05 Lug La mela e il serpente. Autoanalisi di una donna. In dialogo con Eloisa Morra
a cura di Ivana Margarese
Armanda Guiducci nasce a Napoli nel 1923 ma presto si trasferisce a Milano dove si laurea in filosofia con Antonio Banfi. Dagli Anni 50 in avanti collabora a numerose riviste culturali e nel 1955 fonda insieme a Franco Fortini, Luciano Amodio e Roberto Guiducci la rivista politico-letteraria Ragionamenti, di cui sarà anche direttrice. Poetessa, scrittrice di narrativa, saggista, critica e filosofa, ha esplorato nelle sue opere la condizione delle donne per decostruire le narrazioni che le hanno sottomesse. L’originalità e la profondità di questa singolare poliedrica pensatrice mi ha coinvolta e incuriosita tanto da volerne parlare con Eloisa Morra, docente all’Universita di Toronto e curatrice per nottetempo dei suoi testi.

La mela e il serpente. Autoanalisi di una donna viene pubblicato in Italia per la prima volta nel 1974. È un testo innovativo e coinvolgente scritto da Armanda Guiducci, una critica letteraria fino a quel momento poco nota al grande pubblico. La mela e il serpente ha un grande successo. A tre mesi dall’uscita ha già venduto 25.000 copie a cui seguiranno varie ristampe in Italia e la pubblicazione in Francia e in Spagna. Ci racconti un po’ la vicenda di questo libro e come sei arrivata a leggerlo e poi a curare la nuova pubblicazione per nottetempo?
La mela e il serpente è un “libro-laboratorio”, come l’ho definito in prefazione, che nasce dall’esigenza di ripartire dal corpo. Il corpo è il campo di battaglia su cui calano gabbie patriarcali, ma anche uno spazio di alleanze, di costruzione di genealogie. Diviso in tre parti (dal sangue mestruale all’ “entrata nel ruolo” di donna, alla maternità), il libro ha un immediato successo perché cattura i lettori attraverso una strategica alternanza di voci. C’è la prima persona, che spinge all’autoidentificazione, incoraggiata anche dalla veste editoriale; c’è la seconda, che parla e si confronta con le altre, in un’ ‘inchiesta dal basso’: amiche, scrittrici, contadine, segretarie, manager, ragazze che stanno per diventare madri nel ’74; e la terza, che attraverso uno sguardo antropologico indaga il modello patriarcale attraverso i secoli e paesi molto diversi tra loro.
L’incontro con Guiducci risale a molti anni fa, quando dopo una conferenza sui femminismi mi sono imbattuta in una vecchia edizione de La mela e il serpente nel dipartimento di Italianistica dove lavoro, a Toronto: sono rimasta conquistata dalla figura Guiducci, anche per ragioni biografiche: una critica letteraria marxista, una poeta che si apre alla lotta femminista. Mi sono quindi procurata gli altri suoi libri (perlopiù introvabili), e ho iniziato a studiarne agli archivi. Da queste ricerche è nata la proposta di ripubblicazione a nottetempo, accolta con entusiasmo: lavorare con loro è un grande privilegio.
Armanda Guiducci scrive dunque un libro-laboratorio, che ho trovato appassionato, coinvolgente, straniante e al tempo stesso lucido. Vorrei comprendere meglio come si pone il contributo originale di Guiducci all’interno dei fermenti femministi che proprio in quegli anni ebbero un decisivo impatto sulla vita delle donne e sulla comune consapevolezza dei loro diritti.
Mi fa piacere che la definizione ti abbia colpita; in effetti è proprio così, è un work in progress aperto a continuazioni, lucido e straniante. La mela e il serpente è innovativo non solo nella forma — che, accogliendo una pluralità di voci diverse senza uniformarle, si distingue in modo marcato dal “noi” femminista— ma anche per la radicalità dell’approccio. Impossibile non ricordare che Guiducci ha alle spalle decenni di attività all’interno di riviste legate al marxismo eretico, a partire da “Ragionamenti”, di cui è stata direttrice… Il libro nasce dalla necessità di far dialogare uno sguardo rivolto all’esterno, alla società intera, al ‘fuori’ tipico della tradizione materialista con le istanza femministe della seconda ondata (di cui però Guiducci non condivide la spinta separatista).
“Non bisogna obliterare le differenze”, scrive a un certo punto, “ma salvarle”. La sua analisi del patriarcato si spinge al di là dell’orizzonte strettamente borghese e dell’eurocentrismo dominante del femminismo bianco, e invita a una lotta collettiva, fatta di alleanze tra margini, con un occhio attento al sud del mondo. Potremmo definirla una femminista intersezionale ante litteram.
La prima parte del testo parla de “Il sangue della donna” e analizza il sentimento di condanna e colpa provato dalle donne, alimentato da stereotipi e usanze in diverse parti del mondo. Nella seconda parte “L’entrata in ruolo” emerge un senso di sfida e ribellione innanzitutto nei confronti della propria famiglia. Una dolorosa ostinazione a rifiutare certe gabbie mentali che vorrebbero le bambine e poi le donne compiacenti o peggio ancora ipocrite, rassegnate a reprimersi o autocensurarsi.
Guiducci scrive: “Mi rendo conto solo adesso di essere un ammasso di mitologia”. Mi interesserebbe, anche alla luce dell’importanza data al corpo nelle sue considerazioni, soffermarmi su questa dichiarazione.
