The Common Reader: rileggere La Storia e la sua storia ai tempi nostri

di Greta Biondi

 

“Ora, per grazia di Dio, le ragioni del mio romanzo La Storia sono ben altre che quelle del consumo! Attraverso la rievocazione documentaria della Seconda Guerra Mondiale, io con questo libro ho tentato di richiamare me stessa e gli altri a un’apertura della propria coscienza verso una reale (possibile?) trasformazione della Storia umana quale si è svolta («uno scandalo che dura da diecimila anni»). Trovandomi alle soglie della vecchiaia, sentivo di non potermene partire da questa vita senza lasciare agli altri una testimonianza dell’epoca cruciale nella quale il destino mi aveva fatto nascere. Prima ancora che un’opera di poesia (e questo, per grazia di Dio, lo è) il mio romanzo vuol essere un atto d’accusa contro tutti i fascismi del mondo. E insieme una domanda urgente e disperata, che si rivolge a tutti, per un possibile risveglio comune. Per questo è naturale che io abbia desiderato che il mio libro arrivasse al maggior numero possibile di lettori. Non certo a fini di successo! Fra l’altro, io sono oramai troppo vecchia per nutrirmi di simili soddisfazioni. No, signori italiani e stranieri, i miei fini erano altri, e del resto chiunque non sia cieco e sordo, questo dovrebbe capirlo alla semplice lettura del libro. A me basta, a ogni modo, che una percentuale anche piccola di lettori sappia riconoscere la mia vera voce. Per questo, e solo per questo, io sono contenta della diffusione che il mio libro La Storia ha avuto in Italia e attualmente, spero, potrà avere negli altri paesi”.

(Elsa Morante, La censura in Spagna, in «L’Unità», 15 maggio 1975, p. 3)

Elsa Morante, da sempre schiva e appartata, protrasse per tutta la vita un’ostinata assenza dalla scena del dibattito pubblico e perorò con dovizia radicale il proprio rifiuto dei mass media. Non scriveva sui giornali, non partecipava alle tavole rotonde d’opinione né ai salotti letterari, odiava la televisione e non concedeva quasi mai interviste (basti pensare che in tutti gli archivi RAI esistono soltanto due testimonianze video della scrittrice).
Non deve sorprendere quindi che, a un certo punto, il gotha di intellettuali e critici dell’editoria italiana rimase piuttosto basito dal fenomeno La Storia e della persuasiva campagna promozione einaudiana. Più di tutto, stupì la scelta della prima edizione assoluta già in formato tascabile, dal momento che, ieri come oggi, un volume doveva aver già venduto bene nell’edizione rilegata per poter approdare ad una ristampa in brossura. L’edizione tascabile rappresentava una sorta di celebrazione definitiva del successo di pubblico di un’opera, non certo una prima pubblicazione…

 

Ma andiamo con ordine.
Il 1974 è per l’Italia un momento di piombo: si susseguono tre governi, c’è stato d’allarme attivo per un potenziale golpe, inizia il processo per la strage di Piazza Fontana e più di settantamila operai FIAT sono messi in cassa integrazione. Sono anni di forte temperie culturali, in cui la figura di intellettuale – e di editore – subisce uno scossone. Si apre un dibattito circa la loro funzione, e in generale sul ruolo della letteratura all’interno della società, in cui la parola d’ordine diventa l’engagement di Sartre. Soprattutto ci si interroga sulla possibile sistemazione dello scrittore (e della scrittrice) all’interno dello spazio vacante di un discorso politico. Questo nuovo assunto ideologico riverbera anche nella fisionomia editoriale di Einaudi, che mira adesso a un’uscita dalla “cerchia del chierico” per entrare in contatto e costituire un pubblico più vasto, non necessariamente intellettuale. È l’eco pavesiana, si dirà. Già dal 1941, anno degli Universali, Einaudi saggia nuovi e diversi mercati rispetto al passato, esplorando quello spazio non verso basso ma “a lato”.

