27 Ago La casa del lago
di Maddalena Cavalleri
Immagine in copertina di Francesco Fanelli
Doveva iniziare a prendere le distanze da quella casa. Da sempre appartenuta alla mamma, dopo la morte del papà una parte era già stata destinata a lei, almeno negli accordi verbali; l’altra sarebbe andata alla sorella. I suoi genitori se ne erano innamorati a prima vista, e lei con loro. Erano trascorsi ormai trentacinque anni da quando il padre l’aveva comprata, intestandola alla moglie.
La famiglia della madre aveva origini lacustri. Il bisnonno aveva costruito una villa sul lungolago, in un paesino poco lontano (ora, per una serie di vicissitudini alquanto tristi, era finita in mano ai frati di un monastero a metà strada): una vera e propria dimora padronale, su due piani, con un imponente porticato ad archi sovrastato da una vastissima terrazza che si affacciava su un viale di ingresso; ai lati, una siepe di fiori e alberi centenari; tutt’intorno, un ampio giardino con una rimessa straripante di attrezzi; sul retro, filari di ulivi ben curati; all’interno, numerose stanze con una grande sala al centro; una cucina luminosa da dove si potevano scorgere, grazie a un’enorme vetrata, le foglie degli ulivi che rinnovavano il loro argento, a seconda dell’ora del giorno e della notte. Insomma, una villa in piena regola. Niente a che vedere con la casa delle ochette: così sua madre aveva battezzato la casa del lago, forse per consolarsi del fatto che non le avrebbe richiesto tempo, energie e soldi per essere mantenuta. In effetti, se Marta la metteva a confronto con la casa dei suoi bisnonni materni, era proprio piccola piccola; se poi la paragonava con la casa di campagna dove sua madre era nata e cresciuta, si rendeva conto che non aveva senso poiché si trattava di una grande corte veneta dove, come un vero signorotto del tempo, nel mezzo campeggiava un grande palazzo padronale; ai suoi lati, la barchessa con la sua magnificente struttura ad archi, le stalle, le case dei contadini e i magazzini, mentre su uno dei viali esterni alla corte si poteva ancora scorgere la grande ruota per pillare il riso. Una superficie immensa, soprattutto nella memoria di Marta bambina.
La casa del lago, invece, si trovava all’interno di un piccolo residence, come ce ne sono tanti nella zona, immerso negli ulivi e nel verde, dotato di una terrazza con piscina prospiciente il lago. Una casa né troppo grande né troppo piccola, giusta per le esigenze della famiglia. Ora che suo padre non c’era più, lei e suo marito se ne erano fatti carico occupandosi di tutto, in tutti i sensi. Purtroppo, o per fortuna, all’altra sorella quella casa non interessava proprio, al punto che, se fosse dipeso da lei, la si sarebbe potuta vendere anche subito: in realtà, le andava benissimo che nessuno si prendesse il disturbo di farlo. Marta si era ripromessa che, finché ci sarebbe stata sua madre in vita, lei e suo marito avrebbero provveduto a tutto. La liquidità scarseggiava e non c’erano più soldi da spendere. Gli accordi ereditari erano stati fatti proprio per questa ragione: per non vendere e per salvaguardare le proprietà, e soprattutto perché i genitori riuscissero a lasciare una casa a ciascuna delle figlie. La casa del lago sarebbe rimasta alla mamma, per essere poi divisa tra due delle quattro sorelle. Ma chi l’avrebbe mantenuta nel frattempo? La figlia che ci andava più spesso e che quella casa l’amava più di ogni altra: Marta. Pur di continuare a viverla, di potersela tenere un giorno e pur di dare a sua madre la possibilità di andarci a sistemare il giardino, a raccogliere e curare le rose, vi aveva convogliato tutti gli sforzi economici, da tempo. La fatica era stata tanta ma ora avvertiva che si era esaurita. La crisi, le difficoltà di lavoro, i dissapori in famiglia, in modo particolare con una delle sue sorelle, un vicino invadente che aveva creato problemi di confine con spese legali annesse e connesse, avevano decretato la fine: era giunto il momento di congedarsene.
