Natal’ja S. Gončarova: i colori della libertà

di Luciana De Palma

 

Natal’ja Sergeevna Gončarov nacque in Russia nel 1881 in una famiglia imparentata con il poeta Aleksandr Puškin. Visse l’infanzia nella provincia di Tula fino al 1891 quando si trasferì a Mosca.

Prima di dedicarsi agli studi di pittura, si dedicò a quelli di medicina e di storia.

Alla fine il richiamo dell’arte vinse: pittura, scultura e architettura furono gli ambiti a cui si votò prima della scelta definitiva che lei stessa motivò così: “La scultura non può trasmettere i sentimenti evocati dalla natura, la fragilità commovente di un fiore o la freschezza di un cielo primaverile. Incantata dal gioco di luci e armonia di colori, ho rinunciato alla scultura”.

Nel 1910 incontrò il pittore Michail Larionov con il quale strinse un rapporto sentimentale e artistico durato fino alla fine della sua vita.

Entrambi furono gli animatori del gruppo di artisti che faceva riferimento alla rivista Zolotoe runo (Vello d’oro) diretta da Nikolaj Rjabušinskij; successivamente a loro si unirà Kazimir Malevič.

Nel 1906 partecipò ad una mostra di pittori russi al Salon d’Automne di Parigi, ottenendo visibilità e stima. La mostra le diede anche occasione di conoscere e studiare da vicino la pittura degli impressionisti e dei fauves.

Dal 1910 al 1917 la pittrice fu parte del gruppo radicale e indipendente Fante di Quadri. Durante la prima esposizione del gruppo a Mosca, Gončarova incluse alcuni suoi dipinti di ispirazione cubista; nella seconda mostra il numero delle sue tele esposte salì a 50.

Prendendo spunto dalle icone russe e tentando di allontanarsi dalla pittura di matrice europea, Natal’ja Gončarova realizzò quadri in cui i temi trattati si aprono a più spunti di riflessione, privi di un punto di vista centrale ed esclusivo.

Uno dei lavori esposti nella seconda mostra, Gli Evangelisti, fu censurato a causa dell’accostamento tra figure religiose e il posteriore di un asino.

Nel 1913 a Parigi lavorò alla scenografia de Le Coq d’Or: sarà questa la prima di una lunga serie di collaborazioni con Sergej Pavlovič Djagilev, impresario dei Balletti russi, per il quale disegnerà anche i costumi di scena.

Sulla sua pittura incise profondente l’influenza del futurismo che le fornì la possibilità di riflettere sulle trasformazioni del mondo in corsa verso forme esistenziali sempre più meccanizzate.

L’arte bizantina e in genere orientale offrirono all’artista spunti per realizzare opere contraddistinte da particolare densità; gli oggetti rappresentati sulla tela sembrano liberarsi dalle convenzionali relazioni spazio-tempo per tramutarsi in superfici su cui si riflettono i raggi luminosi.

La costante che si ritrova nei suoi quadri evidenzia dinamismo e rapidità, quasi a voler celebrare la vita nella sequenza inafferrabile di attimi irripetibili.

Questo fa sì che gli spunti avanguardistici, conditi con il brio eccezionale degli elementi di gusto bizantino, non servano una specifica causa ideologica, ma costruiscano un racconto molto più vicino al quotidiano.

Le figure dipinte non possiedono nulla di eroico o di artificiosamente intrepido, piuttosto si nutrono di atmosfere dal tepore genuino, condivisibile.

Oriente e Occidente trovano un terreno d’incontro nella sua pittura che non lesina quella gioia spontanea derivata dalla sazietà delle cose semplici, a portata di mano.

Nei suoi lavori la tradizione russa si lega perfettamente alle avanguardie europee senza caricare l’uno o l’altro aspetto di significati intellettuali che in effetti non possiedono.

In questo senso la morale comune cessa di essere un riferimento per la sua opera che invece attinge con gusto e raffinatezza allo spirito della grande Storia che, intrecciando a piacimento i destini dell’umanità, è fonte inesauribile delle piccole storie comuni.

Natal’ja Gončarova interpreta in modo personale e molto originale l’arte di intendere l’arte: l’intento non è quello di stupire per scandalizzare, ma per restituire il senso del vero.

I suoi nudi femminili sono stati censurati, ma lei stessa ha sfilato a Mosca con il corpo dipinto; ha realizzato icone religiose che il clero non ha apprezzato per la libertà infusa nei corpi tanto veri e vividi da rivelare le anime.

 

La fantasia, i colori, le forme geometriche costruiscono, insieme ad un tratto deciso e morbido, un’opera viva, in continuo movimento, che pare sempre sul punto di rompere la quarta parete e vivere di vita propria.

 

Pur ispirata dal modernismo, la pittura di Natal’ja Gončarov non dimentica i luoghi in cui tutto è nato poiché nulla, nella vita così come nell’arte, deve subire lo smacco di una selezione a priori.

Fu talmente versatile da abbattere i muri tra design e arte per progettare e dipingere tappeti, copertine dei libri, ricami, stoffe di vario tipo e dimensione; questo le permise di collaborare con la Maison di moda di Coco Chanel e con le riviste Vogue e Vanity Fair.

Il suo talento fu soprattutto quello di rinnovarsi senza sosta, cimentandosi con forme espressive differenti senza nostalgie o timori.

In risposta a chi deplorava la sua pittura di nudi femminili, tradizionalmente attribuita agli artisti uomini poiché creati a immagine e somiglianza di Dio, scrisse: “Donne […] dovete credere che tutti, donne comprese, hanno un intelletto a forma e immagine di Dio, che non ci siano limiti alla volontà e alla mente umana”.

Natal’ja Gončarova morì nel 1962, fu sepolta nel cimitero di Ivry-sur-Seine.

Di lei la poetessa Marina Cvetaeva disse: “D’estate la sua pittura vive e si alimenta, d’inverno lavora”.

 

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