 

Giulio Einaudi fu per almeno due decenni l’uomo più influente della vita culturale italiana, il divo Giulio. Sebbene padre della celebre bipartizione tra “editoria sì” e “editoria no”, tra high-brow e low-brow, è passato alla storia anche per la volontà einaudiana di fare letteratura di pubblico servizio, supplendo a quelle “istituzioni insufficienti o latitanti” dello Stato per fornire ai cittadini gli strumenti di una cultura moderna. In altre parole, la grande rivoluzione di Einaudi in quegli anni fu quella di perorare un mite elitarismo editoriale che però non ignorasse il mercato.
Questa atmosfera di insistenza antitetica è stata una tra i maggiori paradossi storici di quegli anni: da un lato la recente alfabetizzazione delle masse veniva avvertita come minaccia dagli intellettuali, dall’altra si cercava di dispensare cultura a basso prezzo cercando di rendere i classici meno d’élite, non rivolti cioè soltanto al cosiddetto “pubblico del Corriere”. In altre parole, dagli anni Settanta in poi, l’editoria fu investita da un vivo dibattito di spostamento del baricentro ideologico sul middle-brow, nel corso del quale si cercò di smantellare il pregiudizio nei confronti dei titoli di successo (ma anche di valore letterario) destinati ad un pubblico per la prima volta trasversale.

 

È in questo clima che verso la fine di giugno dell’anno domini 1974, un libro spiccò più degli altri nel panorama romanzesco italiano. Era La Storia di Elsa Morante, già prima donna a vincere il Premio Strega con L’isola di Arturo (1957).
Questo volume, best-seller assoluto in Italia dal 1958 (uscita de Il Gattopardo) al 1980 (uscita de Il Nome della Rosa), vende più di seicentomila copie nei primi sei mesi di vita editoriale, arrivando a un milione nel primo anno di pubblicazione. Va da sé che il dibattito culturale impazzì: nel solo 1974 furono scritti più di 350 articoli – quasi uno al giorno – rendendo La Storia un fenomeno senza precedenti fino a quel momento in Italia. Un fatto sociologico che vedrà un corrispettivo solamente con la pubblicazione di un altro titolo egualmente controverso: L’Amica Geniale di Elena Ferrante.
La Storia, come progetto-libro, nasce nella mente di Morante già nei primi anni Sessanta con titolo di lavoro Senza i conforti della religione, servito da bozza per la versione definitiva. Il titolo finale avrebbe inizialmente dovuto essere quello del manoscritto: T.U.S. (acronimo di “Tutto Uno Scherzo”), poi Il grande male (probabilmente l’epilessia). Il titolo finale, con la S maiuscola, è seguito in copertina dalla frase “uno scandalo che dura da diecimila anni”. In copertina alla prima edizione una foto in rosso di Robert Capa dalla guerra civile spagnola: il corpo senza vita di un uomo qualunque riverso di faccia su un cumulo di macerie, di cui non si conoscerà mai il volto.

 

Ma torniamo al clamore della prima edizione.
Morante impiegò almeno tre anni per scriverla, e per quasi altrettanto insistette con l’editore per la stampa direttamente in edizione economica tascabile. Il romanzo venne pubblicato nella collana Gli Struzzi, e fu inizialmente tirato in centomila copie, che per il tempo erano un’enormità. La prima edizione veniva venduta al prezzo politico di 2.000 lire, implicando perciò una riduzione auto-imposta delle royalties per l’autrice stessa, dato che Morante doveva garantire alla casa editrice di poter coprire i costi di produzione pur con un prezzo di copertina così basso. Questo compromesso economico con l’editore fu fermamente voluto da Morante, la quale aspirava a un romanzo che potesse essere letto da tutti, “dagli ultimi e dai primi, dai topi e dai gatti, dai ricchi e dai poveri”, non tanto “per capirli lei, ma perché capissero loro”. Così, sulla quarta di copertina, ideata da lei stessa, c’è ancora oggi un breve testo che non riporta la sinossi del libro, ma ne dichiara l’intento di leggibilità universale: “La Storia vorrebbe parlare a tutti, in un linguaggio comune accessibile a tutti”. Ma è soprattutto la dedica/dichiarazione d’intenti posta in apertura, la citazione del poeta peruviano César Vallejo, a farci capire bene l’intento di Morante. “Por el analfabeto a quien escribo”, “All’analfabeta per cui scrivo”.

