07 Lug Valzer con mia madre da ragazza. Incontro con Filippo Tuena
di Ivana Margarese
Valzer con mia madre da ragazza (Oligo editore) di Filippo Tuena, con prefazione di Chiara Fenoglio e quattro illustrazioni dell’autore, è un racconto intimo e visionario in cui lo scrittore evocando ricordi non propri ma della madre ci offre un’interessante riflessione sulla scrittura e sui temi che della scrittura ha a cuore, come la memoria, le immagini, il rapporto tra visibile e invisibile in un tempo che è sempre soglia e in procedere che è un andare a tentoni: “il passato – dice Tuena- torna a noi per frammenti, per ruderi, per testi incompleti. Così come la memoria”.
Cominci a mo’ d’introduzione inValzer col fare riferimento alle parole del libro X delle Confessioni di sant’Agostino sull’insorgenza dei ricordi: “Null’altro che l’atto del ricordare si traduce in lingua scritta, mi sembra importante che almeno un accenno a quelle parole compaia anche qui poiché tutto quel che segue in questo libro, ogni pagina stampata, ogni disegno riprodotto, ogni pensiero condiviso col lettore deriva da quell’arte, da quella scelta ragionata, da quella separazione tra ciò che è necessario e ciò che, almeno in quel momento, è superfluo rammentare”.
A mio parere è importante sostare su quanto dici, su questa linea di congiunzione tra scrittura e memoria e, seppure il tuo racconto si svolge a teatro, soffermarci sulle scelte di montaggio dello scrivere, su ciò che affiora e ciò che resta velato: “non sempre quel chesembra corrisponde a quel che sembra”. Vorrei mettere meglio a fuoco con te le parole di Agostino e il tuo chiamarle sulla scena.
Quel capitolo delle ‘Confessioni’ credo sia alla base di tutta la mia scrittura. E quel brano, così coinvolgente, così anche affettivo, nel senso che i ricordi vengono accolti come se fossero esseri viventi, vengono abbracciati e condotti nel territorio della narrazione mi sembra possa riassumere perfettamente il mestiere della scrittura. Chi scrive, ricorda. Se il pittore osserva, se il musicista ascolta, lo scrittore ricorda. E tuttavia, anche se l’atto del ricordare potrebbe sottostare all’esercizio della volontà – ricordo quel che desidero ricordare – non appartiene a quel mondo. I ricordi ci avvolgono, ci commuovono, ci spingono ad agire ma rispondono al caso, non alla volontà di chi ricorda. Ci sommergono, ci invadono e noi proviamo a sceglierne qualcuno, ma l’atto del ricordare, che pure sembrerebbe manifestazione di volontà, è invece casuale, non sottostà a nessun imperativo. Accade, semplicemente e lo scrittore deve accettare questa sua condizione passiva. A volte succede che il ricordo desiderato si materializzi, ma è un caso. Un accidente.
Come è nata l’idea di Valzer con mia madre da ragazza e come sei arrivato alla scelta di questo (bel) titolo? Nel leggerlo ho trovato una possibile chiave in queste parole: “pochi momenti felici, direi vissuti quasi a passo di danza e che però sono poi diventati addii malconcepiti, mai risolutivi e ai quali torno sovente”.
Il titolo (che in effetti mi piace) nasce da un desiderio e da un doppio ricordo. Mi piacerebbe ballare un valzer con mia madre, così come accadeva quando’ero bambino e come lei raccontava di quand’era ragazza ad Abbazia, in questa per me magica località di villeggiatura che, credo negli anni ’30 del secolo scorso fosse davvero magica. Vorrei sottolineare che questo libro nasce sotto la costellazione dell’affettività, che è poi una componente costante della mia scrittura, anche se qui è effettivamente portata in primo piano.
La prima scena con l’apparizione di tua madre si svolge a teatro. Da palermitana non ho potuto fare a meno di pensare all’architettura del teatro greco – dove ogni anno a Siracusa partecipo alla rinascita di storie mitologiche – e alle atmosfere sospese e al contempo intrise di meccaniche di sguardi della letteratura siciliana per poi passare altrove ovvero al teatro rinascimentale di Giulio Camillo con tutto il suo apparato di immagini, poste nei luoghi destinati agli spettatori, secondo l’ordine delle gradinate teatrali. Scrivi:“l’impressione definitiva è che io sia arrivato in questo teatro in un momento sbagliato, o durante un periodo di restauro o nel mezzo di una prova di uno spettacolo che dovrà ancora essere rappresentato perché sul palcoscenico vengono accatastati oggetti alla rinfusa e non capisco se riguardino il restauro, essendo anche oggetti d’uso come pennellesse, scale da imbianchino, trapani, martelli, oppure facciano parte dell’arredo della commedia o dramma o opera lirica che tra poco andrà in scena”. È dunque un teatro senza spettatori e in un tempo ancora in arrivo quello in cui si svolge la vicenda che coinvolge te e tua madre?
