24 Lug Hélène Cixous, o scuotere le fondamenta del mondo
di Valeria Nicoletti

“Parlerò della scrittura femminile: di quello che farà. Le donne devono scrivere se stesse: le donne devono scrivere delle donne e portare le donne alla scrittura, dalla quale sono state tenute lontane con la stessa violenza con cui sono state tenute lontane dai loro corpi; per le stesse ragioni, per la stessa legge, con lo stesso scopo mortale. Le donne devono arrivare al testo – come al mondo e alla storia – di propria iniziativa”, è Hélène Cixous, nata nel 1937 a Orano, scrittrice, saggista e femminista francese, che scrive, ne Le rire de la Méduse et autres ironies.
Con qualche decennio d’anticipo, Virginia Woolf s’interrogava sulla pratica della scrittura femminile e si interessava ai metodi che potessero condurre a una prosa che fosse il riflesso perfetto del suo pensiero. La scrittura doveva afferrare il mondo intero in un solo atto di comprensione, attraverso una scrittura ricca, profonda, dura e concreta come unghie, brillante come diamanti. Woolf esige una stanza tutta per sé, ma non vuole chiudersi dentro. La stanza per scrivere è un punto di partenza e non d’arrivo. “Sono solo l’ennesima scribacchina che scrive saggi su se stessa?”, si chiede a più riprese. La sua è una vera e propria ricerca linguistica, che possa dare alla luce qualcosa di nuovo, capace di resistere e sopravvivere al tempo. Ce lo spiega benissimo: nessuna creazione femminile resta visibile e tangibile, il cibo sarà mangiato, i bambini cresceranno e si perderanno nel mondo, le sue manifestazioni d’amore saranno dimenticate presto.
L’esistenza delle donne relegata in uno spazio anonimo, fuori dal tempo, un luogo che Woolf chiamava “a dark country”, un paese nero, che ricorda molto il “continent noir” di Cixous. Un continente nero che, ci dice Cixous, non è affatto nero né inesplorabile. “Ci dicono, dalla nascita, che siamo nere, siamo Africa”, continua Cixous, “e di questo nero ci insegnano ad avere paura”. Ma è un’oscurità che ci appartiene, e che si può attraversare, zone d’ombra che possono essere rischiarate, anche e soprattutto con la scrittura. Qualcuno, più tardi, parlerà di pozzo delle donne e di come caderci dentro.
Come avamposto di difesa femminista, l’autobiografia ha dato alle donne una forma di potere e di controllo sulla propria vita e sul proprio destino. Testimoniando qualcosa che è esistito, ma che è stato soppresso, raccontando la propria esperienza femminile soggettiva, si rompe il silenzio, si sfidano le nozioni prevalenti aprendo nuove possibilità. Per Cixous, si trattava di spezzare tabù, di varcare soglie pericolose, come quella che lei definisce la “Chose Algérie”.
Tornando alla citazione di partenza in lingua originale, Cixous scrive “Il faut que la femme s’écrive”, utilizzando un invito, anzi quasi un’ingiunzione, dove la scrittura è una necessità impellente, bisogno viscerale, impegno testuale impossibile da separare dall’impegno politico. “In termini filosofici appartengo a due specie che hanno esperienza della prigionia attraverso i millenni: in quanto ebrea e donna. Si tratta della tessitura della mia esistenza e la letteratura è stata ed è la chiave per uscire da questi stati di internamento”, scrive Cixous.
L’espressione “scrittura femminile” è di quelle che allontanano e respingono molte autrici. Da Annie Ernaux alla stessa Woolf, sono molte le donne che non amano esservi abbinate. Ma nel caso di Cixous, si tratta di una scrittura che valica i generi, le regole grammaticali, lessicali e le consuete forme strutturali.
