Poco prima

di Giovanni Fierro

 

 

 

Lei ha gli occhi di un verde che si fa largo nel buio, forse sono stanchi di rimanere sempre aperti, a creare e sostenere uno sguardo che ormai assomiglia ai due tagli che ha sull’addome. Sono la sua carta d’identità.

A questo sta pensando ora, con le dita della mano a spostare un po’ più in là la tendina azzurra della fine­stra in cucina. Con le spalle più abbandonate alla pelle si gira e guarda sua figlia, fa la terza elementare. Il suo pomeriggio adesso coincide con quello dei dinosauri. Così le domande che le rivolge sono “Ma sai quanto era alto un T-Rex? E sai cosa mangiava? Chi era il dino­sauro più grande tra gli erbivori? E quello con le zanne più grandi?”. E i loro nomi li pronuncia bene, in modo corretto, in ogni loro singola parte. La sorprende sem­pre che sia così a brava a scandirli in modo perfetto, senza alcuna esitazione.

Lei invece è solo capace di pensare che adesso quei dinosauri sono tutti estinti. Già da un po’ si è abituata a ritrovarsi nelle ore più minute della giornata, quel­le stropicciate, quelle spinte dal sole verso l’orizzon­te, quando si prepara al tramonto. In quei momenti si chiede quando è iniziata l’estinzione del suo tempo migliore, quale il meteorite che le è arrivato addosso,

il suo impatto assoluto, a far scomparire immediata­mente il suo mondo, quello più bello, e di come non se ne sia accorta subito, ma proprio per niente, in to­tale assenza di un qualcosa che la poteva avvertire, metterla in guardia sul guaio che sarebbe arrivato.

“Ti ho sognata ieri notte. Eri nel silenzio dove an­ch’io stavo. Era una camera o una stanza tutta da im­maginare. Mi è piaciuto molto”. Se lo ricorda bene quando glielo ha detto, e ogni volta non ha la minima idea di come reagirà a questa frase. Vorrebbe che a guardare fuori dalla finestra della cucina tutto le pos­sa sembrare più gentile. L’erba alta del cortile, il mar­ciapiede che non vede ma che sta andando a pezzi, l’aria che a respirarla le sembra sia andata a male.

“In verità non stavo proprio nel silenzio. Non ne sono più capace. E anch’io sogno di notte. A volte an­che di volare via”. Non fa in tempo a far passare at­traverso i suoi occhi la macchina con la portiera tutta buttata in dentro, che adesso sta facendo manovra.

Sono almeno quattro giorni, li ha contati per bene, che non riesce a fare argine dentro la sua testa. Ha sempre pensato di essere al sicuro lì, a fare un riparo dove è chiaro che c’è una distanza tra il dentro e il fuori. Ora non ne è più sicura.

Stringe le dita dentro le mani, con le unghie fa una pressione forte, più decisa del solito, sente il lieve dolore, quasi una sorpresa. Immagina il sangue che si ferma nei capillari. Ecco, le arriva anche il “Stanot­te sono riuscito a pensarti con un ombrello blu, sulla sabbia mentre ti guardavi i piedi. E poi non riuscivi più

ad alzare la testa”.

Le dà fastidio che stia consumando questo tempo, che pensava fosse tutto suo, tutto per lei. Minuti, se­condi, mezzi minuti, quarti d’ora, a farsi raggiungere dalle sue parole, le sue frasi così semplici, anche ba­nali, una volta se lo è detta. Perché poi, con l’inevita­bilità di una preghiera che si dice quando si è persa ogni speranza ecco il finale “E chi vuole saperlo. Non te lo chiederò mai. Ognuno che si tenga i sogni suoi”. Ci pensa, ha il passo di una uscita di scena.

Questa mattina è passato a trovarla suo fratello. Era un po’ che non si faceva vedere, che non metteva in atto la sorpresa della sua presenza. Con quei suoi jeans aperti alle ginocchia e la camicia a strisce ver­ticali, che lo fanno sembrare sempre un po’ più fino dell’ultima volta.

Prima ancora di salutarla le ha detto: “Ho la gola arrossata, mi fa male”. È stata presa alla sprovvista, con fatica è riuscita a tirare fuori un “E come mai?”.

“Ho messo le scarpe aperte, mi gira l’aria e la gola mi si infiamma” è stata la sua pronta spiegazione.

Le ha portato dieci paste alla crema, si ricorda ancora che le piacciono, ma esagera sempre. In ogni cosa. Anche con la sua magrezza.

E poi ruotando la testa lentamente, come a cercare uno scrocchio del collo, ha aggiunto “Sono più intelli­gente di Degas. Non ho bisogno di disegnare balleri­ne, non mi serve. La danza ce l’ho qua, nella mia testa, quando mi gira. Sai, per la pressione bassa. Ma tanto, ancora venti anni, non di più, sai ogni giorno mi sento

più stanco, la spina dorsale si fa più morbida, capisci cosa voglio dire”.

Si è sentita strana, come se non poteva più essere capace di dire una bugia, un qualcosa che non è vero, ma che aiuta ad aggiustare le situazioni, a rimanda­re la loro rottura un po’ più in là, un po’ più avanti nel cortile del tempo che può ancora arrivare. Per poi vederla fermarsi proprio fra i cassonetti dell’umido e le file impilate della carta e del secco. Ha chiuso gli occhi, quasi a difendersi, per non vedere, almeno un istante dove la sua vista è diventata una chiusura, e non una apertura continua, una costante e possibile difficoltà. Sempre pronta a diventare uno spiraglio, da cui indagare tutto quello che non va.

