04 Lug L’eterna immediatezza, ovvero fare mondi
di Ugo Morelli
Seppur lontani dal comprendere come possano delle scariche elettriche nel nostro cervello produrre pensieri, e accompagnati dalla domanda se mai sarà possibile venirne a capo, è probabile che lo studio di una nostra distinzione specifica possa darci una mano a conoscere un po’ meglio noi stessi. Quella distinzione è da anni oggetto di ricerca per Michele Cometa: la produzione culturale di noi umani e, in particolare, il fare immagini e l’esperienza estetica.
Una ricerca che mentre lavora su un livello, da ultimo la paleoestetica, allude con sempre maggiore determinazione e pregnanza ad un metalivello: il significato stesso di essere umani. Da un punto di vista evolutivo, e senza sapere bene quando e come, noi umani abbiamo iniziato a elevare l’estetico del mondo traducendolo in esperienza estetica, creando cornici di senso intorno alle cose e trasformando segni ordinari in artefatti capaci di estendere la nostra sensibilità, auto-elevandoci emozionalmente e semanticamente. Ora Cometa si è posto il problema delle origini: come sia accaduto e come accada che l’originario sia trasformato e tradotto in originale [M. Cometa, Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024].
Studiando e approfondendo un libro limpido e allo stesso tempo intenso si può riconoscere che c’è tutta la storia umana in un’immagine. Non tanto e non solo come rappresentazione della realtà, quanto come fonte per la comprensione di noi stessi nella nostra durata di specie, lunga e brevissima allo stesso tempo. Non è facile per chi ha “poca vita” e riesce a cogliere “poca verità” riconoscere le persistenze e le costanti che sottendono agli apparenti cambiamenti, cioè ai cambiamenti che appaiono e transitano sotto i nostri occhi. La velocità dell’esistenza ci viene addosso con violenza e noi ci giochiamo come possiamo tra ricerche di verità ultime e regine e inseguimenti angosciosi della contingenza precaria dei nostri giorni. In quello spazio angusto stanno le premesse e le condizioni per tentare di comprenderci, di fare di noi stessi l’oggetto del nostro conoscere. A pagina 281 del suo libro, nei ringraziamenti, come è proprio della sicilianità che l’essenza della bellezza consegna alla profondità, Michele Cometa, parlando dell’immediatezza dell’esistenza degli oggetti del passato nel presente, scrive: “Ed è proprio a questo eterno presente che questo libro è dedicato”.

Da quando abbiamo tentato l’impudenza di fare dell’essere umano l’oggetto del sapere, si sono prodotti, tra gli altri due fenomeni interconnessi. Facendo slittare l’oggetto della conoscenza dal piano del generale a quello degli individui, si genera un processo che porta con sé una violenza fatta di controllo e disciplinamento percepibile nella vita di ogni giorno. Isolando l’oggetto di conoscenza “individuo”, abbiamo creato un atomo fittizio che nasce per il tramite di uno sguardo che fabbrica la solitudine su cui intende indagare, auto-centrandosi e pretendendo di prescindere dalla storia evolutiva e dalle relazioni in cui l’individuazione è possibile.
Come documenta in modo esteso e allo stesso tempo profondo Michel Foucault, l’invenzione dell’individuo ha contemporaneamente prodotto la volontà di sapere e disciplinare. Se troviamo la forza, epistemologica, analitica e etica, come fa Michele Cometa, di interrogarci su come siamo diventati e diventiamo quello che siamo, allora la nostra relazione sensibile con le cose e con gli altri ci può aiutare a comprendere qualcosa di più di noi stessi.
La paleoestetica e l’estetica, infatti, lungi dall’essere un accessorio della nostra esperienza sono una chiave per comprendere noi stessi nel qui ed ora dell’evoluzione, come creatori di immagini e di storie parallele la cui principale rilevanza sta nella contemporaneità, a prescindere dall’epoca storica in cui sono state prodotte. Del resto altro sguardo non abbiamo che il nostro con tutta la sua parzialità: vediamo, certo; ma anche non vediamo; non solo, ma non vediamo di non vedere. Per questo è necessario porsi di fronte alle immagini che abbiamo prodotto e produciamo a partire dal corpo–cervello–mente del produttore-osservatore. Michele Cometa è uno dei pochi studiosi che, oltre ad adottare un approccio autenticamente transdisciplinare, assume i contributi delle neuroscienze come una delle condizioni per comprendere l’esperienza estetica.
