22 Lug Il corpo che narra: Hélène Cixous, Michelle Perrot, Luce Irigaray
di Sara Durantini

Il suo nome, Hélène Cixous, che per me ha un suono così limpido e armonioso al tempo stesso, è entrato nella mia vita una ventina d’anni fa. Era lo stesso periodo in cui avevo incontrato la voce di Marguerite Yourcenar, e poi quella di un’altra Marguerite. Duras. Leggevo ininterrottamente le due Marguerite e quando terminavo un loro libro ne acquistavo altri. È stato così che, quasi senza accorgermene, sono entrata nella dimensione della narrazione. Di Yourcenar ricordo la sua capacità di far dialogare la storia e l’eterno, la materia del tempo e quella dell’anima. Di Duras, la lingua scarna e bruciante, l’immagine della sua mano mentre scrive del desiderio, dell’assenza, dell’innominabile. Tempo dopo, inizierò a leggere anche Cixous e di lei conservo un ricordo nitido: un iniziale senso di pienezza. Con lei la scrittura non si limitava a raccontare. La sua parola apriva varchi, scioglieva legami, restituiva alla voce femminile una forza originaria, non addomesticata. Il suo era un bisogno di scrivere, di mettere ordine, di fare e creare spazio per la voce femminile che non chiedesse il permesso di esistere, ma che affiorasse intera, libera, imprevista. Uno spazio in cui potessero finalmente nascere nuove genealogie, non più costruite per somiglianza o per opposizione al maschile, ma fondate sull’ascolto, sulla differenza, sulla possibilità di una lingua che fosse corpo, relazione, memoria vivente.
Ricordo che affondai nella lettura di Cixous, in quel manifesto carnale che invita le donne a scrivere con il corpo, a far affiorare nella lingua la propria differenza, la propria esperienza incarnata (e incantata). Partecipavo a quella lettura immersa nella mia forsennata ricerca di una lingua che mi appartenesse davvero, che fosse mia e soltanto mia, nata da dentro e non appresa da fuori.
Pubblicato nel 1975 sulle pagine della rivista L’Arc, nel numero dedicato a Simone de Beauvoir e alla lotta delle donne, Le rire de la Méduse non fu un semplice un contributo teorico, fu una detonazione. Cixous non si limitava a proseguire la riflessione avviata da Beauvoir; la metteva in discussione, la spostava, la spogliava del suo impianto esistenzialista per rivelarne i limiti, le ambiguità, le rigidità ancora inscritte in una logica maschile del soggetto. In quel testo, la scrittura non è più uno strumento neutro né una tecnica da padroneggiare. È corpo, è pelle, è materia politica. Scrivere il corpo, per Cixous, non significa descriverlo: significa lasciarlo parlare, farlo accadere, liberarlo dalla costrizione della forma e dell’ordine. Cixous lo grida attraverso una scrittura che rompe la sintassi del potere, che inventa fenditure da cui far passare l’indicibile.
Fin dalla prima lettura, le parole di Cixous non mi apparirono addomesticate, così come non le sento addomesticate oggi, rileggendole. Anzi. Ritornano con una forza nuova, in un tempo in cui il corpo delle donne è ancora oggetto di controllo, di normazione, di violenza sistemica. In un presente in cui la libertà di nominare sé stesse è continuamente messa in discussione, Le rire de la Méduse agisce ancora come un richiamo profondo, un appello a tornare al centro del proprio dire. Nel nostro presente, segnato da pratiche di riappropriazione linguistica, da genealogie in costruzione e da scritture che si sottraggono all’ordine dominante, il pensiero di Cixous offre strumenti che sono al tempo stesso poetici e sovversivi. Non si tratta più solo di denunciare l’esclusione delle donne dalla storia della letteratura o del sapere, ma di produrre una scrittura altra, capace di abitare ciò che è stato espulso: l’ambivalenza, il desiderio, la vulnerabilità, la gioia, il sogno. Scrivere diventa, allora, gesto di restituzione. È nel corpo che scrive, nel corpo che ride, che sanguina, che ama, che urla, che tace, che si cela la possibilità di un pensiero differente. Negli anni, ho ritrovato tracce di questa scrittura che nasce dal corpo, dalla sua insistenza e dalla sua resistenza, nella questione più ampia della memoria, di chi racconta, di cosa viene raccontato e tramandato. Equi, mi sembra, che il pensiero di Hélène Cixous possa incontrare, in un altro registro ma con la stessa urgenza, quello di Michelle Perrot.
