MANEGGIARE CON CURA

Maneggiare con cura.

Dialogo con Gabriella Kuruvilla

a cura di Noemi De Lisi

Maneggiare con cura (Morellini Editore, 2020) è un romanzo di Gabriella Kuruvilla. In un bollente agosto milanese, quattro personaggi, uniti dalla morte di una donna, cercano di tracciare i confini delle loro identità. Si tratta di un racconto polifonico, come lo ha definito la stessa autrice. In effetti, questo particolare carattere non è definito solo dalla pluralità delle voci narranti  (in prima persona), ma anche dal… un momento. Fermiamoci. Prendiamoci tempo. Fermiamoci a osservare e ricordare, proprio come fanno i protagonisti. Imitiamoli. Muoviamoci con passi rocciosi e millimetrici in un tempo che si è cristallizzato ormai da un anno, con nostro grande stupore. Smettiamo di rincorrere qualcosa che sembra sfuggirci continuamente come nei percorsi tracciati in Maneggiare con cura. Sono granelli di sabbia fra le dita. Oppure siamo noi a non tenere il pugno abbastanza serrato e lasciamo scorrere… andare via il tempo.

Ciao, Gabriella. Vorrei cominciare a parlare proprio della dimensione temporale nel tuo romanzo. La prima scena e l’ultima si svolgono nel 2001, il resto della storia nel 2011. Dieci anni è l’unità di misura che hai scelto per definire le vite dei tuoi protagonisti. Dieci anni prima, dieci anni dopo. L’unico evento immutabile pare essere proprio la morte della famosa artista indiana. Lo spartiacque del tempo e della vita, quindi, è la morte. Le donne e gli uomini della tua storia sembrano avere un rapporto particolare col tempo (e dunque con la morte). “Invece, dopo la sua scomparsa, la mia sorellastra aveva cercato di imporre un ordine, a tutto. Partendo proprio dai pasti. Scandendo il tempo in base agli orari in cui secondo lei era necessario alimentarsi. Così alle 7, alle 13 e alle 20 ci costringeva a ritrovarci tutti insieme intorno a un tavolo, imbandito con cura. Il problema sorgeva fin dal risveglio.” (p. 15). Qui Diana confronta l’anarchia in cui viveva quando la madre era ancora viva, rispetto al rigore successivo. Per lei il tempo, quindi, è un limite sofferente oppure un confine necessario per autodefinirsi?

La morte, effettivamente, è il limite per antonomasia.
La parola “limite”, nel romanzo, è presente solo due volte: quasi all’inizio, simile a un’introduzione, ed esattamente alla fine, come chiusura. È sempre Diana a pronunciarla, in un dialogo intimo tra sé e sé: prima afferma “Rimpiango le sberle, reali o metaforiche, che non mi hanno mai dato. Impedendomi di riconoscere il limite, e di fermarmi. Magari al momento giusto” (p. 13) e, infine, dice “Sono sempre grata a chi mi dà un limite” (p. 213).
I limiti, per lei, sono necessari. Ma quelli a cui si riferisce sono sempre sostanziali e non, unicamente, formali: sono i limiti che indirizzano la vita e la contengono, indicando un sentiero da percorrere disegnandone i confini, mentre quelli stabiliti dalla sorellastra sono delle barriere convenzionali simili a dei tic nervosi che creano delle gabbie posticce, imprigionanti e soffocanti. Diana sfugge ai rituali familiari ed è allergica a molte regole sociali, che non sono comunque i limiti di cui sente il bisogno. Anzi. Quelli che desidera, e che le sono mancati, hanno piuttosto a che fare con l’equilibrio interiore: aiutano a crescere senza sbragare o “sbordare” eccessivamente, senza diventare dei borderline o senza cadere oltre il bordo. Evitano di precipitare nel caos: di perdersi senza ritrovarsi, di smarrirsi. E non è certo mangiare alle 7, alle 13 o alle 20 che permette di non smarrirsi.

