Charlotte Salomon: i colori del dolore

di Luciana De Palma

 

Charlotte Salomon nacque a Berlino nel 1917 in una benestante famiglia ebrea. Suo padre Albert era un apprezzato medico-chirurgo, sua madre donna di raffinati gusti culturali.

Trascorse un’infanzia serena fino ai nove anni, epoca in cui sua madre si tolse la vita, scegliendo di gettarsi da una finestra.

Per molto tempo la futura pittrice credette alla versione della morte per malattia; anni dopo, la verità arrivò dalla bocca del nonno materno che non poté più occultare il fatto che lo stesso destino fosse toccato anche ad un’altra figlia di nome Charlotte.

Il marchio della depressione, che impresse nelle donne della famiglia il medesimo tormento spirituale, incise profondamente la sua vita: l’arte le consentì di emergere, seppure a fatica, dal passato che scorreva come lava nelle sue vene.

Charlotte Salomon si iscrisse all’accademia di Belle Arti di Berlino, ma presto l’ascesa al potere del nazismo e il crescente clima antisemita la costrinsero a interrompere gli studi.

La sofferenza, che l’accompagnava fin dal primo vagito, continuò a tenere saldamente la presa: furono giorni, settimane, mesi di dolore senza fine, senza possibilità di riscatto.

Quando suo padre perse il diritto di esercitare la professione medica, il baratro attese pazientemente che ogni membro della famiglia incappasse nei suoi abissi.

Disegnare e perfezionarsi nella pittura, proseguire nell’intento di migliorare l’uso delle matite e dei pennelli, assumere il dovere e la responsabilità di prendersi cura della propria vita furono per Charlotte Salomon appigli per una lotta che non poteva né voleva perdere.

Intorno a sé vide solo morte e ancora continuò a vederne poiché lo scompiglio umano, sociale, culturale di quegli anni ’30 non fece che far precipitare il mondo verso gli strapiombi del male assoluto.

Nel 1936 suo padre fu internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, Charlotte invece riuscì a mettersi in salvo e a raggiungere i nonni che vivevano a Villefranche-sur-Mer, un villaggio nel sud della Francia. Fu in questo periodo che sua nonna tentò il suicidio e la pittrice venne a conoscenza dei veri motivi della morte di sua madre.

Nonostante tutta la disperazione e l’angoscia che la stringevano come un ramoscello in una tenaglia, la pittrice cercò di non disperdere le forze e di non distogliere mente e anima da ciò che le premeva di più: dipingere immagini, attimi, atmosfere, situazioni e avvenimenti che, affondando nella sua carne, avrebbero segnato irrimediabilmente la sua giovane vita.

L’intera produzione artistica consta di 1325 disegni realizzati tra il 1940 e il 1942 con la tecnica del guazzo che consiste nel mescolare la tempera con leganti a base di gomma e un pigmento bianco come il bianco di zinco o di titanio.

In questo modo il colore risulta più opaco rispetto a quello ottenuto con l’acquerello, mentre le finiture sono luminose come quelle derivanti dalla pittura ad olio.

Oggetto di tutta l’opera è la sua stessa vita, dall’infanzia felice agli studi accademici, dalla rielaborazione del suicidio della madre alle parate naziste, dalla fuga fino ai giorni che precedettero l’arresto.

Il titolo che Salomon ha usato per sintetizzare il senso della sua produzione è Vita? O Teatro?: un interrogativo amaro che resta senza risposta, a fronte di uno scenario personale e collettivo che perde i punti fermi, quei supporti di valori e ideali su cui tradizionalmente era stata fondata la società.

Nella rappresentazione figurativa, in cui si alternano simboli e riferimenti metafisici, è evidente l’intenzione di esplicitare il racconto intimo di una trasformazione tanto cruciale quanto rapida che coinvolge molte vite, centrifugandole in una voragine di torture morali e spirituali.

Eludendo la tentazione di cadere nel vittimismo, la pittrice ha fissato su carta il suo orrore e quello di un’umanità sottoposta alla dissociazione tra il bene e il male, il vero e la menzogna, la luce e il buio.

I volti, i gesti, i corpi, persino gli oggetti rappresentati fanno percepire la sostanza dolorosa che sottende esistenze continuamente in bilico: non c’è raggiro né imbroglio poiché la mano di Charlotte Salomon si fa portatrice di verità che esplodono come grida disumane che salgono dalle viscere.

Spontaneità e sincerità sono le costanti che sorreggono una pittura in cui il fruitore non ha difficoltà a immedesimarsi.

Violenza, perdita, disorientamento si alternano a brevi attimi di amore, di calore, di unione, di bellezza.

 

Combinazione tra fumetto, romanzo, musica e teatro, quest’opera è difficile da definire, ma è certamente unica per il forte impatto emotivo: ogni tipo di sensazione agisce in una sfera precisa, misurandosi con la capacità dello spettatore di attribuire alla realtà un significato antico e nuovo allo stesso tempo attraverso cui recuperare del passato quanto può aiutarlo a comprendere il presente.

Nel 1943 Charlotte Salomon dovette affidare le sue opere ad un amico nel tentativo di sottrarle alla ferocia nazista.

Nel settembre dello stesso anno sposò Alexander Nagler, rifugiato tedesco; entrambi furono poi arrestati e incarcerati; il mese successivo, deportata ad Auschwitz, morì probabilmente lo stesso giorno del suo arrivo.

Aveva 26 anni ed era incinta di pochi mesi.

 

 

 

La maggior parte delle sue opere sono conservate allo Joods Historisch Museum di Amsterdam; altre si trovano nel Museo d’Arte dell’Olocausto dello Yad Vashem a Gerusalemme.

Eliad Moreh-Rosenberg, direttore del dipartimento artistico dello Yad Vashem, ha così descritto l’arte di Charlotte Salomon: “Aveva la lucidità e l’intelligenza delle persone sole”.

1 Comment
  • Toni
    Posted at 10:36h, 01 Luglio Rispondi

    “Nonostante tutta la disperazione e l’angoscia che la stringevano come un ramoscello in una tenaglia, la pittrice cercò di non disperdere le forze e di non distogliere mente e anima da ciò che le premeva di più: dipingere immagini, attimi, atmosfere, situazioni e avvenimenti che, affondando nella sua carne, avrebbero segnato irrimediabilmente la sua giovane vita.” Charlotte Salomon, merita di essere ricordata come artista e come donna. Grazie

Post A Comment