Anche in quest’affermazione leggo la cifra di una differenza rispetto ad altre pensatrici. Classe 1923, Guiducci appartiene a una ‘generazione di mezzo’: cresciuta in un’Italia maschilista, in cui il diritto alle donne viene concesso tardi, quando lei è già una ragazza, e le principali posizioni nel campo culturale sono occupate da uomini. “Ero femminista fin da ragazzetta”, dichiara in un’intervista; ma si trattava di un femminismo emancipazionista vicino a quello della prima ondata. Diventata adulta, si rende conto di essere ‘indietro’ rispetto alle femministe delle generazioni più giovani, pur essendo colta e di estrazione borghese: legge moltissimo, studia, partecipa a programmi radio, scopre la gioia della differenza senza però lasciarsi alle spalle la sua formazione marxista ‘eretica’. Ed è da questa consapevolezza, da questo guardare i nuovi femminismi con occhio partecipe e insieme distaccato — quando esce La mela e il serpente ha più di cinquant’anni — che nasce la singolarità del suo pensiero. È come se Guiducci realizzasse di essere “portatrice di patriarcato”, e si attivasse per decostruire il patriarcato che è in lei, per liberare se stessa e le proprie sorelle, ma anche gli uomini. C’è un passaggio che in questo senso mi ha colpito molto:
“Ciò che posso fare è demistificarmi come donna, creatura etichettata; liberarmi della mia stessa, più profonda, repressione – che non è già l’ombra dell’uomo su di me, ma la mitologia che è in me stessa, che amo e di cui vivo. Questa non è una rivolta, è una estirpazione. Molto sotto le cicatrici della pelle stanno le radici dell’inconscio. E tutta la mia mitologia femminile, dopo tanti anni, tanta infanzia passata, deve essersi ormai sedimentata là, deve essere divenuta una mitologia inconscia.”
Ho trovato particolarmente stimolante la riflessione sulle mistiche. Tema peraltro che cattura l’attenzione e l’indagine di altre pensatrici femministe come ad esempio Luisa Muraro. Ti domando qual è la posizione di Armanda Guiducci all’interno dell’ampia riflessione sul misticismo femminile. Questione che si lega peraltro anche allo sguardo o al bisogno di guardarsi e essere guardate: “Se gli uomini – scrive Guiducci – sono stati costretti, tutti, a diventare dei voyeur, si dà il paradosso che la donna è stata costretta a diventare il voyeur di se stessa”.
Anche nel suo approccio sulle mistiche, incapsulato nella citazione che riporti, leggo un portato diverso rispetto a quello di Muraro. Per Guiducci il misticismo non è una fonte per scardinare l’ordine simbolico maschile, piuttosto un prodotto dell’oppressione che costringe le donne a cercare nel divino una via di fuga dalla realtà, una sorta di “mistificazione rassegnata” (anche se, scrive a un certo punto, “La repressione, il sogno, l’arte sono terribilmente vicine“). Nella sua ottica è arrivato il momento, per le donne, di riappropriarsi senza filtri della storia e del lavoro, del corpo e del desiderio. Questo confronto mostra bene la complementarità tra femminismi nati in un analogo contesto, ma orientati in direzioni diverse: Muraro lavora per aprire spazi di senso a partire da una genealogia femminile, Guiducci per decostruire le narrazioni patriarcali e religiose che hanno storicamente sottomesso le donne. Questa posizione si arricchisce di nuove suggestioni nel corso del tempo, però, come dimostra un suo libro più tardo, Perdute nella storia.
Accanto a questo tema si pone quello del desiderio e della maternità – la terza parte è intitolata “Mater mystica”. Temi che l’autrice approfondisce accuratamente nel libro a partire anche da esperienze personali e testimonianze di altre donne. Che ruolo ha il desiderio nell’architettura di un testo ibrido e denso come La mela e il serpente?
Il desiderio è centrale. Guiducci lo considera la spinta verso la progressiva scoperta di sé: ogni capitolo del libro è una tappa, un passo per ritrovarsi in un desiderio autentico. Nella seconda parte Guiducci mette in guardia chi legge dal “neopuritanesimo” (così lo definisce lei) di certo femminismo americano. Un qualcosa di molto contemporaneo, a mio parere: in lei c’è sempre il tentativo di mantenere l’ambiguità dell’incontro tra corpi, tra soggettività, irriducibile a qualsiasi schema, incluso il vittima/carnefice… In questo secondo me ha un ruolo non da poco il suo essere scrittrice, oltre che saggista, il che comporta l’essere spinte a confrontarsi con situazioni narrative in cui più istanze in apparenza contraddittorie sono vere allo stesso tempo. L’intero libro è un inno alle trasformazioni del corpo femminile, e — credo — un tentativo riuscito di costruire una genealogia dello “sguardo d’autrice” sul mondo. Quest’attenzione al corpo, al proprio come a quello maschile, del resto emergeva anche nelle Poesie per un uomo, che costituiscono un’anticamera del libro.
Infine ti domando se stai lavorando ad altre opere di Guiducci e se sono previste nuove pubblicazioni.
È prevista una continuazione del mio lavoro di curatela, sempre per nottetempo. Il prossimo titolo sarà un’inchiesta sulle contadine che Guiducci pubblica nel 1977: un tentativo ulteriore di dare voce a chi all’epoca non ne aveva, sia nel discorso pubblico che nei collettivi femministi.
No Comments