“Sono nato in anticipo, di oltre un mese, sulla data prevista del parto: sembrava che avessi una gran fretta di venire al mondo. Anche adesso, non sono mai in ritardo.” (p. 111) Manuel comincia a raccontarsi proprio dal tempo, dal suo tempo personale, quello che pare avere deciso fin dalla nascita. Arrivare in anticipo, arrivare prima… ma prima rispetto a cosa? Quest’ansia di vita di Manuel potrebbe essere quella di tutti gli uomini che hanno passato i 40 anni. Hanno vissuto abbastanza, oppure non hanno ancora vissuto abbastanza? E quali sono i termini con cui paragonare il proprio tempo per capire che è stato ben impiegato? In questo caso, i termini di paragone sembrano essere le maledette aspettative genitoriali. I desideri dei genitori che gravano sui figli come una specie di tara. Infatti, più avanti Manuel dice: “D’altronde l’unica cosa che, da sempre, gli interessa [ndr al padre] sapere di me è che io stia facendo il mio dovere. O meglio, come dice lui, che io stia occupando, con dignità e con profitto, il mio posto nel mondo.” (p. 116) Ecco cosa rincorreva Manuel con così tanta foga, doveva arrivare in anticipo sull’appuntamento con la “vita realizzata” che il padre gli aveva organizzato. Perché la generazione dei 30-40enni ancora oggi non riesce a liberarsi dalle catene delle aspettative genitoriali?

Penso che non sia solo un problema generazionale e familiare, ma generale. Indipendentemente dall’età non è semplice sganciarsi dalle aspettative degli altri: si teme di deluderli e, in sostanza, di non essere accettati e amati. Affrontare questo rischio significa lottare per la libertà: di essere ciò che si è o che si desidera essere. È questo il tentativo, e lo sforzo, di tutti i protagonisti del libro: sia di Diana, Pietro, Manuel e Carla, che fanno parte della generazione dei 30-40enni, sia di Ashima, morta suicida a 50 anni, che ha lasciato l’India e si è trasferita in Italia proprio per sottrarsi, anche fisicamente e non solo psicologicamente, a quello che la famiglia e la terra d’origine vorrebbero per lei e da lei. Manuel invece, a differenza degli altri personaggi che sono estremamente schietti, usa la menzogna per sfuggire al peso delle aspettative altrui, aggirare gli inevitabili conflitti ed evitare i possibili rifiuti: fa credere agli altri di essere ciò che loro si aspettano che lui sia, non essendolo. “Una piacevole ipocrisia è sempre preferibile a una dolorosa sincerità, per mantenere degli accettabili rapporti umani”, afferma (pag. 115). La sua fame insaziabile di vita, d’altronde, non prevede ostacoli.

Carla decide di studiare proprio Storia all’università di Milano. Quando i genitori le chiedono il perché, lei risponde così: “«Perché non si può vivere il presente e immaginare il futuro, se non si conosce il passato.»” (p. 164). L’andatura del romanzo è ritmata, veloce, contemporanea e ipnotica. Uno “stile metropolitano” da rapper, che si presta alle voci dei protagonisti. Ma uno dei caratteri affascinanti sta proprio nell’aver utilizzato questo stile così attuale e contemporaneo per raccontare il passato. Una memoria rappata per immergerci nell’identità più profonda dei protagonisti.

Il romanzo si apre e si chiude nel 2001: l’anno in cui muore Ashima ma anche l’anno del G8 di Genova e del crollo delle torri gemelle. Un anno che segna un prima e un dopo. Un anno di passaggio, di dolore e di cambiamento: per la storia personale dei protagonisti del libro, così come per quella collettiva.
Diana, Pietro, Manuel e Carla, che nel 2001 non si conoscevano, si rincontrano dieci anni dopo, nel 2011. Intrecciano le loro vite, e raccontando il loro presente fanno sempre riferimento al passato. Perché è il passato la chiave interpretativa del presente, ma anche perché è da lì che devono (ri)partire, elaborando e superando ciò che è stato, per vivere l’oggi e immaginare il domani (come dice Carla). Un oggi e un domani che siano più liberi, aderenti alla loro natura e ai loro desideri, sganciati da un ieri incarnato anche dai genitori e dal Paese d’origine.
Lo stile metropolitano, da rapper, di cui parli è un tratto caratteristico della mia scrittura, e nasce da un lungo lavoro di scelta e di sottrazione delle parole. Fondamentalmente scrivo e riscrivo –aggiungo, modifico e tolgo – fino a quando il testo mi suona bene, sia nel contenuto che nella forma. Dice quello che volevo dire e “scorre”, seguendo un ritmo incalzante e veloce, sincopato: contemporaneo ed emotivo, che mi serve per dare voce a storie che nel contemporaneo si svolgono e che dell’emotività trattano. Un ritmo che è anche quello dell’hip hop e della dancehall, i generi musicali per me più attuali, che frequentemente ascolto e che meglio si sintonizzano sui battiti del mio cuore.

