26 Giu “Diario Femminile Singolare” di Ester Guglielmino
di Stefania La Via
Diario Femminile Singolare di Ester Guglielmino è una raccolta poetica intensa e riflessiva che esplora l’universo femminile con sensibilità e profondità. La poesia di Guglielmino è un viaggio interiore che scava nella memoria, nei rapporti familiari e nella percezione del tempo.
In una lingua precisa e allo stesso tempo evocativa, capace di rendere con efficacia sia la concretezza degli oggetti quotidiani sia la sfumatura dei sentimenti, attraverso immagini potenti e spesso legate alla natura, ai colori e alle sensazioni fisiche, la poeta ci offre partendo dal singolare soggettivo una riflessione più ampia sulla condizione femminile, in dialogo con la tradizione letteraria, che ben possiede, e con le sfide del presente. La poesia di Guglielmino è caratterizzata da un’eleganza semplice e da un linguaggio che rifugge dagli orpelli retorici. Come nota David La Mantia nella prefazione, la poeta sceglie «una eleganza semplice e quasi caproniana, rifiutando gli effetti speciali delle classicheggianti anastrofi e degli iperbati in favore di ipallagi e analogie». Questa scelta stilistica contribuisce a creare un tono colloquiale e confidenziale, che rafforza l’idea del “diario” come spazio intimo di espressione. L’accumulazione è una figura retorica frequente, utilizzata per intensificare le immagini e per rendere la complessità delle sensazioni: «Sono polvere bianca di carne e miele sottile, / sono squarcio di luna che snuda cangiante / di raso il blu della sera, sono pane e costato, / latte e sangue che viene».
«Il famoso diario segreto era per me poco attraente, mi appariva inconcepibile l’idea che qualcuno potesse rovistare indisturbato tra pensieri, sogni, debolezze che percepivo come qualcosa da proteggere dalla curiosità altrui, non sempre schiettamente ben disposta verso la fragilità umana», così scrive nella nota introduttiva l’autrice, eppure adesso, “nel mezzo del cammin” della sua vita, sente impellente l’urgenza di dirsi in forma di diario poetico, come sorta di narrazione intima, sguardo femminile sul mondo, racconto delle umanissime paure che sono di tutti, della vita che scorre, del tempo che passa inesorabile.
È esperienza “singolare” perché insolita e inaspettata nel suo percorso di scrittura, ma l’aggettivo suggerisce che sia anche un’esperienza che va percorsa in solitudine per poter attingere dalle profondità del proprio vissuto le parole capaci di rappresentare in modo universale il cammino di una qualsiasi donna attraverso il dolore segreto delle cose, il bruciare delle sconfitte, le conquiste difficili che sembravano raggiunte e si spostano invece un passo più avanti.
Guglielmino indaga le sfide che le donne affrontano nel definire la propria identità in una società che spesso impone ruoli e aspettative. La solitudine emerge come una compagna frequente, non necessariamente negativa, ma piuttosto come uno spazio di riflessione e di auto-scoperta.
«Ti sei vista felice poche volte, / il volto steso in un sorriso provvisorio: / qualcuno che immortala il momento / in una foto.» (Briciole)
«Sentirsi atomo… scheggia… infinitamente piccolo che si specchia nel suo grandioso opposto.» (Atomi)
Questa immagine potente esprime il senso di piccolezza e fragilità di fronte all’immensità del mondo, ma anche la possibilità di trovare un proprio posto, seppur minimo e provvisorio.
Un tema centrale è il ritorno al passato, all’infanzia, come rifugio e luogo di comprensione del presente. I ricordi sono vividi e sensoriali, legati a luoghi, persone e oggetti quotidiani. Fotogrammi di realtà che si sedimentano ed emergono come epifanie improvvise, perché poesia è incontro fecondo tra la memoria e l’istante.
L’infanzia, rivissuta nel ricordo, in qualche misura “risemantizzata”, è un rifugio e una fonte di comprensione del presente. I ricordi sono evocati con vividezza sensoriale, attraverso odori, suoni e immagini che riemergono dalla memoria.
«L’odore della domenica mattina / era un misto di acre e dolce / che filtrava dalla porta, / era un vocio nervoso e fresco / che permaneva denso / in mezzo alla cucina, / era un suono rassegnato / di mestoli e di mani – attente / e leste a insaporire ogni dolore.» (Cerchio bambino)
I legami familiari, soprattutto con i genitori, sono esplorati con onestà e complessità. Il rapporto con la madre evolve nel tempo, passando dalla contestazione giovanile alla tenerezza matura. La figura paterna è avvolta da un senso di ricerca e di desiderio di connessione.
