L’isola dei vivi

di Giulio Iovine

 

 

Da casa mia ci metto meno di cinque minuti ad arrivare in stazione. Bastano poche decine di metri sul selciato in salita e una ventina di gradini di metallo, ed eccomi sulla pensilina della piccola stazione del mio piccolissimo paese sul mare. Lo stomaco brontola e mi ricorda la colazione dimenticata, probabilmente per la tensione – oggi arriva l’ultimo carico. Mi siedo sulla panchina davanti al binario deserto, nel vento fresco del mattino, e aspetto Sandra e Lello. Per non saper che altro fare, mi volto e guardo verso il mare. Basta un attimo al mio sguardo per passare dalla via principale del paesino, sotto la stazione, fino al porto e al molo che si allunga sulle acque, e a quel lago di luce sul mare, proprio sotto il sole che corre del suo moto apparente.

Potrei sollevare il binocolo che porto al collo e puntarlo verso l’isola. Mi conforta sempre quando guardo l’isola. Ma decido che, come tutti i piaceri, viene dopo il dovere, e mi accontento del mio paesino. Vago a destra e sinistra con gli occhi, passando da una stradicciola all’altra, i cortili densi di olivi e oleandri, i rosmarini che quasi emergono dalle crepe dei muri. A quest’ora non c’è ancora nessuno per strada. È grazie al silenzio che sento i tacchi di Sandra, dietro di me, risuonare sul pavimento della stazione.

– Ciao.

– Ciao. Finirai per inciampare, con quel tacco 12.

– Fatti i fatti tuoi. Hai mangiato?

– No.

– Meglio. Oggi la colazione la porta Lello.

Mi siede accanto, spostando il camice bianco per non sgualcirlo troppo. Lo stetoscopio nel taschino anteriore le si abbatte senza pietà sulla tetta destra. Veniamo salutati da Lello che compare in cima alla scala con un sacchetto di carta sospettosamente pieno.

– Al pistacchio per Quinto, cioccolato bianco per Sandra, mascarpone per me, elenca Lello distribuendo i krafen.

– Ne hai preso uno in più, nota Sandra buttando un occhio nel sacchetto.

– Per i momenti di sconforto.

– Mah. Quinto, quanti ne abbiamo oggi?

– Otto.

Sandra e Lello mi guardano con orrore.

– Solo otto…?

– Così ha detto Giovanni.

– Questa è pesa.

– Ma veramente.

– Ma Giovanni ha fatto il giro largo, vero?

– Avoja. È stato via un mese con il suo trenino. Ha fatto il giro d’Europa fino agli Urali. Non è andato nei dettagli, ma se torna con otto sopravvissuti, bè.

Rimaniamo in silenzio finché dalla grotta nel bel mezzo delle Alpi Apuane sbuca la locomotiva di Giovanni, da lui battezzata Lorella. Lorella fila che è un piacere, ma si vede che è piuttosto malconcia – le cromature sono tutte sbavate, le paratie piene di crepe e graffi, e c’è solo un vagone dietro anziché tre.

Impugno il registro e ci alziamo in piedi sulla pensilina. Giovanni frena la locomotiva dolcemente, poi salta giù mentre il fumaiolo sputa pugni e pugni di vapore bollente.

– Allora gente, niente panico, uno alla volta si scende, urla battendo le mani.

– Li spaventi, lo rimprovera Lello.

– Sono in piedi da quarantott’ore, risponde Giovanni con una smorfia sul viso. – Ora scusa ma devo andare a morire sul cesso.

E si dilegua mentre noialtri accogliamo, uno dopo l’altro, gli otto passeggeri di questa tornata. La prima è una signora con addosso una pelliccia e basta. Non ha nemmeno le scarpe.

– Angelina Righetti?, le chiedo.

– Sono io.

Segno una X sul suo nome nel mio registro.

– Ci hanno tirato addosso le bombe, balbetta, afferrandomi il colletto.

– Mi dispiace, signora.

– Ci hanno sparato addosso, ripete, mollandomi bruscamente. – Abbiamo dovuto sganciare un vagone.

– Giovanni ci racconterà poi con calma, signora Righetti. Nel mentre questi sono i colleghi Sandra Pascucci e Raffaello Migliorini, per una veloce visita medica e l’assegnazione del suo alloggio.

– Ho sicuramente le piattole, esclama la signora. – Sei mesi a vivere nelle rovine di casa mia. Nella cantina. Vi immaginate? Quando ho visto il treno non ci credevo. Quel coso va anche per strada. Non solo sulle rotaie.

– All’occorrenza, vola, conferma Sandra mentre le fa un rapido esame, e conclude:

– Questa direi che sta bene. Nessuna emergenza.Quello invece sta malissimo.

