Meduse: i miti allo specchio. Un progetto di riscritture

Meduse: i miti allo specchio. Un progetto di riscritture 

Immagini di Stefania Onidi

 

a cura di Ivana Margarese e del Collettivo Meduse: Caterina Bonetti, Sara Manuela Cacioppo, Cristina Comparato, Giovanna Di Marco, Viviana Fiorentino, Marilena Lucente, Ivana Margarese, Eva Luna Mascolino, Sara Mazzini, Erika Nannini, Stefania Onidi, Lucrezia Pei, Francesca Piovesan, Roberta Schembri, Ornella Soncini, Federica Tourn, Francesca Vitelli, Sharon Vanoli.

 

La parola ‘mito’ si connette a myein, radice indoeuropea che rimanda all’atto di chiudere gli occhi e la bocca, metafora anche dell’impossibilità di esprimere tutto a parole e della necessità di aprire le orecchie per ben ascoltare.
Spesso i miti narrano di esperienze di trasformazione che legano l’immagine di morte con quella di generazione o resurrezione intrecciando morte e rigenerazione. Károly Kerényi parla con riferimento a Dioniso  dell’«archetipo della vita indistruttibile» ossia il simbolo associato sia alla rinascita della natura che al fenomeno della trasformazione personale.

‘Trasformazione’ è parola chiave in questo progetto di riscritture del collettivo “Meduse” che si propone di ridare voce, attraverso dei racconti a figure mitologiche femminili, spesso dimenticate o occultate. Un ripensamento, una traduzione come forma di “tradimento” della consueta narrazione del mito. Questo tradimento con la sua radicalità consente una sovversione dei paradigmi sociali e della tradizione culturale: lo strappo della traduzione permette al mito di continuare, di assumere senso nel tramandarsi.

Rileggere oggi queste figure femminili è dunque un’occasione essenziale per restituire la pluralità intrinseca del mito. Un gesto di rilettura politico che riflette sui temi del conflitto e della reiezione cercando di materializzare una scena non dominata dall’Homo, dall’Antropos, inteso come soggetto autonomo e autosufficiente.

I miti legati a Euriclea, Medusa, Eco, Pandora, Arianna o alle Sirene, possono essere riletti ampliando o ribaltando le prospettive per offrire un nuovo sguardo, visto che nella tradizione questi ci arrivano, nella maggior parte dei casi, attraverso il cosiddetto “male gaze”. Il tentativo è quello di superare le interpretazioni con la lente di un femminile stereotipato, che vuole la donna come soggetto passivo o tramite di ben altri destini; o, ancora, portatrice di sventura, da punire anche quando è lei stessa vittima di violenza e di esclusione. Ben altro ci suggerisce la forza del mito, capace di evocare l’ombra e di restituire l’umanità nella sua complessità: la nostra lettura tenta così di liberare la figura femminile dall’essere soltanto lo specchio di paure maschili, restituendole tutte le potenzialità espressive e creative. Come ricorda Maria Zambrano tutto ciò che é vivo trema e a questo chiarore che intreccia insieme luce e ombra il mito si rivolge. Anche Lou Andreas Salomé nel suo breve saggio Il tipo femmina riprende per esprimere la creatività femminile la metafora di una luce dolce, come quella dell’ora meridiana, che getta verticalmente la sua ombra e in questa azione delimita il suo spazio e si protegge.

Un riconoscimento del valore reciproco della dignità e della vulnerabilità per ripensare e ricreare storie fuori dagli schemi consolidati del canone, in cui come scrive Donna Haraway in Chthulucene abbiamo la possibilità di generare non bambini ma comunità e parentele impreviste e inaspettate.

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