16 Giu Un pomeriggio a Battersea Park di Alberto Canali
a cura di Ivana Margarese

Alberto Canali è uno scrittore esordiente. Nato nel 1972 a Seregno, in Brianza, si laurea in ingegneria e si occupa di sviluppo organizzativo in una impresa energetica. Nel 2023 è stato finalista al Premio Chiara Inediti, suoi racconti sono stati pubblicati da Edizioni Ensemble e Pietro Macchione Editore. Un Pomeriggio a Battersea Park è la sua prima raccolta di racconti. “Penso – dice Canali – che la scrittura sia una forma di conoscenza: mi aiuta a mettere a fuoco, a vedere meglio le cose. In Un pomeriggio a Battersea Park ho cercato di indagare una quotidianità fatta di rapporti incompiuti, sentimenti ambigui, azioni che si ripetono in loop estenuanti, paesaggi mortificati e piccole prevaricazioni lavorative. Situazioni dove le relazioni umane sono spesso il frutto di convenzioni e rituali non autentici e passivamente subiti. I personaggi vivono nello spaesamento, ma cercano comunque il loro posto nel mondo. E così la bellezza di un parco urbano a Londra assediato dalla speculazione edilizia, l’inseguimento di un amore a Cracovia, un inaspettato fine settimana a Venezia, la relazione tra due futuri medici all’Università di Edimburgo, una gita in montagna tra amici, rivelano la nostalgia di una vita più autentica”.
Pubblichiamo un estratto dal racconto “La crosta di ghiaccio”
Usciti, passeggiarono per oltre mezz’ora nel sestiere di Dorsoduro fino a Punta della Dogana. Qui la vista si apriva sulle acque scure della laguna con San Giorgio e le altre isole illuminate, mentre gli ultimi vaporetti entravano ed uscivano dal Canal Grande. Dalla parte della Giudecca c’erano parecchie bricole e si respirava l’odore del mare.
Victoria camminava un po’ barcollante, faticando a stare dietro a Tommaso che procedeva a scatti. Alla fine ebbe bisogno di una pausa e gli chiese di fermarsi.
Per ripararsi dal vento si avvicinò a Tommaso fino quasi ad abbracciarlo, ma lui si scostò, nascondendosi dietro una delle colonnine della Punta della Dogana. Era però ancora presto per tornare in albergo e, dato che Victoria non vedendolo sembrava smarrita, lui saltò fuori di nuovo e le si avvicinò. La prese sottobraccio e camminarono in direzione della Chiesa della Salute, fermandosi in un punto più riparato dal vento.
Victoria presto si spostò su una passerella di legno, ben illuminata, che entrava nel canale per alcuni metri. Tommaso la lasciò fare e si girò a osservare la strana architettura barocca della chiesa. Appoggiata al parapetto di metallo Victoria lo chiamava, muovendo le braccia e slacciandosi il cappotto in modo da attirare la sua attenzione. Poi si tolse le scarpe e, sedutasi sulla passerella, allungò i piedi verso la superficie dell’acqua ma senza riuscire a toccarla. Lui si girò e d’istinto non poté fare a meno di avvicinarsi.
«Ma cosa fai? Copriti!», disse mentre nell’aria si vedeva l’esalazione del suo respiro.
«Sto giocando», rispose l’americana, facendo strani movimenti con le gambe che si specchiavano come ombre sull’acqua.
Si girò guardandolo con aria di attesa.
Tommaso stava fermo dietro a lei in una specie di equilibrio instabile.
«Ti piace?», disse ancora Victoria mentre si scostava i capelli con la mano.
«Che cosa?»
«Il riflesso.»
Tommaso fissava la silhouette fluttuare sull’acqua. Poi si piegò e le diede una mano per rialzarsi.
Lei fece uno sbuffo e si sistemò, mentre da sotto si sentiva lo sciabordio dell’acqua sui sostegni. Era quello, alla fine del Canal Grande, un punto particolare, dove l’acqua quasi ferma della città prendeva forma e movimento più marino.
«È incantevole qui, ma fa freddo. Ti va di andare a bere qualcosa?», disse l’americana. «Magari uno spritz.»