Indica il secondo, un ragazzino biondo con un bucovermiglio in testa e una benda, che viene portato a braccio giù dal treno. Sandra si precipita a controllare, inietta uno stabilizzante e ordina l’immediato ricovero. Giovanni, di ritorno, mi fa il nome e cognome – il ragazzo è tedesco di Colonia – e commenta che era l’unico vivo in una pila di cadaveri sotto il duomo.

– Nessun altro a Colonia?

– Colonia non esiste più.

– Nessun altro, che ne so, in Renania?

– Non esiste più nemmeno il Reno, Quinto. Dai, chiudiamola in fretta che voglio dormire per i prossimi sei mesi.

Quello dopo è spagnolo, ma lo sappiamo solo perché ce lo dice Giovanni. Lui di suo non parla e fissa il vuoto. Non è ferito, ma non risponde a nessuno stimolo.

– Credo fosse soldato. Guardate la divisa. L’ho raccattato in Ucraina.

Lello lo prende sottobraccio e chiama il soccorso neuropsichiatrico.

– Un bellissimo caso di stress post-traumatico, commenta poi.

Il quarto e il quinto sono una coppia sposata, due italiani che la guerra ha sorpreso mentre erano in vacanza in Slovacchia. Lei piange in silenzio. Lui la tiene tra le braccia, ma è scosso.

– Avevo ordinato un gulasch con Uber. Non è ancora arrivato?

Lo guardiamo in silenzio. Lui fa altri due passi verso di noi.

– Antonietta ama moltissimo il gulasch. L’abbiamo ordinato su Uber perché Antonietta non si sentiva di uscire. Non è ancora arrivato. Voi ne sapete nulla?

Lello li conduce da parte e io segno i loro nomi sulla lista. La sesta è una bambina bretone, magrissima e pallida, che si lascia condurre via senza dire una parola; il settimo un signore sulla quarantina che parrebbe polacco, ma non riusciamo a capire bene cosa dice perché non riesce a smettere di piangere. Rifiuta di farsi portare al suo alloggio; si siede ai piedi di una colonna, si porta la faccia tra le mani e continua a singhiozzare esclamando ‘tutti morti, tutti morti’.

– Bene. Dai con l’ultimo e abbiamo finito.

– Sì, ma dov’è?

Non sta scendendo nessuno dall’ultimo vagone della Lorella. Giovanni, sbuffando, entra e dopo qualche secondo ne esce tenendo per mano un ragazzino tra gli undici e i dodici anni, che ci saluta con inquietante entusiasmo.

– Salve. Ciao. Buongiorno. Sono Emilio. Sono di Padova. Potete chiamarmi Emilio. A Padova mi chiamano tutti Emilio perché nessuno mi ha mai voluto dare un soprannome e ora sono tutti morti, sia a Padova che altrove. Io dovevo pure morire ma poi è arrivato questo signore col treno e ha detto che mi portava via, in Liguria. Mi piace la Liguria. Qui siamo alle Cinque Terre.

– Sì, bravissimo, annuisce Lello.

– Preparo un sedativo, mi sussurra Sandra nell’orecchio.

– Mettiglielo nel krafen, le suggerisco.

– Vernazza? Corniglia? Monterosso?, chiede impaziente indicando la città che si apre di là dalla stazione, giù in basso fino al mare.

– Non credo che tu lo conosca. È un paese temporaneo.

– Cioè?

– Cioè lo abbiamo costruito apposta per voi profughi. Per accogliervi e ospitarvi, finché non sarete pronti per la migrazione finale.

Emilio mi guarda allibito.

– Posso vedere in giro con quel coso?

Indica il mio binocolo, che gli porgo. Subito scappa verso la ringhiera e si guarda convulsamente intorno. Tutto passa sotto i suoi occhi – le nuvole di panna e luce, il mare tranquillo color bottiglia; le mongolfiere arancioni che si innalzano pigramente nell’atmosfera; le case del paesino, dove i profughi delle scorse tornate vivono, cucinano e si riprendono; i ristoranti nella piazza, l’odore di pesce e di rose e di pane appena fatto, e la salvia che si aggrappa alle rocce scoscese che cadono nel mare.

– È laggiù che andremo a stare?

Mi avvicino a lui, a braccia conserte. Si è accorto, ovviamente, dell’isola.

– Esatto. Tu, come i tuoi compagni, rimarrai qui, verrai ben nutrito, curato se ne hai bisogno, e provvisto di supporto psicologico finché non starai bene.

– Bene come?

