione e costrizione. Così forte che lo stesso Tasso, dopo aver lasciato loro la possibilità di una azione libera, chiude la loro parabola nella normalizzazione del matrimonio, per la prima, e del battesimo in punto di morte per la seconda…Da lì mi è parso che iniziasse una nuova stagione della letteratura, che porta ai personaggi di Kleist, ma anche a Bartleby e al suo preferirei di no. Eroi dell’inaccettabile collusione.
La Principessa è un passaggio essenziale di questa storia: un passaggio complesso e ambiguo. Perché sembra che in questo romanzo la verità dei sentimenti, la verità emotiva, abbia sempre vita brevissima, perché l’autocontrollo e il desiderio di potere giungono presto a costringere, a rimettere in riga, ad evitare che quell’accenno di verità possa trasformarsi in una possibilità allettante.
La confessione è un atto rivoluzionario della Principessa che però immediatamente viene castrato e riportato all’ordine dei rapporti di potere. Per questo penso che la Principessa sia forse il più grande romanzo sulla potenza della verità, ma è anche il più grande romanzo sulla paura della verità. La verità porta alla morte, l’inganno avrebbe consentito rimanere in vita, fra piccoli e grandi compromessi.
E mi colpisce molto come ogni volta che parlo del romanzo di Madame de La Fayette si sviluppi un dibattito in cui non manca mai chi, con intelligenza, ammira e sostiene la scelta della Principessa come una scelta di dignità e di decoro personale. Questo mi è successo all’università, in conferenze aperte al pubblico o nella classe dove ho insegnato lo scorso anno, una quinta di una sezione della mia scuola dedicata alla formazione dei futuri operatori socio sanitari.
Io non sono d’accordo, penso che l’autrice voglia proprio metterci in guardia dagli eccessi della virtù, però è magnifico che un testo di tre secoli fa ci faccia discutere così tanto. Vuol dire che oltre la bellezza letteraria – che resta la cosa più importante – è impiegata per raccontare qualcosa che ci riguarda.
Nel realizzare questo progetto ci sono stati elementi imprevisti che hanno contribuito ad arricchire il lavoro? Pensi di continuare a realizzare altri podcast letterari? Grazie.
Ma mi piacerebbe tantissimo continuare! Ho anche dei progetti più che abbozzati. Penso questa sia una delle esperienze più stimolanti che ho avuto la fortuna di fare.Anche perché, a differenza della scrittura – e soprattutto di quella accademico-umanistica – un podcast è un lavoro collettivo. Senza Giulia Milanese io mi sarei sentito perso. Non solo per la sua capacità di leggere e per le sue abilità tecniche, ma perché abbiamo discusso durante la registrazione, abbiamo tolto quello che non andava bene e rafforzato quello che era incerto o detto male. Ecco, più che imprevisti, se qualcosa ha ‘arricchito’ il lavoro è stata la riflessione sul linguaggio – ti assicuro che le prime prove di registrazione erano noiose in modo desolante – e la ridefinizione delle puntate in corso d’opera. Soprattutto le ultime due sono state abbastanza stravolte in corso d’opera. E devo dire che ho forzato la pazienza di Giulia, proponendole letture nuove che non aveva avuto modo di preparare. E lei le ha lette in modo eccellente.
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