Dora Carrington: I colori della nostalgia

di Luciana De Palma

 


Dora Carrington nacque a Hereford, in Gran Bretagna, nel 1893.
Benché i suoi genitori avessero impostato l’educazione in modo tradizionale, le consentirono di frequentare la scuola femminile Bedford High School in cui l’arte aveva un posto di rilievo.
Fu in questi anni di apprendimento e studio che cominciò ad essere chiamata con il solo cognome così com’era uso tra studenti.  Dopo essersi diplomata alla Slade School of Art, stabilì di vivere a Londra, nel quartiere Soho.
Gran parte della sua produzione artistica è priva di firme e di date: una scelta che Carrington adottò fin da subito, riconoscendosi piuttosto in una prospettiva che esulava da ogni forma di ricerca di successo e fama.
Alle stesse ragioni si deve la sua scelta di non esporre i quadri in mostre collettive o personali. Lavorò per il piacere e il gusto di ricreare sulle tele quei frammenti di vita in cui si imbatté, il più delle volte subendo le contrarietà di un destino che le fu quasi sempre avverso. Frequentò, amandolo con tutta se stessa fino alla fine dei suoi giorni, lo scrittore omosessuale Lytton Strachey, membro attivo del Bloomsbury Group.


Da questo Carrington fu palesemente esclusa poiché tacciata di non essere abbastanza colta per far parte della cerchia di intellettuali capeggiata da Virginia Woolf. I suoi lavori hanno per tema ritratti e paesaggi che elaborò in maniera personale, utilizzando il colore per dare profondità alle atmosfere in cui erano inseriti i soggetti.
Il suo tratto rivela l’intenzione di portare alla luce l’intimità spirituale che lega tra loro apparenza e sostanza affinché risaltasse il misticismo laico dell’esistenza; gli oggetti diventano varchi di una realtà immanente.
Nei ritratti la pittrice ricercò il dettaglio che avrebbe dovuto far percepire anche quanto non esplicitamente inserito. Osservandoli, si ha la sensazione che qualcosa del carattere, della personalità, dell’umore della persona raffigurata prosegua anche oltre la forma e il colore.
Risalta una capacità di dare voce alle emozioni taciute, ai pensieri nascosti che restano imbrigliati nelle indefinite regioni dell’anima.
Carrington riesce a svelare, senza infrangere la sacralità del mistero, le ambivalenze sottese ad ogni storia individuale: come se le ragioni della felicità e dell’infelicità fossero state illuminate dalla sua mano che, materializzandole in una dimensione riconoscibile, avesse dato loro un identico grado d’importanza ai fini di una memoria personale e collettiva.


Il colore, più del disegno, è il contributo di maggior peso nella composizione delle immagini.
Ad esso Carrington affidò la possibilità di plasmare la sostanza volubile del tempo che scorre, trasforma, aggiunge e cancella: intuiti i suoi effetti, bisognava mescolare i colori in modo da far cogliere la straziante lotta degli esseri umani contro ciò che per definizione è momentaneo.
Steso con pennellate larghe, il colore concorreva ad addensare nuclei di sensazioni altrimenti evanescenti e intangibili.
Modulate per essere attraversate tanto dallo sguardo quanto dall’anima, le tele di Carrington appartengono ad una realtà che fluttua nello spazio per guadagnare peso nella mente.
In un intreccio di riferimenti all’arte impressionista, preraffaellita e surrealista, la sua pittura supera gli schemi e approda ad una prospettiva in grado di accogliere quelle piccole verità che, seppur innocue, hanno il potere di tormentare e incendiare interrogativi.
In una oggettività di elementi concreti si innestano rami di una forte suggestione onirica che sublima la materia fino ad elevarla ad uno stato di pura coscienza.
Le tonalità per lo più scure e calde sono di gran lunga quelle più utilizzate: sembra che riescano a spingere oltre il bordo della tela l’immagine rappresentata, riempiendo i vuoti anche quando questi sono funzionali alla resa complessiva del quadro.
Impregnati di un lirismo nostalgico, i lavori di Carrington richiamano quei mondi che ognuno porta dentro di sé; sono astrazioni evocative di uno spazio in cui tutto ciò che accade ha la più completa libertà di accadere.


Il quotidiano, che sia un volto, una casa, una strada, una collina, un vaso di fiori, assume in sé il dramma come nucleo che contiene senso e significato. È lì, nel dolore sotterraneo, percepito o dedotto, che si trovano le connessioni tra la vita e le sue manifestazioni; per Carrington quanto accade sotto la pelle non ha altro modo di annunciarsi che essere ricondotto ad una istintiva proiezione in forme e colori.
Nulla di definitivo, nulla di completo, nulla di eterno: alla forza disgregatrice della transitorietà la pittrice oppone una sorta di sospensione che consente, almeno per poco, di sentire la commozione per la vita.
Carrington fu decoratrice, oltre che pittrice; per un breve periodo lavorò agli Omega Workshops, laboratorio sperimentale d’arte e atelier.
Dipinse diversi tipi di superfici, come il vetro e le tegole, e sperimentò molte tecniche pittoriche, quali tempera e colori a olio.
La sua fine seguì di due mesi quella dell’adorato Lytton Strachey che morì di cancro nel gennaio del 1932. Dopo un primo tentativo di suicidio, si sparò l’11 marzo. Nei primi anni ’70 i suoi dipinti cominciarono ad essere apprezzati.
Nel 1995 la sua storia divenne fonte per la sceneggiatura del film Carrington in cui l’attrice Emma Thompson ha interpretato il ruolo della pittrice.

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