24 Ago La cifra essenziale
di Ugo Morelli

“Questo corpo
mi dice chi sono
Essere è il suo dono”
È’ l’essenziale la cifra della ricerca poetica di Ilaria Maria D’Urbano. A pagina trentuno di Mani di prugna, [Aragno, Torino 2025], si trova perso nella pagina l’inno al corpo sopra riportato. In realtà, i versi sembrano smarriti nel bianco del foglio, ma è solo apparenza. Una volta letti, la pagina scompare. Arricchita della pienezza delle parole. Centellinate. Risaltano per il loro senso profondo. Si espandono. Tracimano dai bordi del foglio. Si incarnano. Dopo l’attrazione magnetica. Si fondono con la lettrice e il lettore, che si dispongono ad ascoltare cosa dice loro il corpo; quali sono le emozioni emergenti. Il corpo allora diventa il mediatore tra l’essere e il sentirsi in vita, per noi che siamo un corpo e che diciamo di avere un corpo. Un teatro del corpo vivo è la poesia di Ilaria Maria D’Urbano. Anche quando gli attori e le comparse fanno i conti con la finitudine, e forse proprio per questo, stanno celebrando la vita mentre si esprime con i suoi dolori, le sue inquietudini e le sue luci. Parole a togliere. Scarnificare le frasi, lasciando che il senso emerga, un istante prima dell’anoressia della lingua. Chi ha parlato almeno una volta con l’autrice, leggendo i suoi versi sente il ritmo fluido ed essenziale delle espressioni che scaturiscono pacate e intense. Non una sillaba di troppo. Anche quando protagonista è un sorriso dolceamaro. E qui, in questi versi centellinati e sofferti, di dolceamaro ce n’è. La vita e la morte si incontrano nei crocevia dell’esistenza, laddove non si vorrebbe e allo stesso tempo si desidera passare. Ecco, passare. Sì, perché uno dei protagonisti, convocato con discrezione e senza mai nominarlo una volta di troppo, è il tempo. Quel tempo vissuto che scolpisce, modella, dona e toglie, a suo piacimento e lasciandoci quasi spettatori della nostra stessa esistenza. Il tempo che vorremmo maledire quando toglie, e che non ci viene da ringraziare quando dà. Anche perché quando riceviamo i doni della presenza ci sembra un atto dovuto. Quella strana propensione ad accorgerci di quello che conta quando scompare, è una delle nostre caratteristiche più costanti e inquietanti. Lasciare, partire, morire. I versi di Mani di prugna tengono sulla soglia, o meglio sulle diverse soglie che l’esistenza propone. Persino un trasloco, che diventa metafora dell’esistenza, quell’evento straordinario che ci porta da un luogo in un altro luogo, da un agio a un disagio a un nuovo agio, diventa un atto poetico teso a saper cogliere quel che si lascia come condizione per quel che si trova:
“… chiedo allo scotch
di quali ferite
abbiamo graffiato i muri
risate
passioni
abbracci
offese…”
Quel che finisce, quel che alla fine muore, lo fa per preparare un nuovo inizio e, tra differenza e ripetizione, l’originario rigenererà ancora una volta l’originale:
“Vi lascio
pareti spoglie
ho altri spazi da riempire
altre speranze da nutrire
altre salite a mezzogiorno
altre fibre da allenare
fiorirò nel mio giardino”.
Nella solitudine e nel silenzio irrompe comunque l’armonia della relazione. L’altro, si sa, è l’altra metà del nostro cielo e, insieme alle fatiche, ai mille colori del dolore, reca con sé le condizioni per esserci. Siamo dall’altro accordati: un’immagine struggente è quella che ci restituisce con un verso Ilaria Maria D’Urbano, e quell’accordo si fa corpo ed esperienza: il tempo si ferma, come accade solo nella poesia…
“mentre accordi
a note nascoste
il mio corpo d’agosto”.
Torna il tempo, non se ne va mai dai versi di questa poetessa, e assume le sembianze di una rugiada all’alba, o le molteplici espressioni del ciclo della vita, dove tutto è mescolato, esteso alle mille forme, e allo stesso tempo sincopato in un istante:
“forse il paradiso
è come il mattino alle 6.30
è il tempo dell’occhio
che tutto osserva
e in uno slancio di ricchezza
si fa sintesi dell’universo”.
È’ forse la morte una delle più esplicite e precise manifestazioni della sintesi. Più e più volte torna il momento supremo a ispirare Ilaria Maria D’Urbano. Arriva come ombra, ma anche come luce. Con la durezza dell’imperfetto, quando il tempo si fa al passato, e con l’eternità luminosa di quello che la mancanza crea, quando da baratro si fa vuoto generativo. Se “nel diesis del tuo respiro / i tuoi occhi / più s’apriranno”, lo sguardo che ci ha generato non smette di scendere su di noi. In questo conforto si svolge la trama dell’esistenza che è una delle cifre di questa narrazione poetica. Nelle poesie contenute in una sezione del libro intitolata Preghiere sociali la vita tracima le spire della morte, anche con riferimenti precisi alla durezza di questo nostro presente.