Come scrive Vittorio Gallese: “Le neuroscienze contemporanee ci dimostrano che ciò che vediamo non è semplicemente una registrazione visuale che avviene nel nostro cervello di ciò che si presenta davanti ai nostri occhi, ma il risultato di una costruzione complessa, il cui prodotto deriva dal contributo fondamentale del nostro corpo con le sue potenzialità motorie, dei nostri sensi e delle nostre emozioni, della nostra immaginazione, e dei nostri ricordi. (…) Con l’aiuto delle neuroscienze, possiamo testare la presunta universalità dell’espressione artistica umana e, soprattutto, mettere alla prova la sua apparente origine prettamente logocentrica. Le neuroscienze cognitive possono farci abbandonare la scelta forzata fra il relativismo totalizzante del costruttivismo sociale, che non lascia spazio alcuno al ruolo costitutivo del corpo nell’ambito della cognizione, e il determinismo scientifico di alcune parti della psicologia evoluzionista, il cui scopo è quello di spiegare l’arte esclusivamente in termini di adattamento e modularità” (in M. Cometa, R. Coglitore, V. Cammarata, a cura di, Cultura Visuale in Italia, Meltemi, Milano 2002; p. 280). Anche chi fornisce un contributo di notevole importanza per la comprensione della storia naturale dell’estetica, come Lorenzo Bartalesi [Storia naturale dell’estetica, Einaudi, Torino 2024], non riesce ad andare oltre una spiegazione in termini di adattamento. Se l’estetica in Darwin tocca un punto di non ritorno, proponendosi non più come filosofia del bello e delle arti, ma come una capacità di cruciale importanza nella storia evolutiva degli esseri viventi, è necessario però tenere conto dell’evidenza che l’evoluzione non procede solo per adattamento, ma anche per exaptation [S. J. Gould, R. Lewontin, (21 settembre 1979), The spandrels of San Marco and the Panglossian paradigm: a Critique of the adaptationistprogramme, Proceedings of the Royal Society B: BiologicalSciences, 205 (1161): 581-598].
Se la trasformazione dell’estetico in esperienza estetica rappresenta l’indice della nostra distinzione rispetto al resto del vivente, e se le espressioni che da un certo momento in poi abbiamo chiamato arte si manifestano lungo questa scia evolutiva, ciò sembra dovuto alla nostra capacità storicamente emergente di elaborare in modo specie specifico la nostra “solitudine essenziale”, elaborazione che ci conduce, dal coincidere con l’essere, all’essere e al sentirsi in vita [C. Bollas, Solitudine essenziale. Lezioni su Winnicott, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025].
Basterebbe del resto chiedersi perché ancora oggi recepiamo le immagini di molte decine di migliaia di anni fa con immutato interesse, – dove immutato è un azzardo, non sapendo nulla della ricezione che quelle immagini hanno avuto presso i contemporanei al momento della loro realizzazione -, per giungere a porci in modo inedito la questione dell’esperienza estetica, ovvero della nostra tensione distintiva all’artification, come la definisce E. Dissanayake (The Artification hypothesis and its relevance to cognitive science, evolutionary aesthetics, and neuroaesthetics, in Cognitive Semiotics, 5, 2009, pp. 136-158), o delle vie mediante le quali si produce il Material Engagement di cui si occupa L. Malafouris (How Things Shape the Mind. A Theory of Material Engagement, The MIT Press, Cambridge 2013). È’ sull’estetico, ovvero sull’ingaggio, sul coinvolgimento corporeo e sensori-motorio che ci connette alle cose del mondo, che si innesta ed emerge quella particolare risonanza incarnata che ci autoeleva verso l’esperienza estetica. Si tratta di un’autoelevazione che si genera dalla narrazione ad un altro o ad altri, sia creando le opere sia narrandone il senso e il significato dell’osservazione e fruizione. Tutto questo fa dell’esperienza estetica un’esperienza eminentemente relazionale.