Capita così, nella vita: un evento improvviso cui magari inizialmente non si dà tutta l’importanza che in sé riveste, è foriero di cambiamenti, non subito riconoscibili perché non repentini, ma graduali; essi procedono dentro di noi per smottamenti, a volte assordanti a volte silenziosi, ma inesorabili; ci scavano dentro fino a quando un giorno avvertiamo che qualcosa è cambiato, che un ciclo della nostra vita si è compiuto. Mai l’avremmo detto, mai l’avremmo voluto: eppure accade. Non ce lo aspettavamo, avevamo fatto il possibile per evitarlo, ma inutilmente. Come diceva sua madre: il mondo è mezzo da vendere e mezzo da comprare. Gravi problemi di salute non ce ne erano, economici nemmeno: due stipendi, per quanto grami, a fine mese arrivavano sul conto corrente suo e di suo marito. Perché allora disperarsi? No, niente pianti, piuttosto bisognava maturare un sano distacco, come quando, alla fine di un viaggio, ci si deve preparare per il rientro a casa: proviamo a rallentare il tempo assaporando ogni minuto che resta, indugiamo un po’, inondiamo la mente di colori, voci, odori che, ne siamo certi, non percepiremo più perché in quel luogo non vi faremo più ritorno. Marta voleva, con tutta se stessa, serbare i ricordi della casa del lago con una passione intrisa di gratitudine, ma la sentiva ancora venata di amarezza e di rancore. Aveva deciso di non lasciare spazio a questi stati d’animo, sebbene li avvertisse legittimi e umani. Voleva, a poco a poco, distogliere lo sguardo per concentrarsi, solo e soltanto, su ciò che aveva vissuto. Quella casa era il legame profondo con la sua storia, la sua vita e la sua famiglia: un sentimento di gratitudine cercava lo spazio dentro di lei, sebbene, fosse, di fatto, sovrastato dalla rabbia e dal risentimento.
Per il papà era un piccolo angolo di paradiso, il suo rifugio. Trascorreva ore e ore assorto in contemplazione. Dopo tante ricerche, d’accordo con la moglie, aveva scelto una casa semplice e non impegnativa: cucina, salottino, due camere e un bagno, una taverna, un giardino sul davanti con vista lago e uno sul retro con due posti macchina. Né una villa, né una grande casa. Un po’ di verde, i fiori cui dedicarsi, l’erba del prato da tagliare, l’upupa da inseguire con gli occhi, le stelle da non smettere di contemplare nelle notti estive; i lavoretti di piccola manutenzione, il bricolage, la vita. La vita e nient’altro. Una casa non troppo impegnativa. La mamma l’aveva voluta essenziale nell’arredamento; forse un po’ troppo: armadi, letti e materassi a buon mercato; mai nessun lavoro di ristrutturazione se non l’ampliamento di un terrazzino, un metro scarso che adesso era diventato un cavillo giuridico per il vicino molestatore. Nonostante il papà avesse tenuto tutte le carte, l’errorino del geometra nel disegnare tre gradini anziché cinque – leggerezza che rifletteva la cultura edilizia di quegli anni – se ne stava lì e da lì…. apriti cielo, una serie di esposti e ricorsi fino al Capo dello Stato! Cosa non concedeva il garantismo all’italiana: di tutto di più. Come a ricordarci che le leggi sembran fatte per “imbrogliarle” e che a saperle ben maneggiare “nessuno è reo, e nessuno è innocente”.
Non era stata la casa dell’infanzia, i suoi genitori l’avevano acquistata quando stava facendo gli esami di maturità: anni in cui Marta era piena di speranze e di voglia di vivere. L’estate dopo gli esami, sebbene senza macchina, si era fatta accompagnare sul lago da amici; aveva aperto la casa a tutti: era un viavai continuo di gente; organizzava feste all’ultimo minuto anche senza stereo: bastavano pentole e mestoli per battere il tempo del ballo, e la piscina non smetteva di ospitare amici. Dai venti ai trent’anni, quella casa era stata il luogo della sua autodeterminazione. Lì, si era presa quello spazio che né i soggiorni all’estero né l’università fuori casa erano riusciti a darle.