Un’invenzione che libera, che genera una molteplicità di stati della parola, una lingua simile a una fenice che risorge dalle sue ceneri. Un’invenzione che, per germogliare, ha anche bisogno di spazi nuovi. Infatti, all’indomani del ‘68, Hélène Cixous è tra i co-fondatori dell’università sperimentale Paris VIII-Vincennes, un centro lontano dagli accademismi della Sorbona dove nasce il primo centro di ricerca di studi femminili. Non solo, qui nel 1974 nasce il dottorato in Studi femminili, fondato da Cixous, il primo in Europa. In questa urgenza, c’è tutta la sua passione per gli inizi, lo slancio da pioniera, i cominciamenti, ma anche l’intuito e la capacità di intravedere quanto sta per accadere.
Un’esigenza di studio e divulgazione che non abbandonerà mai Cixous, la quale, oltre ad aver prodotto più di sessanta opere, tra pièce teatrali, saggi e romanzi, dal 1974 un sabato al mese continua a tenere il suo seminario presso la Maison Heinrich Heine, attualmente on-line.
Ma non solo, Cixous crede nella forza della parola, che deve varcare le soglie dei palcoscenici consueti: con le sue opere teatrali, si è spesso esibita in strada o fuori le porte delle prigioni, sfidando posti di blocco e limitazioni burocratiche.
Studiata anche da Derrida, Cixous, attraverso la scrittura, giunge a dare corpo alla sua poetica della differenza sessuale, elaborando un soggetto femminile unico slegato dalle logiche del patriarcato. Il soggetto femminile non è semplicemente il contrario del soggetto maschile, non è un suo mero riflesso negativo. “Maschile e femminile non sono in alcun caso l’inverso o il contrario l’uno dell’altro. Essi sono differenti. Questa differenza che sta fra loro è forse la più impensabile delle differenze: la differenza stessa”, scriveva Luce Irigaray.
Negli anni Settanta, insieme alla stessa Irigaray e a Julia Kristeva, Hélène Cixous rientra tra le maggiori esponenti di questa corrente, tutte provenienti dal noto Psy-et-Po (Psychanalyse et Politique), movimento femminile sorto in Francia tra il 1968 e il 1970, orientato verso un uso politico delle teorie psicoanalitiche. Un movimento importante che influenzerà profondamente anche gli studi femministi americani. Cixous teorizza la cosiddetta «écriture féminine», un tipo di scrittura differente da quella maschile, per consentire alle donne di far sentire viva la loro voce.
Nello scritto Le rire de la Méduse, et autres ironies, Cixous rilegge il breve saggio freudiano La testa di Medusa, decostruendone il mito. Secondo Freud la testa decapitata di Medusa provoca un terrore che consiste sostanzialmente nel terrore dell’evirazione, minaccia di cui il bambino prende coscienza alla vista dei genitali femminili, la quale provoca il famoso complesso della castrazione. Hélène Cixous trasforma la terrificante e mostruosa Medusa in una figura sorridente e sovversiva, capace di minare la cultura patriarcale esaltando le potenzialità del femminile, in particolare la scrittura. Qui la parola chiave è ironia, un’ironia in grado di scuotere le fondamenta del mondo e minacciarne il binarismo onnipresente.
Con la sua scrittura, che parla di sessualità, identità, corporeità, Cixous colma lo iato tra corpo e linguaggio, rispondendo alla tendenza alla frammentazione e, nel peggiore dei casi, all’assenza del soggetto femminile. Nei suoi testi, confluiscono la ricerca dell’identità, i sogni, le figure familiari, dal padre alla madre e poi il fratello, la psicanalisi, l’io autobiografico, ma anche lo sfondo della storia e l’incontro epifanico con l’altro. Celebri le sue epifanie letterarie: Joyce, il cui esilio volontario da Dublino riecheggia nella sua necessità di fare “band à part”, di trovare nella lontananza la forza creatrice per reinventarsi e ritrovare quanto perduto; Genet, ammirato voleur, entrambi esploratori dell’osceno e della marginalità, decostruttori delle gerarchie; Lispector, anche lei “scrittrice dell’inizio”, anche lei ebrea, anche lei impegnata nella ricerca di una nuova forma, dove si possa originare un nuovo contenuto.