 

Quindi, il tascabile.
Negli anni Sessanta i tascabili italiani portarono il libro in edicola grazie a nuove strategie in grado di intercettare un pubblico nuovo: quello delle bancarelle, dei quotidiani e delle riviste, svolgendo davvero un importante ruolo di alfabetizzazione. Nello specifico, secondo la classifica ISTAT del 1957 dalla pratica della lettura dei libri erano ancora estranei quasi i nove decimi degli italiani, e si consumava un libro ogni due individui all’anno. Di base, chi comprava libri erano imprenditori, professionisti e impiegati, pochi artigiani e operai e nessuno del proletariato agricolo. I libri non tascabili costavano ancora relativamente molto rispetto allo stipendio medio di una famiglia numerosa e monoreddito. Per avere un’idea: nel 1970 lo stipendio medio di un operaio si aggirava intorno a 120.000 lire e quello di un impiegato raggiungeva le 150.000 lire, mentre un Oscar Mondadori, tascabile per antonomasia, poteva costare intorno alle 3-5000 lire. In definitiva, nemmeno 9 italiani su 100 potevano essere definiti lettori reali. Fatte tali premesse, dal canto di casa Einaudi nel 1970 nacquero “Gli Struzzi”, tascabili provvisti di prefazione e accurati paratesti che presentavano in edizione economica il meglio dei titoli catalogo. La prima opera ad essere pubblicata fu Bulgakov con Il Maestro e Margherita e copertina bianco Munari.

 

Ritornando allo specifico del caso La Storia, la scelta del tascabile non fu il solo mezzo introdotto per la fortuna del libro. Il lancio all’inizio dell’estate, stagione tradizionalmente dedicata alle “letture-fiume”, così come l’ingente macchina mossa dall’ufficio stampa Einaudi con pubblicità su quotidiani e riviste, contribuirono al successo. Vennero poi acquistate due colonne a piena pagina sul Corriere della Sera, che definivano il romanzo un’epica dei tempi moderni, mettendo in campo persino un parallelo con i Promessi Sposi. Inoltre, fu adottata come slogan la frase della Ginzburg, così che La Storia divenne presto “il più bel romanzo di questo secolo”. Seguì l’anticipazione di uno stralcio in preview, diremmo oggi, del romanzo, quattro giorni prima dell’uscita, su Il Messaggero. Insieme a questo, un lavoro di editing dell’autrice insieme a Elena De Angeli e la collaborazione richiesta al mitologico Erich Linder per promuovere l’uscita del titolo all’estero furono due mosse vincenti. Insomma, non solo questo battage pubblicitario era piuttosto inconsueto per Einaudi, lo era per l’intero panorama italiano: nessun libro prima era stato seguito così. Nel giro di una settimana La Storia era diventato un fenomeno sociologico, il caso letterario italiano più rilevante e politicamente connotato del secolo.

 

Come dicevamo, nonostante l’eterno basso profilo di Morante, l’uscita del romanzo creò un polverone mediatico unico e coinvolse tutti gli esponenti dell’Intelligencija culturale italiana di quegli anni. E, come per tutti i casi letterari, ancor prima dell’uscita in libreria, riscuote sia calorosi consensi che grandi polemiche. Tra le stroncature di Morante (soprattutto dalla sinistra marxista): Balestrini, Asor Rosa, ma anche il marito Moravia e, in particolare, l’amico Pasolini. Il suo essere un titolo non esclusivamente per addetti ai lavori contribuì allo stigma per l’aspetto commerciale, attraverso l’equazione facilissima “se ha successo non può essere un buon libro”.
Per capire la portata del dibattito: ne parlarono praticamente tutte le testate giornalistiche, da «Vogue» a «Linus». Anche Calvino si interrogò sul pubblico de La Storia e sul dichiarato intento di voler avere come lettori proprio i non lettori, o meglio, gli esclusi dalla lettura. Assieme a lui, seguirono il dibattito tra romanzo popolare e populista anche altri intellettuali e critici, tra cui Carlo Bo e Garboli, che si domandò: “abbiamo assistito all’esplosione di un caso letterario, o all’eruzione di un formicaio impazzito?”. O ancora, c’è chi definì La Storia “un libro come l’Ulisse di Joyce, che molti hanno comperato e pochi hanno letto fino in fondo. L’Ulisse perché troppo difficile, La Storia perché troppo facile: due forme della noia”.

 

La Storia si è configurato quindi, per una certa parte della critica, come romanzo improponibile e cheap: un grosso volume pieno di personaggi e vicende, una disperata epopea di vinti che vanno senza futuro incontro alla sconfitta. Morante fu accusata di “vendere disperazione”, di aver fatto regredire la letteratura italiana al pietismo ottocentesco, di mancare di un messaggio di progresso e lotta di classe.
Ma lo scandalo del romanzo fu soprattutto ideologico: l’apparizione inaspettata di un romanzo di facile lettura, ma non per questo di facili contenuti, quando sembrava che si potessero scrivere solo opere neoavanguardiste per cento lettori. Morante invece volle compiere un’esperienza fino a quel momento inedita, un doppio atto di fiducia, nei confronti dei lettori e alle lettrici e nella letteratura. Come affermato da Fofi: “se oggi La Storia è stato letto o viene attualmente letto da operai, studenti, soldati, carcerati, casalinghe delle città e delle province, e non solo dalle signore, vuol dire che questo romanzo ha qualcosa da dire a tutta questa gente”.