Finché la casa era stata gestita dai suoi genitori, non aveva subìto modifiche. Marta aveva osato introdurre piccoli cambiamenti, in modo molto graduale, solo quando aveva iniziato i suoi traslochi cittadini. Aveva avuto la scusa di portare i mobili che non voleva buttare ma che non sapeva dove collocare. Desiderava rendere tutto lo spazio più ospitale, meno spartano, ma soprattutto non vedeva l’ora di toglierle quell’insopportabile “stile tirolese” che la mamma aveva voluto per comodità e risparmio: credenze, tavoli e sedie in abete chiaro come in alta montagna.
Così, un po’ alla volta, faceva arrivare un mobile, un tappeto o una lampada con il consenso dei genitori e delle sorelle, che lasciavano fare. Il papà era felice di potersi sedere ancora sulle vecchie poltrone impagliate che provenivano dalla casa della sua infanzia, dove sua madre, la nonna che Marta non aveva mai conosciuto, era solita riposare o lavorare a maglia; quando egli guardava quelle due poltrone, gli sembrava di scorgerla ancora lì seduta, nonostante il luogo fosse diverso; suo fratello Giovanni, pittore e insegnante di matematica, l’aveva ritratta sulla carta del pane mentre se ne stava a sferruzzare sulla vecchia poltrona della casa di quando erano bambini; quel ritratto esisteva ancora, lo teneva Marta nella sua casa in città: la poltrona era la stessa, come il ricordo.
Dopo la morte del padre, ogni volta che Marta andava con la mamma sul lago per sistemare casa – avevano deciso di affittarla per rientrare un po’ con le spese – rifletteva sul mistero dei luoghi, degli oggetti, di come essi ci parlino e continuino a farlo. Non smetteva di chiedersi cosa ne sarebbe stato di quella casa. Era stata testimone di ferite profonde, di spoliazioni e rinascite; nel fluire della vita, quel luogo aveva custodito lei e la sua famiglia per tanti e lunghi anni. Sullo sfondo, il cinguettio fedele degli uccelli, il canto delle cicale, la luce del lago che mutava di ora in ora lasciando scorgere il profilo del naso di Napoleone – così era chiamato il monte Pizzocolo che si stagliava davanti alla terrazza, sull’altra sponda del lago. Aveva sempre invidiato le persone che sapevano riconoscere il canto di un uccello, il nome di un albero, di un fiore o di una vetta: non bisognava per forza essere botanici; eppure, a non sapere dare il nome a una parte di mondo che sentiva così suo, le pareva di mancare a un appuntamento importante. Avrebbe voluto abbracciare la terra con la totalità dei suoi nomi. Come rispondere alle innumerevoli domande di un bambino? Ignorava tanto di tutto, non ricordava nemmeno il nome del paese che scorgeva di fronte, e tanto meno quello delle persone incontrate: li confondeva, e spesso li trasformava, così che Cinisello diventava Cinisiello, Negarine Megarine e la gelateria Menarini diventava Migliorini.