«Ora sarai figlia d’un tempo / consumato, che assottiglia / le ossa alla potenza del suo / corso. Ora sarò madre / d’un ricordo, d’una voce / giovane, che il suo volermi / bene me lo gridava contro.» (Soffio di vento)
«Ti cercavo, padre, / a ogni angolo di strada, / una mano forte e salda / che m’asciugasse dal dolore; […] volevo la tua voce, allora, / a difendermi la vita, / ma tu mi portavi dentro / al tuo silenzio, / tu non toccavi più / la mia ferita». (Ti cercavo, padre)
Questi versi rivelano il desiderio di vicinanza e di protezione paterna, ma anche la frustrazione per la sua assenza emotiva.
La famiglia è sia nido che prigione, luogo di amore e di dolore. La casa è topos ambivalente, che rappresenta sia il calore familiare sia lo spazio della costrizione. È il luogo dei ricordi, degli affetti, ma anche delle tensioni e dei non detti. Il tempo annoda e scioglie, lega e dissolve, in un movimento ciclico che porta in sé perdita e cambiamento.
«E adesso – che non è rimasto / più nessuno giù in cucina / e che sono le voci nostre a farsi canto / per chi dorme su sereno – / il tempo torna a riannodarsi / nel cerchio suo bambino, / s’inventa cibi nuovi, nuovi piatti / e nuovi odori, per sopravvivere / alla morte con tutti i suoi sapori. /Non ci pensavo/ – allora –/ a quanto tutto fosse provvisorio, / a come il tempo inganna / con la sua ricetta falsa / del “tutto sempre uguale”.» (Cerchio bambino)
Un senso di malinconia e di nostalgia, ma anche una forza dirompente, una “rivolta” (come suggerisce un titolo) contro l’ineluttabilità del tempo e delle convenzioni percorrono i versi. La poesia diventa così uno strumento di conoscenza e di liberazione, un modo per «non smarrire l’unicità della propria essenza» e per affermare la propria identità. Un viaggio intimo e coraggioso attraverso le stanze del cuore e della memoria. La poesia di Guglielmino non è solo narrazione, ma un vero e proprio scavo archeologico nell’identità di donna, con le sue luci e le sue ombre, le conquiste e le sconfitte.
Il corpo è spesso al centro della riflessione poetica, sia nella sua dimensione fisica sia come simbolo dell’identità femminile. La poeta esplora il rapporto tra il corpo e il tempo che passa, la malattia, la maternità, il desiderio.
«Vorrei soltanto dirti che ho paura / dei denti che tremano nell’ultimo / stacco d’infinito e della notte / che arriva e ti ritrova sola; vorrei / restasse padrone questo corpo / di gambe snelle su strade sempre / nuove […] almeno permanesse / trasparente questa pelle, che scivola / nel grigio come pioggia sull’asfalto», versi che raccontano con sincerità della paura di invecchiare, di morire, della caducità che è destino dell’umano.
La divisione in sezioni della raccolta non impedisce che le poesie trasmigrino dall’una all’altra, a dire del viaggio dell’esistere di stazione in stazione, da amore a disamore, da disperazione a speranza, sono parole, sono radici e per ciò stesso sono vita.
La raccolta è ricca di riferimenti letterari e culturali, che testimoniano la vasta cultura dell’autrice. Voci della grande letteratura risuonano come un’eco nei versi e i riferimenti non sono semplici citazioni, ma si integrano organicamente nel tessuto poetico, arricchendolo di ulteriori significati.
La sicilianità è un altro elemento importante, che emerge sia nei paesaggi evocati sia in alcune espressioni linguistiche.
La poeta riflette sul potere e sui limiti del linguaggio, sulla sua capacità di rivelare e di nascondere.
La scelta di un vocabolo piuttosto che un altro, la costruzione di una frase, l’intonazione con cui pronunciamo le parole: tutto contribuisce a svelare o a celare. A volte, ciò che non viene detto è più eloquente di ciò che viene espresso, sembra suggerirci.
Citando Emily Dickinson, possiamo dire che la poesia di Guglielmino “è una distillazione di quintessenze”, è “cura dello sguardo”, che lo rende capace di cogliere l’essenza delle cose e di restituirla al lettore in tutta la sua potenza evocativa, è canto autentico e commovente, che ci parla di noi e del nostro essere nel mondo:
« […] C’è un’epifania
improvvisa delle cose che disvela
l’inizio e la fine dell’incanto, e un crinale
intrepido che curva lieve
nell’ultimo orizzonte. Non la vedi la crepa? Io sono
lì di fronte, e t’aspetto a ogni istante.»
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