Come mostra Michele Cometa, fin dal primo capitolo del suo libro, richiamando André Leroi-Gourhan, l’arte delle grotte della Grotta dell’Addaura, in Sicilia, è fatta di vere e proprie scene narrative, “ben lontane dalla ieratica solitudine delle figurazioni animali delle caverne francesi”. Come scriviamo con Vittorio Gallese nel nostro libro: “L’immaginazione e l’arte creano nuove forme nella mente, mentre alimentano l’emanazione di inedite forme della mente” (Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024; p. 216). Che l’esperienza estetica coevolva con la vita materiale e le forme organizzative che preludono alla nascita delle istituzioni, ancorché elementari, è un’ulteriore prova della sua naturale materialità, della intersoggettività e della socialità come caratteri distintivi della specie umana.
È’ così che si sviluppano i primi segni delle civiltà e, nel caso della Grotta dell’Addaura, della civiltà mediterranea. Cometa, infatti, scrive: “qui qualcosa di nuovo è cominciato: un nuovo umanesimo”. Dal momento che la mente è emanazione del cervello-corpo in relazione in un contesto, è tutto il corpo ad essere coinvolto nel rivelarsi dell’immagine, oltre il primato della visione. Sostenendo che il dato metodologico da cui partire per comprendere i “momenti di estasi” che viviamo di fronte ad un’opera è la realtà di un’esperienza emotiva e cognitiva insieme, Cometa conferma una tradizione di studi che, a cominciare da Wilfred R. Bion, sostiene che in ogni pensiero c’è un’emozione. Quanto allo stupore seducente di fronte agli artefatti derivanti dal “fare-immagini” che Cometa, sulle orme di Bataille, propone come esperienza accomunante gli esseri umani del Paleolitico e noi, èdifficile sottolineare e confermare un’affinità così completa che si conferma da sola. L’estasi che il confronto diretto con queste “opere” ci procura potrebbe essere generata da fattori che non necessariamente devono essere stati gli stessi in esseri umani che avevano esperienze esistenziali e relazionali così lontane dalle nostre, la cui mente era situata in contesti per noi quasi del tutto inimmaginabili. Basta andare meno tempo addietro del Paleolitico per accorgersi delle enormi differenze delle risposte che gli umani si sono dati ai grandi fenomeni e ai grandi interrogativi dell’esistenza. R. B. Onians, ad esempio, mediante la via dell’indagine lessicale, l’analisi delle parole con cui è stato dato nome alla vita, allo spirito, all’anima, al corpo, alla sorte, ma anche alla stessa produzione che noi oggi chiamiamo arte, cerca di scoprire gli atteggiamenti e le credenze che per secoli hanno coinvolto e appagato le menti e governato le azioni degli umani. I gesti più elementari, i concetti più sottili e la struttura dei significati, in ragione della storicità della mente e della neuroplasticità, delle forme di vita e delle relazioni, risultano così sorprendentemente diversi e lontani da quelli che li avrebbero sostituiti, che renderebbero difficile comprendersi pur a parità di lingue parlate (R. B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi, Milano 1998). Se “estetica ed estatica sono ciò che l’esperienza del fare-immagine ha garantito all’Homo sapiens sin dalle origini”, come scrive Cometa, non solo non sappiamo di quale esperienza stiamo parlando, ma è opportuno domandarsi se si trattasse proprio di qualcosa che noi riconduciamo all’estetica e all’estasi. Se le immagini del Paleolitico risvegliano ancora oggi in noi quello che Darwin ha chiamato il sense of beaty, non possiamo avere certezza di quali codici emozionali, affettivi e cognitivi quelle immagini risvegliassero nelle popolazioni contemporanee alla loro produzione. È’ necessario considerare, inoltre, come Cometa fa ampiamente nel suo libro, che noi, oggi, viviamo quelle immagini, ineluttabilmente con i nostri codici, cioè con quei codici a noi contemporanei che fanno sìche ogni espressione artistica sia di fatto arte contemporanea per noi. Ogni sforzo di trasposizione temporale risulta ineluttabilmente vano per la contingenza della nostra percezione e dei nostri codici interpretativi. Eppure, cercando distinzioni specie specifiche di Homo