Vanessa Bell: i colori della quotidianità

di Luciana De Palma

 

Vanessa Stephen nacque a Londra nel 1879 da Sir Leslie Stephen, critico letterario, filosofo, alpinista britannico e curatore del Dictionary of National Biography, e Julia Jackson, filantropa e modella preraffaellita inglese.

I primi studi accademici di disegno e pittura avvennero con Sir Arthur Cope, in seguito proseguì alla Royal Academy.

Dopo la morte del padre avvenuta nel 1904, insieme ai fratelli Virginia e Adrian si trasferì nel distretto londinese di Bloomsbury che all’epoca aveva fama di quartiere degradato e poco raccomandabile. Fu in questa nuova abitazione che, grazie alle conoscenze del fratello maggiore Thoby, entrò in contatto con giornalisti, poeti, scrittori, economisti che avrebbero poi fatto parte del Bloomsbury Group.

Tra essi E. M. Forster, Lytton Strachey, Duncan Grant, Roger Fry, John Maynard Keynes, Leonard Woolf e Clive Bell; fu con quest’ultimo che Vanessa si sposò nel 1907, acquisendone il cognome.

Quella vita libera da obblighi e costrizioni vittoriani fu da lei così descritta: “[…] mi consolavo pensando che quello che contava era essere indipendenti, avere una stanza per ciascuno e spazi nostri nei quali stare da soli per lavorare o vedere gli amici. […] Per me nel 1904 era come essere usciti di colpo in pieno sole dal buio. […] Per la prima volta nella mia vita, ero libera di dipingere per quanto tempo mi pareva, nella mia stanza, senza preoccupazioni familiari o domestiche”.

Sebbene i coniugi Bell avessero avuto due figli, già al tempo della prima guerra mondiale entrambi intrecciarono relazioni sentimentali con altre persone. In particolare Vanessa frequentò per un paio d’anni il critico d’arte Roger Fry, ma per il resto della vita fu legata al pittore bisessuale Duncan Grant da cui ebbe una figlia, Angelica. 

Da obiettore di coscienza, avendo rifiutato di arruolarsi, Duncan dovette impiegarsi nei lavori agricoli per evitare la chiamata alle armi: questo fece sì che Vanessa Bell, Duncan ed il suo compagno David Garnett si trasferissero nella campagna del Sussex, a Charleston. 

Tra il 1913 e il 1919 operò attivamente negli Omega Workshops, laboratorio sperimentale di design per interni. Fondato nel 1913 da Roger Fry e supportato da aiuti finanziari di grandi intellettuali quali ad esempio George Bernard Shaw, il laboratorio si proponeva di applicare il concetto di arte moderna sia agli oggetti di uso quotidiano che alla progettazione d’interni. 

Il laboratorio era anche spazio espositivo e atelier in cui poter acquistare manufatti in vetro, in ceramica, in stoffa e persino libri che recavano impresso il marchio della modernità.

Le copertine dei libri di Virginia Woolf furono realizzati da sua sorella Vanessa che riusciva a sintetizzare con un tratto grafico netto e continuo il contenuto dell’opera. 

A proposito della loro solida collaborazione artistica, che comprendeva e superava la consanguineità, Vanessa scrisse: “Non riesco a ricordarmi di un tempo della nostra vita in cui Virginia non abbia voluto fare la scrittrice e io la pittrice”.

A causa di motivi finanziari il laboratorio fu definitivamente chiuso nel 1919.

I suoi primi dipinti rivelano una certa proprietà tecnica, benché ancorata ad una visione convenzionale e stereotipata della pittura; sarà dopo il 1910, anno in cui il critico d’arte Roger Fry organizzò a Londra una mostra su Manet e sul Postimpressionismo, termine da lui coniato, che applicò alle sue tele la rivoluzione culturale già pienamente in atto nel continente europeo.

Finalmente si poteva esprimere ciò che si provava e non ciò che era giusto provare.

Abbandonato l’impasto denso, la sua pittura diventa un abile gioco di contrasti tra forme, colori e proporzioni. 

Oggetto dei suoi quadri sono le scene di vita quotidiana in cui gli elementi hanno la vitalità di esseri animati che comunicano tra loro attraverso un linguaggio segreto.

Il realismo della materia raffigurata non pregiudica la possibilità che sia pervasa da un certo lirismo in grado di assecondare il mistero dell’esistenza che può persino diventare tangibile. L’esperienza della meditazione da conquistare con i sensi svincolati dalla pura logica.

Nella sua produzione artistica non mancano sperimentazioni che virano verso l’astrattismo: donne senza volto, ambienti privi di prospettive realistiche, oggetti disposti come se fluttuassero nello spazio creano atmosfere che trascendono l’evento storico e provano a raccontare una dimensione più intima, spirituale.

La sua pittura è votata a cogliere quel dettaglio capace di generare meraviglia in un istante di vita: se l’ispirazione è nella realtà circostante, allora lo sguardo ha il compito di seguire le vertiginose peregrinazioni della luce che insieme all’ombra scolpisce il mondo di verità cangianti perciò eterne.

Tutto, nei suoi dipinti, vibra di un’intensità iridescente come accade per le forme che si riflettono nelle tormentate acque di fiume.

Guardando i quadri di Vanessa Bell, sembra di sentire il lento scorrere delle ore, mentre la mente trasmigra verso altre sponde dell’universo e nel corpo fluttuano sensazioni di piacere e leggerezza.

La realtà non è edulcorata, ma colta nell’attimo che precede la sua inevitabile trasformazione. 

Molti furono gli avvenimenti dolorosi che segnarono la vita della pittrice: nel 1895 la morte a causa del cancro di sua madre a cui seguì quella della sorellastra Stella, nel 1939 il suo primogenito Julian perse la vita durante la Guerra civile spagnola, infine nel 1941 il suicidio di Virginia.

La sua eredità artistica è tutta in questa affermazione: “Vivo in un mondo di forme e colori. Una grande artista comunica cosa sente, non cosa vede”.

 

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