Le quattro voci dei tuoi coprotagonisti scandiscono la loro storia personale mentre ne tracciano un’altra a loro insaputa: una quinta storia diversa dalla somma delle loro singole vite, una storia di spazio, tempo, genetica degli affetti e immaginazioni. Parliamo dell’altra dimensione universale che determina la nostra esistenza: lo spazio. In Maneggiare con cura ci sono due dimensioni spaziali ben diverse ma che dialogano continuamente attraverso la memoria e soprattutto i sentimenti. C’è la dimensione fisica: Italia, India, e quella immaginaria. Lo spazio fisico immaginario che spesso entra in sintonia con il mondo dell’invisibile, dei morti. Fra le tue pagine hai descritto una Milano materiale, iperreale, grondante sotto il sole di agosto. Carla a un certo punto dice: “Devo sforzarmi, per guardare altrove” (p. 12). Qual è per te la Milano invisibile, quella che comunica con l’altrove?

Da sempre, nei miei libri, racconto i luoghi come se fossero un personaggio di cui mi interessa indagare la personalità. Questa volta ho voluto descrivere Milano quando è “chiusa per ferie”, ovvero in agosto. Anche se, come dice Diana, in quel mese “un tempo si svuotava: sempre e ovunque. Adesso, invece, si svuota solo a tratti: in alcuni momenti e in alcuni luoghi. Probabilmente la crisi economica ha provocato cambiamenti sociali più evidenti dei mutamenti climatici generati dall’effetto serra. La temperatura e l’umidità dell’aria, infatti, restano sempre eccessive” (pag. 26).
In questa città afosa, comunque meno frenetica e meno piena del solito ma per questo anche più visibile, si muovono i protagonisti del romanzo: le loro figure si stagliano su un fondale semi immobile, quasi privo di persone e di caos, acquistando così maggiore dinamismo e risalto. E, in questo scenario in cui sembra non poter accadere niente, gli accade di tutto. Le loro vite si intrecciano, cambiano e prendono strade impreviste, attraversando in pochi giorni (e notti) differenti zone: da quelle più periferiche, come Lambrate, a quelle più underground dei centri sociali fino a quelle più “da cartolina”, tipo i Navigli che – dice Carla – “quando la notte sta finendo e l’alba non è ancora iniziata, tornano a essere il luogo più suggestivo di Milano. Sembrano veri, addirittura. Non un pacchetto turistico all inclusive.” (pag. 170).  Perché in quel tempo notturno sospeso, dedicato al riposo o al divertimento, la città – anche nei suoi spazi più scontati e conosciuti – si sottrae al suo destino di eterna produttività: si rilassa, e ritrova la sua poesia. Era anche questa la Milano che mi interessava descrivere: una città che i protagonisti del romanzo non vivono come se fosse estranea alle loro storie bensì come una compagna di viaggio (con il suo carattere, cui si va più o meno d’accordo).

Da una parte la Milano concreta, pratica, reale; dall’altra l’India, spazio della memoria, della spiritualità e dei morti. Ma è davvero così? Nella storia che racconti compi una sorta di ribaltamento, giochi con gli stereotipi e li rimonti secondo una lettura originale.  “Così, mentre in Italia potevamo essere quello che eravamo, dando un nome aderente alle cose, lì dovevamo fingere di essere quello che gli altri si aspettavano che noi fossimo: una madre, un padre e due sorelle, storpiando i fatti con le parole.” (pp. 57-58) In India, quindi, tutta la magia e la spiritualità diventano solo dei souvenir per turisti. L’India che descrivi sembra anche il paese delle finzioni sociali per sopravvivere, una gabbia di apparenze. Mentre l’Italia sembra essere l’occasione per essere se stessi, eppure… eppure certi stereotipi (soprattutto femminili) a quanto pare ci inseguono da una parte all’altra del globo e non passano perché fanno ancora parte dell’alfabeto primitivo per decifrare il linguaggio della società. “In India la definizione esatta sarebbe puttana. In Italia anche, probabilmente. Nonostante il femminismo e il Sessantotto. (…) Mia madre, ribelle di professione e atea per convinzione, era stata sia una femminista che una sessantottina. Ma non si era fatta mancare il matrimonio: quello classico, in abito bianco (…). Anni dopo, poco prima di suicidarsi, mi aveva detto: «Spero che un giorno troverai un uomo che ti ami e che ti sposi»” (p. 56).