sapiens, se si eliminassero le capacità di “fare mondi” e di artification, sarebbe legittimo domandarsi se è ancora di homo sapiens che si sta parlando. Creiamo mondi paralleli, inventiamo doppi di quello che Ernesto De Martino chiama l’asse cosmico, un tacito e pervasivo principio regolatore che ci contiene e rende possibile la presenza. Anche quando si estende la terra incognita, fino all’alienazione dell’appartenenza. Si estende, infatti, fino all’inverosimile, la terra incognita e noi rimaniamo anche e ancora quelli dell’età della pietra. La crisi della presenza che da tempo si e ci trascina, l’abbiamo affrontata creando il “doppio” dell’asse cosmico. Quel principio regolatore e contenitivo irrinunciabile per degli animali territoriali. Se il territorio tribale diventa, prima quanto il pianeta, e poi si dissolve nel virtuale, che ne sarà della presenza? E se della presenza non possiamo fare a meno, come conterremo lo smembramento di ogni appartenenza possibile? Ci sovviene il rito, avremmo detto una volta. Purché connesso ad un mito. E solo in quanto rito e mito possano appoggiarsi ad un “doppio” dell’axis mundi, che divenendo riferimento collocato al centro del territorio tribale, trasformi quest’ultimo in mondo. Le criticità sono tante, però. Perché il processo di cosmicizzazione possa funzionare, secondo questa prospettiva, sono richiesti un centro e un “doppio” stabili, a cui ricondurre la possibilità di ridurre l’angoscia della terra incognita sottraendole il carattere alienante dell’alterità. Nella semiosfera digitale, però, il “doppio” sacro, separato, inventato come totem sostitutivo del territorio tribale, è continuamente cangiante. Lo stesso vale per l’incontenibilità dei riti per celebrare quel mito mellifluo e incontrollabile: si diversificano costantemente, i riti, e tutto il tempo non è sufficiente non solo a controllarli ma neppure a conoscerli. Peregrinare in terra incognita diventa pertanto la condizione.
Se la civiltà, come finora l’abbiamo intesa, comincia ad esistere nel momento in cui è in grado di ricorrere a un mito che permetta di celebrare il rito come iterazione dello stesso luogo assoluto, di quel centro nel quale una volta, che è la volta per eccellenza, il mondo, o meglio il “fare mondo”, fu garantito, se ne ricavano non poche indicazioni per comprendere la crisi di civiltà e le dinamiche regressive del presente. Se ne ricavano anche indicazioni per riconoscere la diffusione e la compresenza di derive magiche e religiose che da sempre occupano lo spazio liminale tra esserci e non esserci come tentativi di porre argini al processo di disintegrazione della relazione presenza/mondo [I riferimenti all’intera opera di Ernesto De Martino, per affrontare questi temi, sono decisivi, e in particolare al saggio: Angoscia territoriale e riscatto culturale, Studi e Materiali di Storia delle Religioni, XXIII, (1951 – ’52); pp. 51 – 66; al volume La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di G. Charuty, D. Fabre, M. Massenzio, Einaudi, Torino 2019; e al volume La storia velata. Crisi e riscatto della presenza, Einaudi, Torino 2025].
Nonostante tutto questo, e forse proprio per tutto questo, il processo di artification prosegue e le sue manifestazioni mostrano costanti evolutive che le riportano indiscutibilmente all’antropogenesi. “Fare mondi” è essere umani. E non solo nicchie ecologiche o nidi con caratteristiche di utilità e praticacome fanno gli altri animali, ma mondi che apparentemente sarebbero non immediatamente utili e strumentali. Per quale scopo? Per mantenere in vita la presenza, sia per vie riparatorie ma soprattutto per vie espressive e creative. In base ad una prospettiva evoluzionistica ci vediamo impegnati come specie in attività di making special, artification o elaboration mediante processi “prelinguistici, intermodali, partecipativi e di affiliazione” presenti nella produzione e nella fruizione estetica. Una predisposizione universale verso il “comportamento artistico” definito, appunto, artification distinguerebbe la nostra specie. L’arte e la produzione estetica sono riconosciute come parti essenziali del processo evolutivo e del comportamento umano.
