La notte padana

La notte padana

 

dialogo  con Paolo Risi a cura di Ivana Margarese

 

Ne La Notte Padana (Les Flâneurs Edizioni) di Paolo Risi il giallo e il noir fanno da intelaiatura, costituiscono il vissuto di un lettore che poi nella scrittura libera ambiti e risorse personali.
Il romanzo risulta quindi anomalo, un impasto dove all’indagine – condotta da un imperfetto giornalista di provincia – si coagulano tensioni legate a un territorio, divagazioni che specificano caratteri e ritualità.
Sotto denominazioni simbolo (il Capoluogo, la Metropoli, la Provincia Intermedia, l’Oltre Confine…) si cela un’area geografica specifica, quella solcata dalla direttrice che dal passo del San Gottardo a Milano e alla pianura padana intercetta deindustrializzazioni, riconversioni di facciata, l’idolatria del consumo. Nel groviglio, nella contrazione di valori, il giornalista della Notte Padana Greg Stefanoni spende le sue risorse per dare la caccia a un presunto serial killer, che a partire dalla quarta vittima sembra voler diversificare il suo modus operandi.
Mentre le cronache scandalistiche assecondano morbosità e frivolezze, quel particolare cambio di strategia spinge Stefanoni a oltrepassare gli schemi dell’investigazione giornalistica, a percorrere i sentieri della Memoria legati agli anni della Resistenza, in parte del boom economico. È uno scivolamento a ritroso, dentro luoghi e accadimenti insabbiati, che costringerà il protagonista a specificare il suo metodo, la sua fino ad allora traballante identità.
Narrativa di genere e critica sociale: attraverso le pagine della Notte Padana si desume il backgrond dell’autore varesino, la sua riserva aurea di lettore; il gusto per il quadretto ironico, per la divagazione che si fa approfondimento e sberleffo, può rimandare a Fruttero e Lucentini (La donna della domenica, A che punto è la notte), mentre le sfumature giallo-noir, in maniera più funzionale allo sviluppo del romanzo, convergono verso le ambientazioni “di provincia” di Valerio Varesi, alla varia umanità che caratterizza i gialli di Loriano Macchiavelli e della coppia Colaprico-Valpreda.
Intorno a un protagonista “forte”, il contraddittorio Greg Stefanoni, capace di meschinità e slanci epici, si articola quindi un cast ben articolato, idoneo a configurare un clima e un subire (più che un “sentire”) comune: gli epigoni della post-verità, ovvero la regina dei pomeriggi televisivi Concita Rizzoli e lo scafato direttore della Notte Padana Aldo Florio, e poi le figure che sottolineano lo spaesamento del protagonista e la necessità per quest’ultimo di applicarsi in una rielaborazione del passato: sua madre Barbara, affetta da demenza senile, da improvvisi stati di lucidità, e la giovane badante Elis, la cui storia – dal tragico a un interlocutorio lieto fine – misura la capacità di Stefanoni di “sporcarsi le mani”, di cogliere un senso insperato nel caos dei rapporti, di una comunicazione alterata per convenienza o per apatia.
Ingiusto accennare alle circostanze, all’esito della rincorsa al serial killer della Provincia Intermedia; di certo nell’esplorazione di volti che hanno qualcosa da nascondere e nel caparbio disallinearsi del protagonista dai cliché mediatici c’è la metamorfosi di un “quarantenne sempre disponibile a farsi massacrare dagli eventi”, la sua spericolata fuga in avanti fino a una possibilità, a una prospettiva di redenzione.


Il protagonista di La notte padana, Greg Stefanoni, è un giornalista. La sua vicenda investigativa si intreccia anche con una lettura del mondo della cultura e dell’informazione, dei salotti letterari e televisivi, e con un’attenzione al rapporto tra reale e virtuale. Qual è la tua esperienza in merito e come si lega con l’esperienza di Stefanoni, che è anche voce narrante del romanzo?