Molte volte le persone non la capivano: ma di cosa stai parlando? Ma guarda che hai detto tu che si trattava di…? Lei, però, era certa di essere stata chiara, per non dire chiarissima; solo più tardi, si rendeva conto che, forse, aveva usato un altro nome senza accorgersene. Lo stesso avveniva per gli oggetti: passami la scopa diventava passami il phon; c’era un’origine o una ragione per tutto questo? Cosa avrebbe detto uno psicanalista? Forse sarebbe stato meglio interpellare un neurologo. A volte, le parole non le venivano proprio. Nel bel mezzo di una frase le si apriva una voragine, come se all’improvviso, durante una camminata nel verde, la terra si sventrasse sotto i suoi piedi scaraventandola in un’angoscia profonda. In questo, assomigliava un po’ al papà. Lui si sentiva mortificato, pensava fosse un problema dovuto all’età, ma lei sapeva bene di non potersi raccontare quella storia. Solo, la rassicurava il fatto che anche se non era in grado di distinguere il canto degli uccelli – tra un passero o uno storno per lei non vi era alcuna differenza – quel canto avrebbe continuato, comunque, a inondare l’aria di sé, senza curarsi delle sue parole o di quelle che lei non riusciva ad afferrare. Assorta, si lasciava cullare dal brusio della strada, dal mormorare del lago e del vento: le voci lontane dei bagnanti, un mondo intorno che viveva, gioiva con i propri dispiaceri e rimpianti. E lei, di questi, stranamente iniziava a non averne più. Aveva fatto tutto ciò che le era stato possibile per tenersi quella casa, ma quando le fatiche erano diventate troppe e inutili, aveva capito che era tempo di iniziare a distaccarsene. Una nuova stagione sarebbe subentrata; opporsi, sarebbe stato peggio. Bisognava assecondare il succedersi degli avvenimenti, ascoltare cosa la vita le stesse dicendo in quel momento. Un tempo si compie e lascia spazio a qualcosa di nuovo, di ignoto, non si sa da cosa verrà colorato: gioia o dolore, indifferenza – altro ancora. Avrebbe voluto tramutare la rabbia in leggerezza, il dolore in vitalità, energie nuove. Ma come lasciare una casa che le era infinitamente cara? A poco a poco, il luogo stesso aveva iniziato a congedarsi da lei – e lei nemmeno se ne era accorta. Ogni spazio che aveva occupato e riempito di se stessa portava in sé innumerevoli strati della sua storia. Quel punto della terra, dove aveva vissuto, camminato, amato si stava piano piano tramutando, dentro di sé, in un frammento di eternità. O così avrebbe voluto che accadesse, non la sua distruzione, la fine di qualcosa che c’era stato e che sarebbe scomparso per sempre. Il tempo, a volte, modifica i luoghi in modo impercettibile, altre volte in modo devastante, altre ancora non sembra nemmeno sfiorare la terra che avvolge. I luoghi allora dimorano immutati. Spesso scompaiono case, paesi, città, prati, strade, boschi. Oppure essi vengono abitati da altri che li modificano a loro volta. Nuove persone avrebbero abitato la sua casa. Non era mai accaduto prima. Le sembrava stranissimo ma poi, pensava, ci si abitua a tutto. In fin dei conti, una casa non è né una persona, né una malattia e nemmeno la morte. È solo una normalissima e banalissima casa. Ciononostante, doveva elaborare il distacco giorno dopo giorno. Abbandonarsi al pianto, alla rabbia. E come un cercatore d’oro intercettare la gratitudine per tutto ciò che quella casa le aveva donato. Nel bene e nel male.
Mentre stava sistemando le ultime cose: svuotare gli armadi, i cassetti, riportare a casa documenti, libri ma anche dare via vestiti, oggetti che non servivano più a nessuno e che avevano perso la loro utilità, pensava alla morte. Non c’era giorno che non ci pensasse, la temeva, forse per questo cercava di vivere pienamente e di benedire tutto ciò che le era offerto in quel giorno. La morte del tempo voleva dire la morte – la fine. Il gelo del vuoto, il freddo della bara la facevano soffocare, le toglievano, sebbene per un attimo impercettibile, il respiro. No, doveva continuare a rivolgere lo sguardo al lago, al contorno delle cime che ormai sapeva riconoscere a occhi chiusi. I colori continuavano a mutare, non c’era giorno uguale all’altro. A pensarci, un miracolo dell’esistenza. Ogni giorno, diverso. Ogni persona, diversa. Ogni momento, diverso. Ma a dirlo a voce alta sarebbe divenuto un pensiero banale. A metterlo sulla pagina, poi. Una cosa stupida, insignificante, detta e ridetta dagli inizi del mondo. E mille volte meglio. Ma in fondo che gliene importava? Perché non poteva scriverla? E proprio adesso che le parole le venivano a mancare.
Verona, 2008-2020
Katia dal monte
Posted at 22:09h, 27 AgostoLe case sono luoghi dell’anima e conservano le anime. Questo racconto descrive bene sentimenti profondi e in fondo comuni a molti. Anche a chi non ha il coraggio di affrontarli o di raccontarli con l’acutezza quasi chirurgica dell’autrice. La scrittura piana e non retorica è perfetta per accompagnarci in questo viaggio di abbandono
Maddalena Cavalleri
Posted at 23:37h, 27 AgostoGrazie Katia delle tue parole