In effetti, c’è una matrice siciliana nell’apparizione della signora sul palcoscenico del teatro, ma non tanto legata a un luogo, quanto a situazioni teatrali. Avevo in mente l’entrata della madre dei ‘Sei personaggi’ di Luigi Pirandello o a quella, finale, della donna che afferma ‘io sono colei che mi si crede’ in Così è, se vi pare’. O, almeno, io me la sono figurata così. Poi è evidente che tratteggio la figura di mia madre, così come me la ricordo, con il suo essere defilata, spaventata dal’esistenza. A lei ho dedicato altri tre racconti che assieme a questo potrebbero comporre un ‘Ritratto di signora’. Di questi, uno si trova in rete, nel blog di Nazione indiana, ‘Anniversari affettivi. Like a Rolling Stone’; gli altri due in altri due miei libri: ‘Quanto lunghi i tuoi secoli’ e ‘Le galanti’. Suggerisco al lettore di cercarli o di richiedermeli. Durante la pandemia li avevo riuniti in un pdf che inviavo a chi ne faceva richieste. Non so se continuerò a scrivere questi frammenti. Non mi dispiacerebbe ma non credo di poter decidere se scriverne altri. Può accadere o può non accadere. Torniamo alla involontarietà dei ricordi o, se preferisci, dell’ispirazione. Ho sempre in mente la breve nota che introduce i ‘Sillabari’ di Parise. Ovvero il rischio che lavorando sulla memoria e sulla’affettività a un tratto, così come apparsa improvvisamente, improvvisamente l’ispirazione possa uscire di scena e chiedere la questione. Impedire allo scrittore di scrivere.
Accenno nel testo che questo racconto è stato scritto in parte almeno un quarto di secolo fa. Più o meno. A quei tempi m’interessavo all’Arte della memoria (non che adesso abbia abbandonato l’argomento, come vedi) ma ero proprio immerso nello studio, perché volevo scrivere un romanzo legato a Giulio Camillo. Scrissi diverse pagine che poi ho perduto e, perdendole, è svanito il motore che mi aveva messo in moto. Però parte di quella passione d’allora è presente nel racconto. Come dicevo l’avevo messo da parte per un quarto di secolo perché non sapevo cosa far dire alla signora che si presentava sul proscenio. Tutta la descrizione del teatro, l’atmosfera generale deriva da quel proto-racconto. E per me era un luogo in abbandono. Era nel mio computer ma in attesa di trovare una situazione o semplicemente, come accade a tante storie che scriviamo, di sfaldarsi, di annientarsi e scomparire. Invece non è accaduto. È stato poi, quando Marino Magliani mi ha chiesto un testo breve su un luogo che quel testo è riemerso e ho pensato che poteva introdurre il nocciolo della storia e di ambientarlo ad Abbazia, dove mia madre ha vissuto durante gli anni ’30 e scrivere di quei valzer dei tè danzanti del sabato pomeriggio.
Nel libro due capitoli guardano esplicitamente a dei luoghi “Vedute istriane. Fiume” e “Trieste e Abbazia” e tu stesso disegni una mappa di queste tre città anche se dici di non aver mai visitato Fiume e Abbazia. Mi sono chiesta se fosse vero tu non ci fossi mai stato.
Sono stato a Trieste, un paio di volte e per pochi giorni, sempre terrorizzato dall’idea d’incontrare una fantasma del passato. E, in un certo senso l’ho incontrato. Magari lo racconto in un altra circostanza. Ma non sono mai stato né a Fiume né ad Abbazia, proprio per questo terrore. Chi conosce quei luoghi mi consiglia di non andarci perché non troverei le atmosfere dei racconti di mia nonna o di mia madre e tante volte per scrivere è meglio non aver frequentato i luoghi che si vuole descrivere, lasciare che sia l’immaginazione a costruirli.
«Ciò che mi ferisce sono le forme della relazione, le sue immagini – scrive Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso –; o meglio, ciò che gli altri chiamano forma, io la sento come forza. […] L’innamorato è dunque artista e il suo mondo è effettivamente un mondo alla rovescia, poiché ogni immagine vi ha la sua propria fine (niente al di là dell’immagine)». Ultimo parallelo e Le variazioni Reinach, hanno in comune con Valzer con mia madre da ragazza l’ambizione di esplorare forme sommerse e un narratore identificabile ma sfuggente, fallace. In Valzer incontriamo un narratore che è anche spettatore e attore principale della scena che sta per venire, un figlio con “la sua insana passione per i frammenti, i pensieri accennati, le occasioni mancate”. Quanto, a tuo parere, in questo metodo di lavoro fa capolino la tua passione per le immagini?
Sì, Barthes a volte è presente non tanto in quello che scrivo ma negli argomenti che tratto. Spesso mi accorgo di essere attratto dalla descrizione delle immagini, dalla ekfrasis o l’arte di descrivere le opere d’arte. Vengo da quel mondo e, credo procedendo verso la vecchiaia, io stia per recuperarlo nella scrittura più di quanto non abbia fatto in precedenza. Tu dici del narratore fallace che spesso racconta le mie storie. È vero, non solo è fallace ma è incompleto, è frammentario così come è frammentario il mondo che cerca di ricostruire. Ricordo che un grande archeologo, Carandini, aveva segnalato in una lezione ai suoi studenti proprio ‘Le variazioni Reinach’ come metodo di ricerca che poteva aiutare gli archeologi. Il passato torna a noi per frammenti, per ruderi, per testi incompleti. Così come la memoria. Non c’è molta differenza tra il ricordo e quel che rimane dell’arte antica. Non siamo noi a decidere cosa sarà argomento delle nostre parole. Vorremmo, ma non è così. È il caso che solo a volte coincide con il nostro desiderio.

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