27 Lug Riscrivere lo spazio delle donne
di Sara Durantini e Ivana Margarese
Immagine in copertina di Hélène Delmaire
Una delle più grandi e misconosciute scrittrici italiane, Dolores Prato, in Giù la piazza non c’è nessuno immagina un buco da cui guardare, che non è un buco di serrature ma un buco attraverso cui lo sguardo trasforma ciò che vede. Vorremmo iniziare da questa immagine di un’autrice che è stata capace di benedire il valore dello stupore ( “io benedico la mia ignoranza che continua a rifornirmi di stupore; forse è per magia d’ignoranza che s’intravede l’anima delle cose”) per intrufolarci nello spazio e nella scrittura delle donne, guidate dalle suggestioni di alcuni testi di Daniela Brogi.
Scrive Cixous in Dalla scena all’inconscio che il gesto di scrivere è legato all’esperienza della scomparsa, al sentimento di aver perduto la chiave del mondo e dover ritrovare, d’urgenza, l’entrata, il respiro, di conservare la traccia. Ecco che serve una trasformazione o, come direbbe Cixous, una ri-creazione.

Nella sua tesi di dottorato, Les ouvriers en grève, Michelle Perrot affronta il fenomeno dello sciopero, espressione di una classe operaia che, alla fine dell’Ottocento, stava facendo sentire la propria voce tra le mura delle fabbriche. In questa ricerca, storica e sociologica, Perrot analizza l’evoluzione degli scioperi, il loro sviluppo e le loro fluttuazioni nonché le varie azioni, i ruoli delle organizzazioni e degli uomini che avevano dato vita e linfa a questo fenomeno. Sì, gli uomini, avete letto bene. Lei stessa, oltre trent’anni dopo, spiegherà che nell’epoca presa in esame lo sciopero era un “atto virile” e che, tuttavia, uno spazio, seppur minoritario, lo aveva riservato alle operaie, alle donne che avevano contribuito alla trasformazione.
“La storia è stata scritta dagli uomini, con uno sguardo maschile che ha occultato le donne, generando silenzio e oblio” scrive Perrot. “L’idea di reintrodurre le donne nella trama della storia non è dovuta solo a un approccio femminista. È prima di tutto un’esigenza di verità”. Ed è da questa esigenza che sembra essere partita Daniela Brogi ne Lo spazio delle donne, quello spazio che, lei stessa racconta, permette di ripensare radicalmente la relazione tra i corpi e i luoghi, tra il gesto e la parola, tra la narrazione e la possibilità di stare nel mondo (e nella storia). Lo spazio delle donne, infatti, non si limita a denunciare l’assenza femminile dalla storia e dalla rappresentazione culturale e sociale, ma cerca di indagare su come questa assenza sia stata costruita, alimentata e, in un certo senso, normalizzata. Brogi si muove tra letteratura, filosofia e storia culturale con uno sguardo acuto e stratificato, restituendo voce e visibilità a una moltitudine di figure femminili.