«Sento freddo anch’io, forse non ho digerito bene», disse Tommaso toccandosi la pancia. Come se nello stomaco gli fosse rimasto un peso. «E poi è tardi per uno spritz. Meglio se torniamo in albergo.»
Lei lo guardò diritto negli occhi con aria infastidita, ma senza dire nulla.
Tommaso accelerò il passo, con Victoria che lo affiancava cercando di non perdere terreno, dentro una specie di silenzio ostile in cui risuonavano soltanto i passi veloci di lui e i versi di qualche uccello marino.

Ivana: Vorrei per concludere questo percorso intorno alla tua scrittura farti un paio di domande. La prima cosa che mi piacerebbe sapere è come è nata l’ispirazione per questi racconti in cui la geografia e la geografia emozionale si svela come territorio rilevante.
L’ispirazione per i primi racconti nasce dall’osservazione di alcuni paesaggi urbani. Una Venezia invernale, senza sole e con pochi turisti, con le fondamenta della città affacciate sull’acqua della laguna unita quasi in un continuum con il blu del cielo. E poi la grande trasformazione urbanistica dell’area in prossimità di Battersea Park a Londra, con la recente riconversione della vecchia centrale a carbone (quella dei Pink Floyd) in un centro commerciale e appartamenti di lusso. Questi paesaggi hanno incontrato la mia sensibilità e mi sono parsi in modo assai peculiare espressione dell’umano e di alcune questioni caratteristiche del nostro tempo. L’osservazione si è via via arricchita con stimoli provenienti da altri contesti, ma la coerenza di voce che emergeva dalla scrittura mi ha fatto pensare alla possibilità di sviluppare e dare una formaunitaria a queste osservazioni. Ho quindi cercato di costruirci attorno delle piccole storie, affinate in termini di sviluppo narrativo e aspetti stilistici all’interno di un laboratorio di scrittura, che hanno in comune il fatto che i protagonisti sono in larga parte “stranieri” rispetto all’ambiente in cui si trovano. All’origine c’è quasi sempre uno spaesamento, ma anche l’opportunità e il difficiletentativo di colmare la distanza con altre persone e altri mondi. In fondo la scrittura è anche un modo per stabilire un ponte con gli altri.
Ivana: Mi soffermerei, infine, sulle geografie che è anche il tema di una call a cui stiamo lavorando con Morel dal titolo “Atlante delle emozioni”. Grazie.
Anzitutto l’esplorazione di nuove geografie, il viaggiare, anche il semplice documentarsi sui luoghiche incontriamo, stimola la creatività, ci arricchisce e aiuta a guardare la realtà da punti di vista non scontati. Rende persino più piacevole il gesto solitario e talvolta faticoso della scrittura. Tuttavia,anche quando ci confrontiamo con altre realtà, in buona parte sperimentiamo quegli aspetti e queiproblemi che sappiamo caratteristici di ogni essere umano. A qualunque latitudine. In questo senso il viaggio da solo non basta. Nella pratica della scrittura serve alternare continuamente esplorazione e introspezione, dimensione orizzontale e verticale.
Un altro aspetto, certo non nuovo in letteratura ma che sento vicino, sono le opportunità narrative e di senso, anche simbolico, che possono scaturire dalle forme in cui l’ambiente si manifesta. La geografia offre l’opportunità di infinite variazioni al lavoro artistico e favorisce, anche attraverso una scrittura più visiva e concreta, l’individuazione dei confini tra le persone e tra le cose. Gran parte della esperienza umana si gioca su questo limite tra noi e l’altro, sia a livello individuale sia nella complessa questione dell’incontro tra le identità dei popoli. Quanto è giusto essere fino in fondo se stessi? O invece rendersi permeabili, persino scendere a compromessi. Il filo conduttore del racconto principale è tutto nel contrasto tra il parco, con la sua bellezza ma anche il distacco dal mondo, e il resto della città e della vita, dove tutto sembra non corrispondere alle aspettative.Questo credo sia il tema principale della mia scrittura.
No Comments