Tamara De Lempicka: i colori dell’emancipazione

di Luciana De Palma

 

Tamara de Lempicka, nata Maria Rozalia Gurwik-Górska, nacque a Varsavia nel 1894.

Nel 1907, accompagnando sua nonna, visitò per la prima volta l’Italia dove poté ammirare dal vivo le più opere d’arte più note del Rinascimento.

L’approccio personale con la pittura avvenne in Francia, nello specifico a Mentone, dove si misurò per la prima volta con i pennelli e i colori.

A seguito della morte di sua nonna, si trasferì in casa di una zia che viveva a San Pietroburgo: in questa città conobbe Tadeusz Łempicki, facoltoso avvocato, che sposerà nel 1916.

Durante la rivoluzione russa del 1918 si adoperò affinché suo marito, arrestato dai bolscevichi, fosse liberato. Presto fu presa la decisione di lasciare la Russia e trasferirsi a Parigi.

Vivere da rifugiata non fu affatto semplice così Tamara de Lempicka cominciò a lavorare come disegnatrice di cappelli; intanto si iscrisse ai corsi di pittura dell’Académie de la Grande Chaumière e dell’Académie Ranson.

Fu in questo contesto che studiò e fece sue le influenze pittoriche dell’Art Déco, allora molto in voga, mescolandole con influssi di derivazione neoclassica e cubista.

La sua prima mostra avvenne nel 1922, presso il Salon d’Automne.

La fama come ritrattista le consentì di diventare completamente indipendente da suo marito da cui divorziò nel 1928.

Viaggiò moltissimo in Europa fino a quando all’inizio della seconda guerra mondiale decise di trasferirsi a Beverly Hills in California con il secondo marito, il barone Raoul Kuffner de Diószegh, sposato nel 1933.

Alla morte di questi, avvenuta nel 1961, Tamara de Łempicka andò a vivere a Houston in Texas; qui adottò la spatola invece del pennello, sviluppando così una tecnica pittorica differente.

Perfettamente riconoscibili, i quadri realizzati da Tamara de Lempicka hanno per tema per lo più figure di donne dalla prorompente fisicità.

La sua mano, mentre dipinge, è guidata dall’idea di una donna libera dalle aspettative e dai ruoli a cui per secoli ha dovuto sottostare.

Linee sinuose danno vita a forme capaci di ispirare una certa voluttuosa grandiosità della vita. Nei suoi quadri i dettagli sono perfetti, le sfumature di colore innalzano l’intera composizione ad una gloriosa raffinatezza visiva.

I corpi sono voluminosi e occupano uno spazio privo di sfondo, ma non perdono di grazia ed eleganza; le proporzioni tra le parti non tradiscono il risultato finale che mantiene la promessa di una libera sperimentazione del pensiero.

Scriverà: “Il mio obiettivo non è mai stato quello di copiare, ma di creare un nuovo stile, con colori brillanti e luminosi e profumare l’eleganza nei miei modelli”.

Improntate ad una progettazione scultorea, le tele di Tamara de Lempicka rivelano una sensualità intrigante che restituisce movimento e plasticità a figure bidimensionali.

I gesti, gli sguardi, i portamenti che attribuisce ai ritratti femminili sono investiti da un’aurea di ricercatezza e gusto.

Quest’eleganza tanto negli atteggiamenti quanto negli abiti si ritrova anche nelle composizioni in cui sono ritratti gli uomini.

Nei ruggenti anni Venti, quelli in cui la fama della pittrice raggiunge vette altissime, è palpabile la transizione verso un’epoca di profonde modifiche sociali, politiche e culturali; le strutture formali che fino a quel momento avevano retto la società cominciavano a scricchiolare, facendo barcollare il mondo sotto rapide spinte frenetiche.

Niente sarebbe più lo stato lo stesso, l’umanità era in corsa verso altri orizzonti da conquistare.

Sebbene Tamara de Lempicka fosse di base una classicista, non poteva ignorare quanto stava accadendo tant’è che nella sua arte fecero breccia le tecniche tipicamente pubblicitarie del tempo e un tipo di illuminazione fotografica che riprodusse nei suoi ritratti.

Che siano uomini o donne i protagonisti delle tele, non manca la costante erotica: come un fiume di fuoco sotterraneo, la passione arde, sprigionando un’attrattiva potente per il mistero dell’esistenza che si serve anche dei corpi per lasciare qua e là evidenti tracce della sua essenza.

Una delle sue opere più note, Autoritratto sulla Bugatti, del 1929, fu accolta come la simbolica attestazione dell’emancipazione femminile in atto.

Soggetto del quadro è la stessa Lempicka che si ritrae al volante di un modello di auto da corsa della Bugatti; ogni particolare, dal trucco al caschetto da pilota, dalla svolazzante sciarpa ai guanti di pelle, suggerisce la visione di una straordinaria conquista sociale dalla quale non si tornerà indietro.

Le appartenne una vita anticonformista poiché disprezzò apertamente le convenzioni, dichiarandosi bisessuale e circondandosi da numerosissimi amanti di entrambi i sessi. La pittura, però, fu davvero il centro dei suoi pensieri. Per sua stessa ammissione, dedicarsi ai dipinti fu l’unica maniera per superare l’infelicità matrimoniale e superare la crisi economica.

Maniaca del lavoro, le sue sessioni di pittura duravano anche nove ore durante le quali si concedeva interruzioni solo per sorseggiare champagne, concedersi un massaggio o un bagno.

La svolta astrattista che diede alle sue nuove opere non fu ben accolta dalla critica; questo indusse la pittrice a non esporre più in pubblico le sue tele.

Nel 1978 si trasferì a Cuernavaca in Messico. Morì nel sonno il 18 marzo 1980.

Nel rispetto delle sue volontà, il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse sul vulcano Popocatépetl.

Artista nel pieno possesso di una coscienza femminista profondamente radicata, attraverso i suoi quadri espresse con tenacia e convinzione l’idea di un’identità femminile in fieri, svincolata da schemi tradizionali, fluida e audace, da sostenere con una progressiva e irrevocabili adozione di spazi intellettuali e civili indipendenti da quelli maschili.

Fu artefice del suo destino che l’ha condotta ad essere una della pittrici più conosciute nel mondo.

Immaginandola davanti al suo cavalletto, in mano la tavolozza e un pennello, pare quasi di sentirla affermare: “Non mi piace l’idea di essere una musa. Preferisco essere l’artista”.

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