 

Viene così da pensare che l’ambivalenza del discorso sui best-seller in Italia sia in parte cominciata da qui, da La Storia, capolavoro letterario e long-seller popolare, che indusse a porsi domande cruciali sia sul versante letterario che extraletterario e sociopolitico. Su quali elementi si fonda l’autorevolezza dei letterati? Quanto conta il giudizio dei critici di professione rispetto a quello dei lettori comuni? Qual è il pubblico di massa e che esigenze e gusti porta con sé? E soprattutto: il successo va compreso, analizzato, accettato, o messo sempre sotto processo? Cioè: quanto è elitaria la letteratura?

 

In conclusione, comunque la si voglia vedere, La Storia è stato un libro a cui, in media, un italiano ogni cinquanta ha dato almeno una scorsa. Oggi è stato ristampato da Einaudi cinque volte, è stato tradotto in più di venti lingue, inserito nelle classifiche dei migliori romanzi del Novecento, diventato un film e una fiction RAI – ed è inevitabilmente acquistabile su Amazon a 15 euro in versione brossura o a 6,99 euro per Kindle.
Tutto questo per dire, dando ragione a Fortini – nientemeno che uno dei critici italiani più influenti di sempre –”questo è un libro su cui si dovrà ripensare”.

 

 

Bibliografia:

  • Morante Elsa, La storia, coll. “Gli struzzi” n. 58, Einaudi, 1974, (ed. del 2011).
  • Piazzoni Irene, Il Novecento dei libri. Una storia dell’editoria in Italia, Carocci, Roma 2021.
  • Pischedda Bruno, La competizione editoriale. Marchi e collane di vasto pubblico nell’Italia contemporanea (1860 – 2020), Carocci, Roma 2022.
  • Zanardo Monica, “Strategie narrative e comunicative nella Storia di Elsa Morante”, in Studium, pp.857-876, 2012.

 

Articoli correlati:

  • CARLO BO, I disarmati, in “Corriere della Sera”, 30 giugno 1974.
  • NANNI BALESTRINI, ELISABETTA RASY, LETIZIA PAOLOZZI, UMBERTO SILVA, Contro il “romanzone” della Morante, in “Il Manifesto”, 18 luglio 1974.
  • CESARE GARBOLI, Introduzione, in ELSA MORANTE, La Storia, Einaudi, Torino 1995; edizione di riferimento: Einaudi, Torino 2014.
  • NATALIA GINZBURG, I personaggi di Elsa, in “Corriere della Sera”, 21 luglio 1974.
  • NATALIA GINZBURG, Elzeviri, in «Corriere della Sera», 30 giugno 1974 , Elzeviri, in «Corriere della Sera», 30 giugno 1974
  • PIER PAOLO PASOLINI, La gioia della vita, la violenza della storia, in “Tempo”, XXXVI, 30, 19 [ma 26] luglio 1974.
  • VITTORIO SPINAZZOLA, Lo “scandalo” della Storia, «L’Unità», 21 luglio 1974, p. 3.

 

Sitografia (ultimo accesso 10/01/2023)

  • https://www.repubblica.it/commenti/2019/01/21/news/sei_patetica_cosi_scoppio_il_caso_morante-300983093/
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/elsa-morante_%28Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco%29/
  • https://www.raiplay.it/video/2020/01/Tuttilibri-La-Storia-di-Elsa-Morante-df5402e1-a63d-4230-a23c-37568f32a619.html
  • https://www.allegoriaonline.it/1212-angela-borghesi-l-anno-della-storia-1974-1975-il-dibattito-politico-e-culturale-sul-romanzo-di-elsa-morante-cronaca-eantologia-della-critica
  • https://www.quodlibet.it/recensione/3446#:~:text=Quando%20lo%20scrittore%20si%20addentra,si%20presenta%20troppo%20facile%C2%BB%20perch%C39
  • https://www.repubblica.it/commenti/2019/01/21/news/sei_patetica_cosi_scoppio_il_caso_morante-300983093/
  • https://www.ilfoglio.it/cultura/2019/02/18/news/elsa-morante-la-storia-di-tutti-238436/
  • https://www.iltascabile.com/letterature/anno-storia/

 

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