“Mamma! Mamma! Ma lo sai che il Tyrannosau­rus Rex viveva sulla terra più di sessanti milioni di anni fa? Ed è proprio un campione, anche per il suo nome. Mamma, Tyrannosaurus è greco, e vuol dire tiranno e lucertola, e Rex arriva dal latino, e vuol dire re. Si, mi fa un po’ di paura, ma mi piacerebbe averne uno, magari da portarlo a scuola. T’immagini? Chissà cosa direbbero la maestra e tutti i miei compagni. E sai, lui è un carnivoro, mangia solo carne. Magari potrei pre­parargliela io. Ogni giorno una bella grigliata… E sai mamma, la sua coda ha quaranta vertebre. E sai quan­to pesa, in tutto? Sette tonnellate. Sono settemila chi­li, giusto? Ma c’è uno che mi piace di più, e sai qual è mamma? È l’Iguanodonte. Mi è simpatico, mi sembra buono anche se è grandissimo anche lui, ma pesa un po’ di meno, solo cinque tonnellate; ed è come lo zio,

è erbivoro. A lui la carne non piace. Guardalo che bel­lo, sembra che stia lì proprio tutto contento a guardar­ti. Si, per me è buono, deve fare dei bei regali. Chissà se ha una nipotina, tipo come me. Ah, lui viveva tanto tanto tanto tempo fa, cento milioni di anni fa. È tanto vero mamma? E sai, le sue zampe di dietro avevano gli zoccoli, come i cavalli, ma più grandi. Anzi più grandi grandi. E tre dita. Quindi fino a quanto poteva conta­re? Sei, giusto? Se sono due zampe, tre più tre fa sei. Ma non so se aveva le dita anche nelle zampe davanti, quelle che sono più piccole, non mi ricordo. Però lui è proprio come lo zio. Sembra magro come lui. Viva l’Iguanodonte! Mamma, sai chi invece assomiglia al tuo amico, quello che è tanto tempo che non viene a trovarci? L’Apatosauro. Ma lo puoi chiamare anche Brontosauro. Ha il collo lungo lungo, tutto bello liscio. L’ho visto in tanti disegni, e mi sembra che stia sempre in silenzio. Proprio come il tuo amico, per quello gli assomiglia. Pensa mamma, è lungo ventiquattro metri e alto otto metri. È grandissimo! Se ci salgo su può farmi arrivare fino su una nuvola. Pensa che bello! E ha i denti piccoli piccoli”.

Di una cosa era certa, almeno per un periodo lun­go quanto una luce che può perdersi in una chiarez­za, prima di svanire. Di lui aveva pensato che le stava portando la primavera. Ancora non sa spiegarselo il perché. Ma questo si è sentita. Forse lo ha vissuto più come una intuizione di novità, di nuova possibilità, da subito.

In verità non ha fatto nulla di eclatante, le si è solo

avvicinato con il volo ronzante, affascinante, di un’a­pe. Evidente fin da subito. È stato questo a piacerle, il suo posarsi delicatamente sui petali della sua pelle, le sue parole che si facevano sempre più fragili, già dal primo saluto. Ha pensato che con quell’ape e il suo polline poteva mettere al riparo un po’ di miele. E poi ha iniziato ad immaginarlo sempre più vicino a sé, nel­le ore del riposo, nella filigrana della notte quando si mette mano ad ogni nodo con cui si stringono i desi­deri. Questo si diceva.

Si era trovata a guardare il cielo tutto speciale di un azzurro tenue. Ci vorrebbe una nuvola, si era detta, magari grande, per fare un po’ di ombra. Ci starebbe proprio bene. Anche un po’ trasparente che aiuta a respirare meglio. Ma poi era diventato tutto diverso. È come se quella stagione che l’aveva colpita già dal suo iniziare fosse già passata, con la stessa scia che una lumaca lascia sull’asfalto. Lenta, sì, ma capace di mostrare che qualcosa non c’è più.

Dalla promessa di una possibilità era passata al pensare che niente poteva più essere così. Anche lei a lasciare una scia di bava sui suoi passi. Non sa spiegar­selo meglio, non ha facilità a raccontarselo. Era stata la sua paura? La sua incapacità di trovare un modo di stare meglio? Qualcosa che ormai le creava confusio­ne?

Qualcosa si era bloccato. Non c’è niente da fare. Si, lo ha bramato ancora per un po’. Ma non è stato più sufficiente. E non è stato il suo dirle “So bene come si inventa un tradimento”, e neanche la volta che, assie­me in macchina, le ha intimato di passare con il rosso,

“Vediamo se ne sei capace”.

Poi ha iniziato a fare un po’ di confusione. Dappri­ma nei suoi pensieri, poi negli acquisti al supermerca­to, poi con gli orari scolastici di sua figlia. Aveva anche alzato la voce, contro la sua vicina, sempre così gen­tile e premurosa nei suoi confronti. La sua bicicletta lasciata con le due ruote sgonfie proprio sotto le fine­stre della sua camera era bastata a morderle i nervi. Gliene aveva detto una per colore. Per poi cadere in una vergogna che era più profonda di una qualsiasi pozzanghera, un cratere creato da una bomba.

E la confusione le torna, spesso, in tutto il suo splendore. Con una intensità che è capace di toglierla dall’apatia, invincibile nella sua abilità di lavorare di fioretto e nella forza della radice che spacca il seme. Si, perché pensa ancora che lui era meglio averlo vi­cino nel momento del sonno, avvinghiato. Come quando stava nel suo abbraccio e il suo russare era un laccio stretto ancora di più attorno al suo corpo. E proprio in quel momento era più rilassata, più serena nel suo sentirsi una preda accomodante, una vittoria che si ostenta e che si vuole incorniciare.

Perché se lo ricorda molto bene, se lo era detta più volte; quasi a cantilena con la sua voce sommessa e un po’ dedicata al giorno bello che si stava preparan­do, “Solo quando dorme, un’ape non punge”.

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