C’è una particolare via per condurre il lettore al vertice della poesia a cui l’autrice fa ricorso, allorquando paesaggi molto caratterizzati si fanno avanti e diventano anima e corpo narrati. Prendono forma paesaggi-corpo:
“sono scavata
come i graniti di punta molentis
perché sia conca
in cui tu possa lavarti
quando piove
sedia in cui tu possa appoggiarti
quando affiora il dolore”
Contenuti, ovvero contenti, nella conca che un’altra è per noi, è il modo di individuarci e riconoscerci. Ci accorgiamo delle mani quando tocchiamo il mondo; quando il mondo ci resiste. O quando non possiamo usarle liberamente; dalla loro centralità nelle nostre vite e nella nostra evoluzione, una centralità tacita e addirittura scontata, diventano fonte di rischio e pericolo: per toccare gli altri e le cose e per toccare persino noi stessi. È accaduto nella pandemia da Covid e accade tutte le volte che un vincolo più o meno palese si frappone tra noi e il mondo, tra noi e gli altri. Le guardiamo e le sentiamo con una certa diffidenza, le mani; non solo quelle degli altri, ma anche le nostre. Averle rimane indispensabile ma è anche preoccupante. Ce ne dobbiamo prendere cura più del solito e persino il vecchio monito del galateo diventa soggetto a disposizioni sanitarie e normative: lavarsi e disinfettarsi le mani continuamente. Scoprendo che non basterà mai: dopo averle lavate bisogna chiudere il rubinetto! Poi bisogna aprire la porta del bagno con la maniglia, e poi…e poi… Possibile che, ancora una volta, dobbiamo scoprire il valore delle cose e degli altri quando ci mancano? Quella che era un’indicazione di buona educazione, salutare stringendo la mano all’altro, è divenuta un’offesa da untori, da superficiali irresponsabili che non si curano del rischio di contagiare un altro. Anche quando passa la paura il disagio persiste. Anche dopo, nulla è più lo stesso. Per non parlare del respiro, altro atto costante e necessario per vivere, e dato altrettanto per scontato. Ci accorgiamo della sua importanza per vivere perché sentiamo di rischiare ad ogni inspirazione e di mettere a rischio gli altri ad ogni espirazione. E vogliamo parlare delle labbra e di un bacio?! Il paesaggio-corpo si presenta a noi ogni volta come se fosse la prima volta che lo viviamo, e non solo nelle situazioni eccezionali. È’ l’incontro o l’urto con le resistenze o le attese degli altri e delle cose a rivelarcelo. Come i profumi e le atmosfere di Sardegna che emanano da Canna al vento, un omaggio a Grazia Deledda che Iliaria Maria D’Urbano scrive nel Settembre 2023.
Quella conca vulnerabile, cava, accessibile, è luogo d’incontro. Il possibile emancipativo abita lì, e si propone come estensione dell’essere che solo l’incontro può garantire. Certo è richiesta, come ad ogni ospite, la cortesia di domandare e, quindi, la disposizione a vedere, il contrario del non vedere, di quell’invidiare che acceca. È’ la gratitudine il contrario dell’invidia e la matrice della bellezza che estende ed eleva:
“… ma la gratitudine mi ancora
lo sguardo alla bellezza
mi adorna
mi preparo all’incontro”
Venire al linguaggio poetico è selezione e alleggerimento per Ilaria Maria D’Urbano, ma anche sfida alla tenuta delle parole e della forma tirate fino all’estremo perché propongano quasi senza mediazione linguistica la materia, come nel “legno aulente delle matite”, o nei “miei squarci finestre”. Le parole delle poesie si affacciano così sulla soglia, dove qualcosa termina perché altro abbia inizio. È’ lì che la poesia dell’autrice mostra di accadere senza consegnarsi mai ad uno dei due poli, ma tenendo insieme la matrice ambigua dei significati:
“le cose più importanti
si dicono sulla porta
col piede di fuga
verso l’esterno – il braccio
appoggiato allo stipite
l’aria assorta attenta
a non oltrepassare il limite”.
Stare sul limite, o meglio stare nel limite, è uno dei motivi frequenti di questa poesia asciutta, di una accurata selezione delle immagini prima di tradurle in parola. Si propone così un dialogo, una strategia per cercare di sostenere il peso del mondo. Ci possono essere volte in cui quel peso si riesce a non portarlo. Accade quando ci si consegna al ritmo della natura e degli altri esseri viventi, alle rondini che salutano, al mare o alle stelle, perché rendano senso e valore alla trama del vivere, o perché, come riesce di fare al Gatto rosso delle Dolomiti, lenisca il dolore e lo traduca in danza, rendendo più ricca la vita. Del resto basta poco, ci vuole quasi niente, un alito di vento o un leggero bagliore perché la vita assuma un altro colore:
“vita-soffio
sei la benvenuta,
spazzato via è
ogni tormento”
Il tempo della vita e quello della morte sono alla fine narrati poeticamente come un vaso “in cui matura / ciò che seminiamo”. Il vaso, metafora che indica contenimento, è la condizione per conservare e far vivere ogni contenuto, ma è anche il contenitore di una solitudine che, con Donald Winnicott, chiameremo essenziale, dal cui vertice Ilaria Maria D’Urbano coltiva i semi-parole delle sue poesie-piante. E mentre porta chi si ferma a leggere di fronte alla ineluttabile finitudine, in contrappunto giungono tessiture di prospettiva, immagini di speranza, augurali albe di fertilità:
“siano gocce-semi
di fiori aperti
a meravigliare il mondo
tra ulivi e allori
in allegro girotondo”.
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