Michele Cometa entra nel vivo della questione, tracciando un filo tra il Paleolitico, i new media e la digital literacy, per analizzare la nostra esperienza di fare-immagine. Per farlo si pone tre domande fondamentali indispensabili per la formulazione di una teoria dell’immagine: dove è un’immagine? Cosa è un’immagine? Come è un’immagine? Secondo Cometa, si tratta in ogni caso di “prodigiose escrescenze” della mente, come ha scritto André Leroi-Gourhan, di sue estensioni che si incarnano in oggetti, strumenti, apparati e dispositivi inorganici ma non per questo sono meno funzionali allo sviluppo delle nostre capacità cognitive di viventi [p. 70], secondo gli approfondimenti di uno studioso come LambrosMalafouris [2013, citato]. Se vogliamo considerare il comportamento estetico dell’Homo sapiens nel contesto più ampio dell’etologia e della teoria dell’evoluzione, come Cometa propone anche in un libro precedente [Letteratura e darwinismo. Introduzione alla biopoetica, Carocci, Roma 2018], possiamo risalire a parecchie centinaia di migliaia di anni fa, perfino alle capacità cognitive dell’Homo erectus. Ci troviamo così di fronte ad artefatti, la cui analisi viene sviluppata in un importante capitolo del libro dal titolo Corpi che contano, in cui lo studio delle miniature che rappresentano il corpo umano non può limitarsi a quella che Aby Warburg ha chiamato la “storia dell’arte estetizzante”, ma deve concentrarsi su quella che Randall White ha definito la “forma materiale della rappresentazione” [pp. 176-177].
Un fattore importante di questa ipotesi è che l’arte viene presa in considerazione come comportamento e non come oggetto o come qualità presente nell’oggetto, da qui la proposta dell’uso di un termine alternativo a quello di “arte” in quanto troppo caratterizzato e specificamente radicato nella recente cultura occidentale. Nella sua definizione più semplice questo comportamento (artification, elaboration, making special) corrisponderebbe all’uso deliberato di operazioni protoestetiche evolute come meccanismi inconsapevoli dalle madri ancestrali umane nel contesto, fortemente adattivo, del rafforzamento dei legami emotivi con neonati sempre più indifesi [Dissanayake]. L’interazione madre-neonato viene presentata come un bagaglio di elementi comunicativi e ricettivi chiamati “proto-estetici”, elementi che avrebbero permesso lo sviluppo di comportamenti estetici. Tali comportamenti sarebbero stati sfruttati come veicolo per le esperienze mistico-religiose, rituali e cerimoniali. Partendo dal fatto che i cuccioli umani presentano delle capacità innate che predispongono a sollecitare un’interazione sociale ed emotiva negli adulti, oltre alle necessarie cure fisiche. Un tipo di comportamento riscontrabile universalmente, in qualsiasi cultura gli adulti, esclusivamente nei confronti dei neonati, adottano comportamenti elaborati, ripetitivi, esagerati: utilizzano specifiche emissioni vocali, movimenti ritmici, effusioni ed espressioni facciali insolite. I neonati, a loro volta, guidano queste interazioni tramite le loro reazioni positive o negative, indirizzando i loro interlocutori nella scelta delle espressioni, dei suoni e dei movimenti. Secondo Vittorio Gallese siamo di fronte a processi di embodied simulation e di intentional attunement [Embodied simulation: from mirror neuronsystems to interpersonal relations. Novartis Found Symposium, 2007, pp. 89-96; Intentional attunement: a neurophysiological perspective on social cognition and its disruption in autism.Brain Research, 2006; pp.15-24].
