Un tornado di detriti e polveri tossiche: “Diavoli di sabbia” di Elvira Seminara

a cura di Grazia Pulvirenti

 

Forse siamo finiti su Marte: è lì che si creano mulinelli di fumo e polveri che possono raggiungere i 20 km di altezza, i “dust devil”. Ma no, anche sulla terra tale fenomeno può sorprendere l’incauto esploratore che si inoltri in zone desertiche o di terreno aspro e secco, come gli scoscesi fianchi dei crateri etnei. O può anche sorprendere, simbolicamente, il lettore che si spinga fra i detriti di animi turbinati e turbinanti, diavoli di disgrazie che, da una quiete apparente, surriscaldandosi, generano vortici di polvere.

La simbologia circolare del tornado, non solo dà il titolo all’ultimo romanzo di Elvira Seminara, ma ne impronta la dinamica narrativa: riprendendo il movimento a cerchio del celebre “Girotondo” di Arthur Schnitzler, la scrittrice catanese mette in moto un similare congegno di scene incentrate nel dialogo fra due personaggi, uno dei quali riappare nel dialogo seguente, in un ‘incontro’ con un ulteriore personaggio, che a sua volta riapparirà nel successivo. Ma, se in Schnitzler, tale struttura fungeva da dinamo per scardinare le ipocrisie sociali e intersoggettive, in piccoli medaglioni di affondo psicologico, in questo ‘girotondo” di Seminara, si assiste a una sorta di sfida verbale fra i personaggi, in cui non avviene alcuna forma di reale introspezione, né di comunicazione: piuttosto vi accade uno svuotamento della forza della parola, un processo in cui essa stessa diviene un ‘diavolo di sabbia’, sgretolandosi fra le labbra dei vari personaggi, incarnazioni dei disagi e delle psicopatologie del nostro quotidiano. Si tratta di vite apparentemente collegate fra di loro, da rapporti amicali o di parentele, ma prigioniere di un processo di auto-invasamento che rende impossibile ogni vero scambio, ogni trasmissione di affetto, memoria, esperienza. A permanere sono gli incubi, in una reiterazione ossessiva di colpe e mancati pentimenti, come nel caso dell’assassinio della storia iniziale, o dei rapporti tossici, come quello della madre di Olga, che si inventa un tumore per poter ottenere l’attenzione della figlia. I vortici muovono da accumuli di nevrosi e incomunicabilità, squarciando un manto spinoso di disillusione, cui nessun personaggio di questa panoramica di anime esplose/implose sembra potersi sottrarre. Altri vortici sono invisibili: quelli che hanno trasformato l’Everest in una discarica, i “187000 chili di scarti lasciati sulla Luna”, i “21000 detriti” nella nostra galassia.

Non può che colmare l’animo del lettore un sentimento di paralisi e sbigottimento: non c’è un orizzonte di salvezza, di mera compensazione di ossessioni e angosce, neanche una più piccola illusione a cui ancorare una ulteriore ricerca di senso. Ma forse, in questa apocalittica negazione, sta la rappresentazione di un’epoca, o meglio dei nostri ultimi mesi, di vite interrotte.

No Comments

Post A Comment