“Dove è lei? Attività/Passività, Sole/Luna, Cultura/Natura, Giorno/Notte, Padre/Madre, Testa/Cuore, Intelligente/Sensibile, Logos/Pathos, Forma, convesso, passo, avanzamento, seme, progresso/Materia, concavo, terreno, che sostiene il passo, ricettacolo. Uomo/Donna. Sempre la stessa metafora: noi la seguiamo, essa ci trasporta, in tutte le sue forme, dovunque ci sia un discorso organizzato. La stessa trama, o treccia doppia, ci guida, sia che leggiamo o parliamo, in letteratura, in filosofia, nella critica, in secoli di rappresentazione, di riflessione. Il pensiero ha sempre operato per opposizioni, Parola/Scrittura, Alto/Basso. Per opposizioni duali, gerarchizzate. Superiore/Inferiore. Miti, leggende, libri. Sistemi filosofici. Dovunque intervenga un ordinamento, una legge organizza il pensabile per opposizioni (duali, inconciliabili; o mitigabili, dialettiche). E tutte le coppie di opposizioni sono coppie. Significa qualcosa? È il fatto che il logocentrismo assoggetta il pensiero – tutti i concetti, i codici, i valori – a un sistema a due termini, riferiti alla coppia uomo/donna? Natura/Storia, Natura/Arte, Natura/Mente, Passione/Azione”.
Mettere in evidenza questo binarismo senza uscita, per poi trovare una via di fuga, questa la volontà di Cixous. Far tremare la gerarchia familiare, coniugale e fallogocentrica. “Non bisogna più che il passato determini l’avvenire. Non dico che gli effetti del passato non siano ancora presenti. Ma mi rifiuto di consolidarli ripetendoli, di prestar loro una inamovibilità che equivale a un destino, di confondere il biologico con il culturale”.
Frequente è l’utilizzo di neologismi, creati dalla fusione di due parole, fino a tirarne fuori una terza dal significato completamente nuovo: “animâme” dalla fusione di animale e anima, “lirécrire” dalla fusione di leggere e scrivere, “proésie” composto da prosa e poesia, “squelettre” da scheletro e lettera, “vérilité” da verità e virilità, “idésolation” da idea e desolazione.
“Parole squarciate, bombardate, raschiate, rosicchiate, concatenate, sintassi deportata, grammaticalità migrante, tessuto narrativo onirico che vaga, si biforca, crea nuove classi grammaticali (sostantivazione del participio presente, estensione della forma progressiva delle parole), decostruzione dei pronomi, del soggetto grammaticale, elezione della metafora a ‘uno dei migliori destrieri della scrittura cixousiana’ (Mireille Calle-Gruber), uso spostato dei tropi, diffusione dei campi lessicali, fecondazione incrociata con il tedesco e l’inglese, aree di intersezione tra lingue, reinvenzione dell’uso dei segni di punteggiatura, gioco di significanti e significati, giochi di parole, distribuzione formale e tipografica sono solo alcuni dei modi in cui la lingua è eccentrica, piuttosto che decentrata, nelle sue tante variazioni sul tema”, scrive Véronique Bergen.
Un’esigenza forte di segnare la differenza, con desinenze femminili aggiunte senza scrupoli, un’intenzione lontana anni luce dalla folle corsa ai marcatori neutrali degli ultimi anni. Una lingua incarnata, un’esperienza che tuttavia non è pensata per essere teorizzata ma per essere sperimentata, eternamente rinnovata, rompendo gli automatismi, alla ricerca di un nuovo soggetto.
“La differenza è un principio esistenziale che riguarda i modi dell’essere umano, la peculiarità delle sue esperienze, delle sue aperture e finalità, del rispetto della varietà e della molteplicità della vita”, scriveva Carla Lonzi.
Il soggetto di Cixous esalta proprio questa differenza, mirando non alla segregazione in un ghetto ma in un’estensione illimitata degli orizzonti e delle possibilità, una capacità, come scrive Nadia Setti, “di rilanciare continuamente il processo della riflessione, come della creazione linguistica, sbloccando le situazioni d’impedimento e di stasi”.
Cixous, donna dei cominciamenti e degli slanci. Che invece di fuggire ci incoraggia a voltarci e a guardare la Medusa e ad andarle incontro: “Non è mortale: è bella e sta ridendo”.
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