27 Giu DIAGRAMMI EDITORIALI
di Muriel Pavoni
Proseguiamo con l’indagine sulla piccola e media editoria in relazione al mainstream nell’esperienza di alcuni autori vicini a Morel.
( Qua l’articolo precedente https://www.vocidallisola.it/2025/06/14/diagrammi-editoriali/).
Giorgio Zabbini la frattura nella comunità degli autori
Temo che il fenomeno sia irreversibile e si prospetti un futuro con una comunità di lettori sempre più esigua (soprattutto nella fascia più giovane e maschile) e una comunità di autori invece sempre più estesa.
Ma, quest’ ultima, divisa da una frattura insanabile tra l’esercito di scrittori pubblicati da case editrici grandi e medie, con accesso ai mass media, ai critici qualificati, fino ai premi letterari più o meno importanti e le truppe irregolari (una legione straniera?) di quelli confinati tra i piccoli editori e destinati a dannarsi l’anima per un minimo di visibilità contando sulle proprie capacità autopromozionali. Oltre, naturalmente, a un pizzico di talento…
Alberto Canali e la visione analitica del panorama editoriale
Il continuo incremento di libri pubblicati da piccoli editori e, in particolare, del numero di autori esordienti nel settore della narrativa e della poesia, nasce da un concorso di diversi fenomeni che provo qui a riassumere. In particolare:
aumento del numero di aspiranti scrittori, specialmente nella fascia degli over 60 (tempo a disposizione per scrivere) e nella fascia degli under 35 (fenomeno quest’ultimo anche alimentato dalla esplosione di corsi e scuole di scrittura nonché dalla ricerca di visibilità sui social tipica di una fascia di età “giovane”);
pregiudizio di alcune case editrici medio-grandi verso autori esordienti non più giovani (over 50), anche se con proposte editoriali di buona qualità;
pregiudizio commerciale di alcune case editrici verso la forma racconto, formato presente in misura percentualmente maggiore negli autori esordienti (chi inizia a scrivere narrativa è più facile che lo faccia scrivendo racconti piuttosto che un romanzo, anche se questo non significa affatto che sia più semplice scrivere una buona raccolta di racconti che un buon romanzo);
aspirazione compulsiva da parte di alcuni autori esordienti alla pubblicazione come forma di gratificazione personale che in taluni casi sfocia nel narcisismo e si accompagna alla ricerca dell’evento promozionale (più che il libro in sé conta tutto quanto gira intorno al libro e fa economia: presentazioni, aperitivi, etc);
bassa remunerazione economica del prodotto editoriale e del libro in particolare (la strategia commerciale di alcuni editori punta ad aumentare i ricavi con un incremento di offerta ovvero del numero di libri pubblicati, riservando una quota crescente ad autori con potenzialità comunicative sui social media, a prescindere dalla qualità del testo);
mancanza (almeno in parte) di criteri oggettivi e qualitativamente affidabili nelle valutazioni delle proposte di autori esordienti oltre a tempistiche molto lunghe di valutazione;
non ottimale funzionamento di soggetti intermedi (es: agenzie letterarie, riviste letterarie) tra editore ed autore per esordienti, specialmente per autori over 45.
L’effetto è oggettivamente quello di una sovraproduzione, quasi fine a se stessa, che difficilmente trova lo spazio e l’attenzione necessaria all’interno del mercato editoriale. Gli autori in questo senso sono visti più come promotori editoriali o organizzatori di eventi finalizzati alla vendita di quel numero minimo di copie necessario a ripagare il costo stesso dell’operazione, con un minimo di margine per il sistema e in primis per l’editore. La pubblicazione tecnicamente è supportata da un regolare contratto e non si configura come pubblicazione a pagamento, ma di fatto viene richiesto all’autore uno sforzo (non contrattualizzato, ma richiesto off line) per promuovere e vendere il libro (spesso venduto all’autore a prezzo pieno, senza neanche la tradizionale scontistica del 20-30%).
Fatte queste premesse generali, passo a qualche considerazione più puntuale relativa alla mia personale esperienza. Premesso che la scelta di pubblicare con un piccolo editore come Affiori (legato peraltro a un editore medio come Giulio Perrone), con regolare contratto, è stata presa con piena consapevolezza di quello che mi attendeva (avevo anche valutato altre alternative).
Personalmente mi sono accertato preventivamente, sentendo il parere di almeno due-tre scrittori di buon livello (uno di questi ha lavorato anche all’editing del mio testo) e anche insegnanti in scuole di scrittura e al feedback di alcuni “lettori forti”, che il testo fosse un testo qualitativamente buono (nel suo ambito di riferimento) e “degno” di essere pubblicato. Questo perché non ero interessato a una pubblicazione fine a se stessa. La proposta di pubblicazione, nata all’interno di una segnalazione di un premio letterario di carattere nazionale, è stata da me valutata con calma, e in subordine rispetto ad un paio di altre possibilità a suo tempo attive (quasi certamente migliori in termini di promozione del testo, seppure sempre nell’ambito della piccola editoria) e che poi non si sono concretizzate (essenzialmente ritengo perchè l’editore non si è voluto impegnare con un autore esordiente di circa 50 anni e su una raccolta di racconti, come evidenziavo sopra, fatto peraltro non esplicitato con chiarezza pur a fronte di una indicazione generica di testo di buona qualità). Personalmente non ho valutato di interesse, seppure possibile, la pubblicazione con editori (non a pagamento) troppo di nicchia e/o taglio spiccatamente territoriale o con editori a pagamento.