I neonati stimolano, plasmano e influenzano in vari modi il ritmo, l’intensità e la varietà dei vari comportamenti assunti durante questo particolare tipo di relazione interpersonale. A tutto questo va aggiunto che i neonati sono capaci di un’elaborazione intermodale (cross-modal) e percepiscono i segnali vocali, visivi e cinetici simultaneamente [A. Schore, Right brain-to-right brain psychotherapy: recent scientific and clinical advances. Ann. Gen. Psychiatry 21, 46, 2022]. Lo sviluppo di questo scambio coordinato tra il neonato e chi lo cura, ed il conseguente accordarsi di questi comportamenti a livello fisico, emotivo e cognitivo, presenta effetti cognitivi e sociali per il bambino. Secondo Dissanayake madre e infante, avrebbero entrambi goduto di questo successo evolutivo inconsapevolmente guidati dal senso di piacere che ne avrebbero tratto. Il piacere è la ricompensa anche di altri comportamenti adattivi in relazione al sesso, al cibo, al riposo, all’essere ammirati ed allo stare al caldo. Ritualizzazione ed emotività. Il processo di ritualizzazione, secondo la Dissanayake, conferisce importanza a certi segnali specifici tramite operazioni che mirano ad attrarre ed a mantenere l’attenzione delle altre persone. La studiosa suggerisce che tutti gli artisti, operanti con qualsiasi medium, attuino gli stessi comportamenti istintivi osservati dagli etologi durante i comportamenti ritualizzati delle altre specie animali. Tramite la semplificazione o la formalizzazione, la ripetizione con o senza variazioni, l’esagerazione e l’elaborazione, oggetti, materiali, corpi, ambienti, suoni e scansioni ritmiche presenti nella realtà quotidiana vengono “resi speciali” (made special), passano dal dominio dell’ordinario a quello dello straordinario. Questi comportamenti evoluti nel corso delle interazioni con i neonati vengono considerati operazioni proto-estetiche responsabili di aver prodotto una sorta di bagaglio di capacità e di sensibilità. Dissanayake sottolinea il fatto che gli effetti suscitati dalle arti non sono dati dalla mera presentazione di stimoli che attivano moduli cognitivi e percettivi capaci di dirigere l’attenzione verso informazioni salienti, ma dalla manipolazione che viene fatta di questi stimoli. Le reazioni emotive sarebbero suscitate dall’arrangiamento di questi stimoli in relazione ad altri stimoli e dalle altre operazioni compiute al fine di conferire una qualità estetica. Insistendo sul fatto che gli studi sull’esperienza estetica debbano prendere in considerazione le nozioni fondamentali della biologia evoluzionistica, la ricerca di Dissanayake muove dall’assunzione che il lungo processo evolutivo che ha disegnato il cervello umano (e non) ha fatto in modo che i suoi prodotti fossero innanzitutto fenomeni di tipo biologico, fenomeni il cui valore risiede principalmente nel contributo positivo dato alla sopravvivenza delle creature che li possiedono. Ne consegue che per trovare una giustificazione biologica all’arte occorre chiedersi quale sia il suo contributo positivo all’evoluzione della specie, una nozione che l’autrice vede scontrarsi con la nozione secondo la quale il valore estetico di un prodotto sia qualcosa che esula dalla sua utilità pratica. La domanda che si pone la Dissanayake è: “esiste un modo interessante o rilevante secondo il quale possiamo accettare che l’arte contribuisca, o abbia contribuito, positivamente all’evoluzione della specie?” [E. Dissanayake,Aesthetic experience and human evolution, Journal of Aesthetics and Art Criticism, 41 (2); PP.145-155, 1982].
Senza volere affrontare la complessa questione del contributo positivo dell’arte all’evoluzione della nostra specie, e senza volere ridurre l’arte e l’esperienza estetica a funzioni meramente utilitaristiche, vale la pena seguire Michele Cometa quando propone che, al di là dei significati, conviene cercare di comprendere perché i nostri comportamenti al cospetto delle immagini lasciano emergere, sempre e comunque, la sostanza bio–culturale dell’immagine. Con Paleoestetica, Cometa contribuisce in maniera rilevante alla ricerca del senso di quello scopo, sostenendo che per comprendere il fare immagine, e dunque anche quello paleolitico, bisogna riconsiderare le nostre relazioni ancestrali con le immagini.
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