Ho avuto un’esperienza lavorativa nel giornalismo fino a metà anni ’90, in una televisione privata della mia città: in quegli anni scoppiò Tangentopoli, e Varese ne venne colpita piuttosto dura- mente: ricordo la cronaca di quelle settimane era talmente densa da inibire qualsiasi tentativo di sviamento della realtà, poi natural- mente è iniziata l’epoca dei distinguo, delle interpretazioni di co- modo, dei ricicli, insomma della Seconda Repubblica… per quanto riguarda l’oggi le mie osservazioni su quanto viene proposto nei salotti televisivi della post-verità e della “paura indotta” sono le osservazioni che ogni cittadino di buona o discreta buona volontà si ritrova a fare stando davanti al televisore o leggendo le prime pagine della maggior parte dei quotidiani: prevale un senso di rab- bia, quasi di imbarazzo, che poi, nel mio caso, si evolve in un di- vertito scoramento, tipico di chi ne ha viste abbastanza e desidera solo avvolgersi nel torpore e nelle sue impostazioni mentali acqui- site. Accetto la confusione, come una caratteristica del nostro tem- po, ho alzato bandiera bianca anche perché i punti di riferimento, le voci più autorevoli, mi pare abbiano rinunciato a “fare opinio- ne”, le si può ascoltare nei festival letterari, nei luoghi di resistenza, dove c’è consapevolezza ma anche dove si avverte la sottile sensazione di essere accerchiati, di stare al coperto mentre fuori scorrazzano i predatori, le élite economiche, gli Zuckerberg di turno.

La tendenza alla spettacolarizzazione, il richiamo dell’artificiosità, il diktat della fretta paiono essere il macrotema del tuo romanzo. È uno scenario a cui tutti in varia misura assistiamo e in cui veniamo coinvolti. A un certo punto del romanzo il protagonista dice: “Piuttosto mi fanno rabbrividire i colleghi che la verità la modellano a proprio piacimento. Che la deformano per ottenere più consenso o per aumentare gli indici di ascolto”. Mi interesserebbe una tua riflessione al riguardo.

Tornando a parlare di predatori, mi sembra evidente che il presente sia diventato un colossale terreno di caccia: se un tempo lontano c’erano le ideologie, e ci si massacrava il cervello per dare valore al proprio pensiero, ora smaccatamente si giustificano storture, rielaborazioni dei fatti, circonvenzioni e viltà con l’esigenza di vendere più copie, di far firmare più contratti, di avere più ascolti, di sopravanzare l’alleato o la concorrenza. Rinchiusi dentro una modalità, dentro un piano tariffario individuale, ci si può sentire più protetti, ma si rischia anche di sbroccare definitivamente. Provengo da un’era pre-informatica e ricordo lo scampanellio di chi assicurava più democrazia, più conoscenza attraverso la rete globale: tutto vero, probabilmente, ma lo scarto fra consapevolezza dei singoli e dipendenza della massa è diventato sempre più sottile, con algoritmi e turbo-marketing a impostare e ricalibrare le fonti originarie. Mi sento immerso nell’artificiosità, e la fila di ragazzini che aspettano il pullman fuori dalla scuola, ognuno di loro piegato a contemplare il proprio device, non mi fa più nemmeno effetto. Chi è in grado di rassicurarli, di fargli alzare la testa per ridargli ossigeno, colori e forme reali?

Quello della violenza ai danni della memoria, anche a livello simbolico, è uno dei temi ricorrenti nel romanzo, uno spazio narrativo in cui si allineano pubblico e privato, trama investigativa e storia familiare. Ce ne puoi parlare meglio?