Storica attenta agli interstizi della narrazione ufficiale, Perrot ha mostrato come la storia delle donne non sia stata semplicemente non scritta, ma silenziata. La sua indagine ha dato voce a ciò che è stato escluso dagli archivi: le vite minime, i diari, le lettere, le tracce lasciate sul margine delle pagine della grande Storia. Il suo lavoro non è stato solo quello di “rimettere al loro posto” le donne nei fatti storici, ma di interrogare la costruzione stessa della memoria pubblica: chi ha il potere di raccontare? E chi decide cosa resta?
Pur provenendo da ambiti differenti, la filosofia e la storiografia, Hélène Cixous e Michelle Perrot condividono la necessità di scardinare i meccanismi del logos patriarcale, che non solo ha parlato al posto delle donne, ma ha anche scelto di cosa fosse degno parlare.
Se Cixous ci invita a scrivere con il corpo, Perrot ci mostra come sia urgente anche leggere le tracce del corpo nelle pieghe della Storia. Entrambe ci chiedono di rimettere in circolo voci che sono state zittite non perché prive di senso, ma perché ritenute eccedenti, indisciplinate, disturbanti. E qui vorrei dare spazio ad una terza voce che è arrivata nella mia vita più tardi rispetto a Hélène Cixouse Michelle Perrot ma che ha illuminato, ugualmente, il mio percorso e la genealogia che stavo costruendo. Si tratta della filosofa, psicoanalista e teorica della differenza, Luce Irigaray che ha posto il corpo femminile al centro di una riflessione che è, prima di tutto, una decostruzione del linguaggio. Se, come sostiene, le donne non parlano ancora, è perché la lingua che abitiamo, che ereditiamo, che impariamo, è costruita su un modello maschile, che non lascia spazio all’alterità femminile.
Allo stesso modo di come mi aveva affascinato Cixous, ho trovato travolgente il modo in cui Irigaray non si limita a criticare la struttura patriarcale della lingua ma tenta di smontarla dall’interno, usando la ripetizione, la scissione, la messa in crisi del significato. La sua scrittura è volutamente frammentaria, eccessiva, labirintica: riflette un corpo che non può essere ricondotto a un solo senso, a un solo significante. E così la donna non è una, ma molte. E questa molteplicità si fa linguaggio, si fa respiro e ritmo.
Se Cixous invita a scrivere con il corpo, Irigaray ci mostra come il corpo stesso è scrittura. Entrambe, in fondo, lavorano nella stessa direzione: quella di un pensiero della differenza che si dischiude nella relazione.
Rileggere queste tre voci, tre corpi di pensiero che si intrecciano, ancora e ancora, anche dopo molti anni, e ritrovare quelle stesse emozioni, forse amplificate, più strutturate, sicuramente più mature, è un piacere immenso. È un gesto di riconoscimento, un ritorno consapevole al significato di essere al mondo, di abitarlo, di narrarlo, di trasmetterlo. Tre voci che ricordano, a tutte e a tutti, che la lingua può diventare luogo e resistenza. E che esiste una genealogia femminile che non si eredita per diritto, ma si costruisce nell’ascolto, nella scrittura, nella relazione. Una genealogia che trasforma.

Patrizia
Posted at 10:49h, 23 LuglioGrazie di questo approfondimento puntuale e interessante: autrici da ri/scoprire con la guida di questa analisi