La scelta di pubblicare con un editore che deliberatamente non si impegna nella promozione del testo nasce dall’aver considerato preferibile, nel mio caso, avere una prima pubblicazione di livello comunque accettabile, anche nell’ottica di poter continuare a scrivere, fatto oggettivamente poco realistico in assenza di almeno una prima pubblicazione, indipendentemente dai numeri di vendita del libro. I risultati, in questo primo mese di vita del testo, sono sostanzialmente in linea con le aspettative, anche se vi è stata una certa insistenza da parte dell’editore per promuovere il testo “fuori libreria” e con vendita diretta (per evidenti ragioni di marginalità), aspetto che è sostenibile solo in una fase di lancio con persone del proprio network, ma che in prospettiva non ha assolutamente senso, considerato che i luoghi in cui la gente cerca i libri sono anzitutto le librerie e non certo bar o altri tipi di associazione ludico-creative. E in ogni caso non è neanche prassi, credo, del tutto corretta dal punto di vista amministrativo e fiscale.
Resta la domanda se tale strategia abbia un senso per gli autori esordienti e al fine di fare emergere la qualità letteraria, narrativa e stilistica, dei testi più meritevoli, aspetto che dovrebbe comunque interessare al sistema editoriale nel suo complesso. Senza creare false illusioni per gli autori.
È oggettivo che alcuni fattori (la presenza in Italia di molti piccoli editori con una quota di mercato quasi del 50%, il crescente ricorso ai canali online per l’acquisto dei libri con la disintermediazione del canale fisico e la diffusione di alcuni testi di buona qualità letteraria che viceversa sarebbero stati bloccati sul nascere dalla catena distributiva in quanto ritenuti senza potenzialità commerciali, il ricorso alla autopubblicazione, etc) hanno provocato una parziale rivoluzione dei meccanismi editoriali, in passato totalmente appannaggio delle principali case editrici, della distribuzione e delle grandi librerie di catena. Oggi, dicono le statistiche, quasi la metà dei libri non viene comprata in libreria, ma su Amazon.
Noto a tutti il caso di Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi, testo di qualità pubblicato da un piccolo editore e affermatosi in primis con il passaparola e l’acquisto sui canali online. È fuori dubbio che la pubblicazione a cura di alcune grandi o medie case editrici non è oggi sinonimo di qualità a prescindere e che nel mare magnum della piccola editoria si possa trovare di tutto, testi di ottima qualità assieme a testi pubblicati solo per ragioni di potenziale commerciale dell’autore e altri casi ancora.
Pertanto, pur consapevole dei limiti collegati alla pubblicazione di testi di autori esordienti con piccoli editori, non mi sento di valutare del tutto negativamente questa possibilità, che ha in parte cambiato i tradizionali meccanismi di funzionamento del mondo editoriale per autori alla prima pubblicazione. Ma certo non si può dire che sia una soluzione pienamente soddisfacente; andrebbe perlomeno trovato un migliore e più avanzato punto di equilibrio.
Ad esempio troverei forse più onesto da parte di alcuni editori una valutazione del libro di un esordiente basata principalmente su criteri di tipo qualitativo, segnalando eventualmente all’autore alcune potenziali difficoltà di carattere commerciale e la necessità di un contributo economico per questo tipo di spese, piuttosto che rifiutare la proposta (caso più frequente) o pubblicare in modo formalmente corretto, ma scaricando poi in modo poco trasparente alcuni costi e l’onere delle presentazioni sull’autore che si trova obbligato a diventare un organizzatore di eventi (o a cercare faticosamente un ufficio stampa) se vuole che il libro abbia un minimo livello di diffusione.
In sintesi, sulla base della mia esperienza (ancora troppo breve peraltro, essendo il libro pubblicato soltanto da un mese) credo che per un aspirante autore esordiente la strada sia quella di perseverare e lavorare sulla qualità del proprio testo, costruirsi un network di buone e affidabili relazioni con scrittori, lettori forti e altri canali qualificati (riviste letterarie, scuole di scrittura creativa, premi letterari), privilegiare una scrittura sempre coerente con la propria visione, vivendo questa esperienza con passione e senza caricare l’eventuale pubblicazione, comunque da ponderare con attenzione e senza fretta, di eccessive aspettative rispetto alla risposta del mondo editoriale e ai risultati di vendita, con particolare riferimento all’eventuale remunerazione economica che ne potrebbe derivare.

Gabriella Pirazzini: la gioia di essere piccoli
Le piccole medie case editrici pubblicano troppi titoli. Questa è una certezza, e spesso senza accurata selezione. Se il mercato editoriale grosso avesse occhi aperti anche su esordienti, forse si potrebbero riequilibrare le cose, ma credo comunque che la spinta a pubblicare oggi sia all’ ennesima potenza, risultato del bisogno di raccontare e di essere ascoltati. Un tempo la pubblicazione era un traguardo. Oggi un percorso facilitato. Credo che l’auto promozione coinvolga un po’ tutti, certo è diverso essere invitati a proporsi. La differenza tra piccola editoria e grandi editori sta in particolare nella distribuzione. Limitata e carente, complici anche le librerie che hanno gli scaffali con i nomi, ignorando gli altri. Personalmente sono felicissima di non essere un best seller, perché i miei libri vivono anni anziché esaurirsi nel giro di poche settimane. Ieri mi sono arrivati i diritti d’autore di “Minuetto” il primo che scrissi. Ed era il 2013.
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