– Come ci riesci, considerando le condizioni attuali. E quando sarai pronto, prenderai una di quelle barchette che vedi ormeggiate al molto, o una delle mongolfiere che vedi galleggiare in aria, e andrai a vivere su quell’isola.

In silenzio, la guardiamo entrambi, immersa nel lago di luce del sole che va verso il mezzogiorno, a sua volta incastonato nel mare come un gioiello su velluto verde e azzurro. Emilio inforca nuovamente il binocolo e si accorge delle case in costruzione, del grande parco, dei profughi che già si sono trasferiti, degli orti, dei bambini che corrono sulla spiaggia.

– Sembra un posto niente male. Ci sono altri bambini, commenta.

– C’è un po’ di tutto, rispondo io – da ogni parte del mondo. Vedi, io e alcuni amici – compresi quelli che vedi qui – abbiamo organizzato tutto questo quando ci siamo resi conto che la guerra era inarrestabile. Ci sono state tante guerre in passato, e sono tutte finite lasciando buona parte del mondo intatta. Questa no. Questa sta piano piano distruggendo tutto. E quando abbiamo capito che era inutile tentare di fermarla, ci siamo detti: lasciamola bruciare e spegnersi, e intanto salviamo il salvabile per il dopo.

– Il salvabile siamo noi? Dico noi profughi.

– Sì. Tutti gli scampati, o sopravvissuti, i feriti, i vivi per miracolo. Tutti quelli che per un motivo o per l’altro non sono morti, Emilio.

– Non avrete mica costruito anche l’isola, risponde lui arricciando il naso.

– Quella c’era già. Ma non ci abitava nessuno. Sai come capita, a volte ignori qualcosa di importantissimo per te finché tutto il resto non crolla. E allora ti rendi conto che avevi accanto un tesoro, e non lo sapevi.

Emilio vorrebbe replicare, ma è interrotto da un infermiere che sale le scale della stazione, e si presenta davanti al signore polacco, ancora in lacrime ai piedi della colonna, con un neonato di pochi mesi in braccio, avvolto in un lungo panno bianco.

– Il signor Kosicki?, chiede in polacco.

Lui alza la testa.

– Sì?

– Ah, bene. La dottoressa Pascucci mi ha scritto del suo arrivo. Volevo presentarle suo nipote.

E gli mostra il neonato. Kosicki si alza in piedi di scatto, percorso da un tremito.

– Mio nipote…? Il figlio di Rafaeł?

– Esatto. La scorsa tornata, il treno è riuscito a salvare suo fratello e il suo figlio più piccolo, questo qui. Purtroppo suo fratello era ormai in fin di vita e lo abbiamo sepolto sull’isola, le faremo vedere dove. Ma suo nipote è vivo e sta bene. E, bè, adesso il suo tutore legale è lei.

Kosicki lì per lì non sa che dire. Prende in braccio l’involto bianco, fissando quel roseo neonato addormentato nell’aria fresca del mare. Lo guarda come se fosse un alieno. Sospetto sia l’ultimo avanzo della sua famiglia. Forse non gli par vero. Sandra e Lello gli si avvicinano e gli fanno le congratulazioni. Poi discutono con l’infermiere dove alloggiare i due e come provvedere assistenza al neonato.

Emilio intanto mi tira un lembo della camicia.

– Sì?

– Senta, sia sincero. Non è che siamo tutti morti e questo è l’oltremondo?

Silenzio. A Sandra viene da ridere. In effetti questa cosa sembra molto l’ingresso nell’aldilà. Nella fretta di organizzare non abbiamo pensato ai simboli più opportuni.

– Ah, sì, ho presente, esclama Kosicki, uscito improvvisamente dal suo stordimento – come in quel quadro di Böcklin. L’isola dei morti.

– Spiacente. Sbagliato entrambi, replico. – Nessun oltremondo. E lei ha citato il quadro sbagliato, signor Kosicki. Böcklin ha dipinto anche un’Isola dei vivi.

– Non lo sapevo.

– Comprensibile. Non lo sa quasi nessuno. È meno bello dell’Isola dei morti, quel quadro che piaceva tanto a Hitler eccetera. Pure, l’idea era di dipingere una coppia di quadri, dunque c’è l’isola dei morti, da cui venite tutti voi – ma anche quella dei vivi.

E indico la nostra isola, porgendogli il binocolo.

– Ed è esattamente dove andremo a stare nei prossimi anni. Si rassegni alla vita, signor Kosicki. Per questa volta l’ha scampata.

Kosicki non prende il binocolo e mi guarda ebete. Sospiro e aggiungo:

– Se vuole, le faccio trovare una riproduzione del quadro nella sua camera. Così comincia ad abituarsi.

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