È anche una questione di punti di vista: spesso è la percezione che i protagonisti hanno dei luoghi, e la relazione che instaurano con loro, a ridefinirli come una gabbia da cui fuggire o uno spazio da abitare in libertà. Sia Ashima che Carla hanno bisogno di staccarsi fisicamente dai loro genitori e dalla terra d’origine (in un caso l’India del sud e nell’altro la campagna lombarda) per “crescere”: diventare quello che sono o che desiderano essere. Facendolo escono da sentieri già battuti, accettati e accettabili, per costruirsene dei loro, su misura, non sempre accettati o accettabili. Comunque più difficili, essendo tra l’altro dei “work in progress”.
Lo stesso percorso viene fatto anche da Diana, Pietro e Manuel: solo che nel loro caso il distacco dal passato, con i suoi valori e le sue regole, non è anche fisico ed esteriore ma solo psicologico e interiore. Uguale è però il desiderio di sganciarsi dalle aspettative degli altri, in primis quelle familiari, e della società in cui vivono: che in India sono sicuramente più visibili e rigide rispetto all’Italia, dove risultano più mascherate e morbide, oltre che maggiormente messe in discussione. Ne è un esempio il ruolo, e la visione, della donna: quello che le si chiede di essere.
Ashima è una sorta di femminista (oltre che di sessantottina) a sua insaputa, che combatte da sola per istinto e bisogno personale – senza essere guidata da particolari motivazioni sociopolitiche – le lotte collettive che si stavano compiendo in Occidente intorno agli anni ’70. Per “emanciparsi” fugge dall’India, e dal suo carico di richieste e briglie in cui non si riconosce e dentro cui non vuole stare. Richieste e briglie con cui si scontra anche Diana, facendo dei paragoni e trovando delle similitudini con l’Italia: il suo sguardo è quello della figlia di una migrante ed è inevitabilmente anche il mio, ed è sempre un doppio sguardo ovvero quello di chi si trova sospeso tra due mondi e due culture.  Dalle sue parole escono dei ritratti dell’Italia e dell’India che non sono mai edulcorati, ma che mettono in luce i contrasti e le contraddizioni dei due Paesi.

Ciò che tiene legati il tempo e lo spazio sono le relazioni e i sentimenti. Sono i cuori dei protagonisti da “maneggiare con cura”. Quattro vite, quattro ritratti che formano quello di una o più generazioni, perché la gioventù dei genitori rivive attraverso quella dei figli: “Chissà com’era lui, tra i venti e i trent’anni: quando io ancora non esistevo.” (p. 69). Questi figli emotivi, fragili, sempre in movimento, in fuga, ma da cosa? “Diana è un topo, in perenne fuga dal gatto. Anche quando il gatto non c’è. Perché, forse, il gatto è dentro di lei.” (p. 139). Cosa c’è alla fine della corsa dei tuoi protagonisti?

Tutti i personaggi sono mossi dal desiderio di essere altro rispetto a quello che desiderano per loro gli altri. Rischiando così di perderli, di perdersi o di prendere l’abbaglio descritto da Pietro: “Non sei quel che sei, sei solo il contrario di ciò che non vorresti essere.” (pag. 68)
Diana, Pietro, Manuel e Carla temono di non riuscire a esprimere la loro natura, mentre cercano di definirla.  Seguono un percorso difficile, che è il loro e non quello che gli hanno attribuito: nel farlo non hanno modelli da seguire e non hanno paletti a contenerli, la probabilità che si smarriscano è dietro l’angolo. Sono in perenne movimento lungo questo cammino tutto da tracciare – pieno di buche, ostacoli e bivi – e sono precari: non sempre e non solo a livello lavorativo, ma soprattutto affettivo. Una condizione esistenziale che ho cercato di descrivere disegnando la copertina del romanzo: l’immagine raffigura l’uomo del carico-scarico merci, ripreso dai cartelli stradali, che porta in giro un cuore chiuso in un barattolo, protetto perché fragile, che rischia di ferirsi se non di rompersi. Fragile come sono i protagonisti del libro, che entrano continuamente in relazione con gli altri senza però esporsi completamente, che non hanno trovato ancora un posto in cui stare o quantomeno sostare. In cui fare uscire il cuore dal barattolo. Diana e Carla troveranno il loro, alla fine della storia.

1 Comment
  • Vincenzo Pinello
    Posted at 16:41h, 13 Aprile Rispondi

    Complimenti per l’ottima intervista, molto densa e molto ben scritta.

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