Durante la lettura, ci è sembrato che il lavoro di scavo e di ricerca, questa esigenza di cui sopra, volta ad illuminare lo spazio, seguisse anche un approccio semiotico nel senso più profondo del termine: Brogi analizza lo spazio come segno, come costruzione culturale che veicola significati, poteri, esclusioni. Lo spazio è costituito da codici, simboli, regole che definiscono chi può attraversarlo, chi può abitarlo e, quindi, nominarlo. E se per secoli il corpo femminile è stato confinato, dislocato o addirittura cancellato dal discorso pubblico, è proprio nella scrittura delle donne che questi codici iniziano a incrinarsi. Idealmente, in questo senso, il lavoro di Brogi dialoga con Singolare femminile. Perché le donne devono fare silenzio di Nicoletta Polla-Mattiot (Mimesis Edizioni), un’opera che esplora il tacere femminile, scelto o imposto, cercato o subito, attraverso figure archetipiche e letterarie (da Tacita a Penelope) in cui si riflette un destino collettivo e insieme profondamente intimo. Entrambi i testi condividono la stessa urgenza: ridare voce alle donne, attraversare il silenzio che le ha avvolte per secoli, restituire presenza e spazio là dove c’è stata rimozione. L’atto di restituzione (restituire ciò che ci è stato sottratto o, ancor peggio, negato) porta a una possibile mappa, simbolica e materiale al tempo stesso, in cui la parola femminile si fa gesto che risignifica il mondo. Brogi individua il femminismo o, meglio, i femminismi, come passaggio in cui lo spazio delle donne viene preso in considerazione quale momento e luogo, tempo e linguaggio nel quale hanno potuto e saputo diventare “presenza e corpi sociali (dentro una storia plurale)”. Tra le sue parole si intravede la lezione di Hélène Cixous e la sua riflessione sulla scrittura come atto di riappropriazione, corpo a corpo, con ciò da cui le donne sono state escluse: “scrivere delle donne e portare le donne alla scrittura, da cui sono state allontanate con la stessa violenza che dai loro corpi”. Così come risuona la lezione di Virginia Woolf, più volte citata nel libro, e il suo invito a riportare alla luce quelle esperienze profonde, intime, quelle esperienze che faticano ad avere un nome e, quindi, ad esistere. E anche quella di Sibilla Aleramo che invita a “scrivere come in sogno, non sapendo quasi di scrivere. Fissare fulmineamente i pensieri, le immagini, le visioni, i ricordi” affinché possa emergere la molteplicità delle esperienze femminili, la parola scritta per fare spazio e illuminare i tanti io che ci compongono. E qui incontriamo Annie Ernaux che dell’autosociobiografia ha fatto uno strumento di scavo personale e politico, intrecciando l’intimità della memoria individuale con le trame collettive della storia. Nell’io il noi: la creazione di un ponte tra sé e il mondo, tra vissuto personale e struttura sociale. Ernaux ci insegna che raccontarsi non è solo un atto di restituzione privata, ma anche un modo per far emergere le forme del non detto, del rimosso, di ciò che è stato marginalizzato perché femminile, quotidiano, “minore”. In questo senso, la scrittura si fa spazio, (quello spazio vissuto, abitato, attraversato) e, al contempo, gesto di sottrazione all’invisibilità, gesto che riconfigura la soggettività e, insieme, riscrive la realtà.

Di recente, Daniela Brogi ha parlato proprio della scrittura e del racconto del sé come atto di rinascita e legittimazione del proprio spazio personale e intimo nella prefazione alla nuova edizione de La vagabonda di Colette (L’Orma editore). Colette, con la sua vita e la sua opera, incarna questa tensione verso una libertà espressiva piena. La vagabonda, letta da Brogi come anticipazione di una scrittura femminista, ci mostra una narrazione del sé che non cerca approvazione: racconta il dolore e il piacere, la fatica e la libertà, l’ambivalenza e il bisogno di appartenenza. La vagabonda è la donna che rinasce attraverso lo scrivere e il raccontare di sé, perché osservare se stessa, persino dialogare con i propri trucchi e riflessi, le permette di andare in scena come soggetto imprevisto, per usare una nota espressione di Carla Lonzi, e riconoscere i propri bisogni. La donna dice con la propria voce e la propria voce raccoglie una trama di voci. Se si segue un filo, racconta Cixous nella sua prefazione ad Agua Viva di Lispector, si vede che produrrà una tela.
Lo scrivere è un intreccio continuo che afferma posizioni relazionali e aperte e ci pone su un piano obliquo su cui l’io scivola: “Intrecciare voci – scrive Daniela Brogi in Altri orizzonti. Interventi sul cinema contemporaneo – equivale a non smettere mai di dar valore alla propria esperienza individuale solo a condizione di farla risuonare in un concerto di vite e di storie, e anche a rischio, e onore, di mettere da parte la propria”. Ma questa acrobazia del dialogo è possibile solo dopo avere dato spazio alla nostra voce. Occorre uno slancio:
“Ci si slancia ed è la grazia. Gli acrobati sanno: non guardano la separazione. Non hanno occhi, corpo, che per là, l’altro ( H. Cixous, Tancredi continua).

Lucia Urbano
Posted at 10:10h, 27 LuglioBellissimo intervento sull’atavico silenzio femminile e sulla scrittura come strumento di riappropriazione della parola, tema quanto mai centrale! Grazie
Ivana Margarese
Posted at 10:14h, 27 LuglioGrazie. Siamo aperti a contributi su questi temi qualora volesse.
Buona giornata e ancora grazie.