La memoria è un contenitore capiente: permette di creare storie, e le versioni di comodo delle storie. Non è solo questione di schieramenti, di appropriazione della verità: la deformazione della memoria può avere origini remote, incalcolabili, e incidere in maniera chirurgica nel presente. È il classico smottamento che evolve fino a travolgere una comunità, un individuo. Uso questa dinamica per far procedere il romanzo, e l’eroe di turno – pur nella sua goffaggine  – può dilettarsi, come si dice, nel riavvolgere il nastro del tempo. Il lavoro, la comunicazione, persino i rapporti, subiscono la tirannia della sveltezza, dell’efficienza in termini di accettabilità; pochi fronzoli, non c’è tempo per l’attenzione e la memoria è uno di quegli elementi della realtà che crea pause, dissenso, dialogo, genera confronti e riflessioni capaci di dissodare il conformismo . Evitare di ricordare, di rimettere i fatti nella loro giusta collocazione, perché sarebbe un’operazione troppo complessa, a volte troppo sconvolgente. Nella Notte Padana si parla di Resistenza, di una memoria aggirata per soddisfare interessi privati, e si parla di una memoria, quella della madre del protagonista, sfilacciata dalla demenza senile: in entrambi i casi le riluttanze, le difficoltà nell’accertare i fatti, generano vita, sofferenza e occasioni di redenzione. In alternativa c’è l’attualità permanente, semplice da adulte- rare. Il passato che fa capolino è eccitante: penso a due scrittori che ammiro profondamente, Giuseppe Genna e Marino Magliani, che hanno quasi niente in comune e che sanno far pulsare la memoria…

Le donne che popolano la trama sono sempre figure sfuggenti, simboli di un incontro e di un confronto mancato. A questa cifra interpretativa mi pare possano essere ricondotti tutti i principali personaggi femminili: una madre che vive sospesa nell’amnesia, una figlia onnipresente nei pensieri del protagonista ma mai real- mente in azione sulla scena narrativa, una ex moglie irraggiungibile nei suoi ideali di perfezione e una nuova fiamma che appare e scompare come un’ombra fantasmatica.

È un’interpretazione che ha piena valenza psicologica! Sono d’accordo: le donne de La Notte Padana sono figure sospese tra realtà e ricostruzione scenografica della realtà, e di questo sono pienamente e amaramente responsabile. Raccolgono sulle loro spalle l’in- completezza di Greg, il protagonista, la sua mancanza di solidità, almeno nel profondo. Se mi è concesso scadere nel banale: far maturare un rapporto richiede impegno, accettazione dei rischi, delle possibili conseguenze; vale nel privato come negli ambienti lavorativi, e l’intrecciarsi di condizionamenti esterni (modelli semplificativi dell’amore, della concertazione) può scompaginare il flusso naturale dei sentimenti, delle rispettive identità. Si cercano uscite di sicurezza, pratiche indolori, e naturalmente sul mercato vengono proposti a getto continuo artifici telematici, ruote da criceto per donne e uomini disabituati al pensiero. Il confronto, come la memoria, è snervante, mette paura; al giorno d’oggi esiste una percezione del tempo alterata, che tende a stemperare i vincoli sociali: come accade con l’obsolescenza programmata degli elettrodomestici lo stare assieme, il rendersi utili reciprocamente, prevede – in mancanza di solide impostazioni (o imposizioni) culturali – il rinnovo di modelli, funzioni, lo sfavillio di cromature intonse. Aggiustare, dicono, non è più conveniente, i pezzi di ricambio sono introvabili, o comunque stoccati in un magazzino in capo al mondo. Rimangono – in particolare per gli uomini alla Greg Stefanoni – l’accidia, il piangersi addosso, l’impostazione di un’idea di accudimento, troppo poco per venirne a capo, per risolvere il rebus dell’amore.

Biografia

Paolo Risi è nato nel 1966 a Varese, dove tuttora abita. Si è laureato in Scienze motorie all’Università Cattolica di Milano. Collabora con il magazine online zestletteraturasostenibile.com e amministra il sito verbanovolant.it (eventi e culture del Lago Maggiore). Un suo racconto è incluso nell’antologia Anatomè – Dissezioni Narrative.

La Notte Padana è il suo primo romanzo.

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